È un mattino di luglio. Un ragazzo entra in un bar del centro per prendere un caffè e rivedere le bozze del suo prossimo libro, in uscita ad agosto. Si siede al tavolino, ma la mente è un vortice: parole corrette, concetti, titoli di capitoli ancora da sistemare. È stordito, quasi vede doppio.
D’un tratto, qualcosa lo strappa da quel turbine interiore. Al tavolo accanto, un adolescente vestito interamente di nero – felpa pesante, capelli lunghi, sguardo spento – parla con un adulto che, con voce bassa e rotta, lo supplica di farsi aiutare. La scena è dolorosa nella sua intimità. Per rispetto, distoglie lo sguardo.
Arriva il caffè. Entrano due quindicenni rumorosi, accento romano marcato, e ordinano due birre. Sono le dieci del mattino. Il barista rifiuta, loro protestano con arroganza: «Allo stabilimento balneare la vodka ce la danno senza fare storie». Insultano e se ne vanno borbottando insulti pesanti.
Per un istante cala il silenzio. La mente del ragazzo torna a Ezra Pound e ai Cantos, al legame tra poesia e questione monetaria. Ma la quiete dura poco. Al tavolo accanto arriva una giovane coppia con un passeggino. Per un attimo sembra una visione di speranza: un bambino di un anno. Poi esplode la lite. Lui esce la sera, lei resta a casa.
Piovono parole amare e silenzi più pesanti delle accuse. Il bambino comincia a strillare, cercando di recuperare un giocattolo caduto. I genitori, rigidi, restano incollati ai telefoni. Solo dopo qualche minuto la madre, senza staccare gli occhi dallo schermo, raccoglie il gioco e lo restituisce al figlio. Una indifferenza più grave della lite stessa.
Il ragazzo riapre le bozze, ma il mondo intorno non gli dà tregua.
Il colpo di grazia arriva poco dopo. Una madre scarica una raffica di insulti e bestemmie sulla figlia adolescente perché «non riesce a farsi un cazzo di selfie decente» insieme a lei. Poco distante, un gruppo di ragazzi discute animatamente su quale sostanza stupefacente fosse la migliore alla festa della sera prima. Esaltano lo spacciatore: «Quello sì che fa una vita da duro».
Fuori, dall’altra parte della strada, un immigrato indiano esce dalla cucina del ristorante con due pesanti buste dell’immondizia. Il sudore gli bagna la camicia nonostante l’ora. Fa solo pochi passi verso il cassonetto quando una voce tagliente lo richiama: «Eh! Lascia stare e torna dentro!». L’uomo abbassa la testa, inverte il passo e sparisce di nuovo nel calore soffocante della cucina.
È in questi frammenti quotidiani che si rivela la malattia del nostro tempo: una società liquida, svuotata di senso, dove ogni legame autentico si è dissolto. Le famiglie sono assenti o distratte, le coscienze in coma, le nuove generazioni abbandonate a se stesse tra alcol, droga, schermi e rabbia.
Non basta più lamentarsi. Serve un ritorno organico alla radice: alla responsabilità, al sacrificio, alla trasmissione di valori che non siano merce o trend del momento. Serve una lotta paziente ma ferma per risvegliare le coscienze addormentate, prima che questo nichilismo allegro e chiassoso divori del tutto ciò che resta di umano in noi.
Sergio Saraceni
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