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Home Costume

Quella strana pulsione di morte

Roberto Pecchioli di Roberto Pecchioli
07/07/2026
in Costume, Notizia del giorno, Società
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Pulsione di morte
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L’Occidente e la cultura della morte

In Francia, dopo aver inserito l’aborto come diritto fondamentale nella Costituzione, adesso tocca all’eutanasia, ossia al suicidio (o omicidio) di Stato. In Canada almeno il cinque per cento di tutti i decessi sono dovuti all’ampia legalizzazione di tale pratica, così come in Belgio e Olanda, estesa ai minori; la Spagna corre sulla medesima strada. Nella disastrata Inghilterra un primo ministro fallito, Sir Keir Starmer, dichiara che il maggiore successo del suo governo è di essere il “più omosessuale” della storia del Regno. Non il bene comune, non il successo nell’economia, nella politica estera o interna contano, ma il numero di ministri e sottosegretari il cui “orientamento sessuale” non è quello della grande maggioranza degli umani.

Si è impadronita del cosiddetto Occidente una pulsione di morte unita all’odio implacabile nei confronti della natura. Ogni epoca ha avuto minoranze mentalmente instabili, sette distruttive e movimenti stravaganti. Il problema è che siamo percorsi da una pulsione di morte generalizzata, il Todestrieb di Freud, la spinta verso la distruzione, la regressione a uno stato disanimato, primordiale, autodistruttivo che impedisce di reagire: un virus culturale che ha occupato il sistema immunitario e lo fa correre verso una gaia estinzione. Nella lirica Gli uomini vuoti T.S. Eliot lo intuì sin dal 1925: “Ecco come finisce il mondo / non con un boato ma con un gemito”. Il poeta descrive il grottesco destino dell’uomo moderno, svuotato di valori, di fede e vita interiore. La fine non arriva in modo epico o catastrofico, ma attraverso un’implosione silenziosa, ridicola, che riflette l’apatia e la mediocrità.

Il mito del “lato giusto della storia”

Per fortuna viviamo nella Grande Chiarificazione, l’atto finale in cui le luci si riaccendono e le maschere cadono. Che sia per un senso di vittoria, per esibizionismo trionfante o per stupidità, molti rappresentanti dei movimenti nati dall’ircocervo liberal-marxista gridano ai quattro venti ciò che prima tenevano nascosto. La femminista tedesca Verena Brunschweiger, paladina del movimento il cui motto è “la mia stirpe finisce con me”, incoraggia le donne a non avere figli. Solo le donne bianche, poiché “l’obiettivo dei pronatalisti occidentali è controllare le donne e tenere fuori i rifugiati”.

Il problema non è solo la disonestà intellettuale; una delle opinioni più sorprendenti del pensiero dominante è di ritenersi dal “lato giusto della storia”. Trascuriamo le implicazioni filosofiche dell’idealizzazione della storia e limitiamoci a segnalare l’enorme superbia, il suprematismo implicito di questa credenza. Nella storia sarebbero inscritte le categorie di bene e di male e noi contemporanei – unici e primi – avremmo le chiavi per comprendere, distinguere e praticare un’idea di bene assolutizzata, il neomanicheismo della postmodernità. Il “lato giusto della storia” è un’espressione che ha conquistato popolarità, ripetuta fino alla nausea. Ma cosa significa esattamente? Quale autorità ha chi la proclama?

La storia non assolve nessuno

Si potrebbe pensare che sia l’ennesima trovata per rafforzare certe posizioni e che la questione sia chiusa. Forse vale la pena dire qualcosa di più. Innanzitutto, quando un’espressione è tanto ampiamente utilizzata, è perché in realtà non significa alcunché di concreto. La storia non ha lati buoni o cattivi. Ha fatti, cause e conseguenze. Nella migliore delle ipotesi, interpretazioni ragionate e documentate. Ciò che non ha sono gli arbitrii autoproclamati, usati come strumenti di comunicazione e imposizione di chi giudica.

L’argomento del lato buono della storia è invocato da chi divinizza la comodità del presente, i telefoni cellulari, l’accesso a Internet e ogni sorta di tecnologia, condannando il passato in cui altri uomini hanno preso decisioni – giuste, sbagliate, terribili, eroiche o semplicemente umane – senza il beneficio di manuali di istruzioni obbligate (oggi si dice tutorial): un esercizio di arroganza. Gilbert Chesterton, ne L’uomo che fu giovedì, parlò di una confraternita che presumeva di rifondare il mondo dal giardino di casa. Eccoli al potere.

Il moralismo della postmodernità

Il lato giusto della storia è un’espressione falsa che funziona come una serratura automatica. Le questioni controverse non vengono dibattute, ma risolte dall’alto di postulati considerati evidenti che, come in matematica, non sono dimostrati. Questa è la parte giusta, l’altra è sbagliata; chiunque non la pensi come hanno deciso i Giusti è folle, malvagio o malintenzionato. La terapia è l’espulsione o l’esorcismo, il pensiero binario elevato a rango storico.

La semplificazione può talora avere valore pedagogico, ma occorre poi spiegare, motivare; non possiamo restringere temi di enorme importanza alla retorica riduzionista moraleggiante. Chiunque si arroga il diritto di definire il bene si intesta anche il diritto di indicare il male e di trattare di conseguenza chi lo afferma o rappresenta. La storia dell’ultimo secolo, malato di ideologie, è piena di soggetti assolutamente convinti – con una fede che fa invidia ai teologi – di essere dalla parte giusta.

