A trent’anni dall’evento in differita tra Londra e l’Italia, ritratto del “De Gregori nero” tra musica, coerenza e ironia.
Ci sono serate che non appartengono semplicemente alla cronaca musicale o alla militanza di una stagione, ma diventano veri e propri spartiacque simbolici.
Il 21 settembre 1996 compie trent’anni: tre decenni fa Piazza Santissimi Apostoli a Roma e il Palazzetto dello Sport di Milano si riempivano per accogliere un evento senza precedenti nel panorama politico e culturale italiano.
Il concerto «Scusate ma non posso venire» fu un’esibizione in differita, via satellite da Londra verso due città italiane contemporaneamente. Un ponte d’etere e d’idee capace di trasformare la musica d’autore in una tribuna d’opposizione e, soprattutto, in una lezione di stile, coerenza e qualità realizzativa.
L’emozione di quell’appuntamento è ancora viva in chi scrive questo ricordo.
Ma, soprattutto, la si trova nelle note di un artista che ha saputo elevarsi oltre l’approssimazione circostante: rifiutare i compromessi al ribasso, alzare l’asticella del livello artistico e superare le avversità dell’esilio con dignità.
Un momento la cui registrazione integrale continua a scorrere su YouTube, a disposizione di chiunque voglia comprendere cos’era l’anticonformismo vissuto senza complessi.
Massimino
Per i lettori di 2diPicche che necessitano di una bussola per inquadrare la figura di Massimo «Massimino» Morsello, occorre riavvolgere il nastro.
Definito da parte della stampa dell’epoca — non senza un pizzico di soddisfazione da parte dello stesso cantautore — il «De Gregori nero», Morsello ha rappresentato una figura atipica. La sua musica affrontava tematiche viscerali e identitarie: il patriottismo, la critica serrata al trattato di Maastricht e all’architettura dell’Unione Europea, la lotta alle droghe e la difesa della sacralità della vita. Il tutto condito da una vena poetica mossa da un profondo senso di appartenenza europea e dalla dedizione nazional-rivoluzionaria.
Accanto all’estro musicale, la vita di Massimino fu segnata dalla latitanza londinese, dai successi imprenditoriali, dalla nascita della figlia Benedetta, dall’aggravarsi del tumore che lo portò ad avvicinarsi sempre più alla fede cattolica, fino al rientro in Italia nell’aprile del 1999 tramite la legge Simeone, prima della scomparsa avvenuta il 10 marzo 2001.
La Beffa al Manifesto
Tra le pieghe della sua storia spicca un episodio memorabile che merita di essere rispolverato per comprendere la differenza di stile tra due mondi. Nel febbraio del 1998, Morsello firmò un’autentica beffa ai danni del quotidiano simbolo dell’ortodossia comunista nostrana: Il Manifesto.
Con una mossa d’astuzia, Massimino riuscì ad acquistare mezza pagina pubblicitaria all’interno del giornale per reclamizzare il suo album La direzione del vento. Un titolo che già nel richiamo fonetico sbeffeggiava la celebre «Fischia il vento», per decenni brandita dalla sinistra come una minaccia rituale nei confronti dei nemici di classe.
Presentato con toni sapientemente calibrati sulle corde dell’antimperialismo — sottolineando la solidarietà al popolo palestinese e la posizione anti-Maastricht — la pubblicità del disco venne pubblicata in bella mostra a pagina 11.
L’imbarazzo dei custodi della purezza ideologica fu immediato. Il giorno successivo, 28 febbraio 1998, scattò il contrordine dei dotti con un articolo di scuse ai lettori intitolato Beffa neonazista al “manifesto”.
«Semplicemente, né la nostra agenzia pubblicitaria né noi ci siamo accorti di quel che stavamo pubblicando: non ci è passato per la testa che a un cantautore neonazista potesse venire in mente di farsi pubblicità utilizzando il nostro giornale. Ci scusiamo con i lettori, faremo buon uso di questa esperienza. L’unico, piccolo risarcimento che possiamo fare a noi stessi e a voi è di devolvere i 2,3 milioni di introito pubblicitario all’Aned...»
Con il sorriso…
Quel trafiletto difensivo fu la spia di un’evidenza storica: da una parte un ambiente — quello dei soloni dell’odio politicizzato, sempre cupi e votati alla caccia di nemici spesso immaginari — del tutto privo di ironia e senso dell’umorismo; dall’altra un cantautore che con un sorriso, un’inserzione a pagamento e una chitarra sapeva dimostrare la superiorità dell’intelligenza leggera sul dogmatismo pesante. Morsello volle segnare così, una volta di più, una distanza netta non solo sulle idee, ma sull’umanità, sullo stile e sulla libertà di spirito.
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