La ragione liberale e il trionfo dell’individualismo

Dunque, anche la pulsione di morte – rivestita di appelli alla dignità, all’autodeterminazione, al soggettivismo radicale, ai “diritti” – è un elemento della pretesa di appartenere al lato giusto della storia, un sistema di pensiero che unisce il liberalismo trionfante ai cascami del marxismo. È l’esito di quella che il filosofo Andrea Zhok definisce “ragione liberale”, in cui non è più riconosciuta una sfera normativa sovraindividuale.

La società non esiste, quindi la dimensione pubblica e politica non può occuparsi se non di ciò che appartiene alle scelte soggettive. Potrebbe apparire un’invasione “etica”, ma così non è per mancanza del soggetto, l’etica stessa, necessariamente fondata su costumi sociali condivisi. Tutto si riduce a giudizi, idiosincrasie, comodità, preferenze e capricci individuali, immersi in un moralismo senza morale, fondato su un’autodeterminazione il cui centro è la pretesa che le scelte soggettive diventino pubblicamente normative.

Dall’aborto al transumanesimo

Di qui la volontà di definire l’aborto non una scelta ma un diritto, l’eutanasia un atto di dignità in nome di un’equivoca “qualità della vita”, la decisione di interrompere la trasmissione delle generazioni e della civiltà in nome del giudizio di condanna del passato con i criteri del presente. Tutto nella cornice della rimozione di ogni limite, frontiera materiale e morale, di ogni diversità, anche biologica, di ogni distinzione, diventata discriminazione, offesa.

Poiché tutto è individualizzato, solo il soggetto e la sua volontà – anche di morte, di perversione o autodistruzione – diventano normativi. Leggi e società devono conformarsi: è il lato giusto della storia, in cui è ininfluente la corsa verso il baratro simboleggiata dall’auto lanciata nel vuoto da Thelma e Louise, le eroine cinematografiche della soggettività delusa dalle esperienze, non disposte a tornare sui propri passi.

Il nichilismo della postmodernità

L’identità soggettiva creata dalla postmodernità è in crisi per voluta assenza di modelli, una tabula rasa che abborda il nichilismo e tende all’esaurimento per rifiuto di fini non individuali. Avere figli si trasforma in responsabilità impossibile da reggere, oltreché privazione della libertà di realizzarsi, qualsiasi cosa voglia dire, e posto che educare figli non sia uno scopo.

In questo deserto di fonti disseccate, la libertà lascia spazio alla ragione calcolante, alla tecnologia padrona, al nudo potere diventato dispositivo omologante che, esaurite le pulsioni dopo averne decretato la sovranità, non trova altro rifugio che la rinuncia: alla trasmissione della vita, della civiltà, alla stessa esistenza individuale, che pure aveva anteposto a ogni altro principio.

Dall’alba dei tempi è sempre esistita la tentazione di allontanarsi dai limiti della natura. C’è negli esseri umani un desiderio di assoluto, intrappolato nelle proprie illusioni e limitazioni, che finisce per generare mostri.

Le distopie della scienza senza limiti

La creazione di creature aberranti ha alimentato l’immaginazione degli scrittori. In Frankenstein di Mary Shelley, parti di vari cadaveri vengono assemblate per formare un nuovo essere. Ne L’isola del dottor Moreau di H. G. Wells gli animali vengono trasformati in creature parzialmente umane. Romanzi dal tono amaramente pessimista che mettono in guardia dal pericolo di giocare a fare Dio.

Moreau e Frankenstein sono emblemi della scienza squilibrata che, nella smania di “migliorare” l’umanità, crea mostri pericolosi. Entrambi i testi possono essere letti oggi come precoci critiche all’ingegneria biologica, che rivela il suo volto sinistro e che, in tempi democratici, si presenta sotto una maschera gioiosa, progressista, dalle terapie di conversione per il cambio di sesso (che richiedono mutilazioni o innesti chirurgici) al transumanesimo. Un travestimento allegro, umanitario, presentato come miglioramento o deificazione dell’umanità, che cela l’orrore della disumanizzazione, sino alla mostruosità.

L’illusione di diventare dèi

Questa involuzione era stata prevista da Wells ne La macchina del tempo, dove la scienza alla fine distrugge la civiltà, creando una razza di ominidi regrediti alla pura animalità. Aldous Huxley offrì una visione profetica del postumano. Nel Mondo nuovo gli embrioni creati in uteri artificiali e geneticamente modificati diventano – come nelle società democratiche i bambini generati tramite maternità surrogata – prodotti di serie progettati con determinate capacità per occupare un posto nella società secondo le esigenze del potere.

La biotecnologia produce una società disumanizzata, totalitaria al di là delle apparenze, in cui prevale quella che Habermas, l’ultimo francofortese, chiamava eugenetica liberale: un modello basato sulla libertà di scelta degli individui, che possono decidere il proprio sesso/genere o le caratteristiche genetiche dei figli.

Questi sedicenti miglioramenti sono giustificati con pretesti umanitari: il desiderio di felicità, di sentirsi a proprio agio nel corpo (come se fosse una dimora da sottoporre a successive ristrutturazioni), l’ottimizzazione delle capacità e dell’aspetto fisico, pretesto per un consumismo capriccioso. Nulla di nuovo: è la promessa sempre infranta sussurrata a Eva nell’Eden: sarete come dèi. O mostri votati alla gaia morte.

Roberto Pecchioli

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