Sessantaquattromila detenuti a fronte di quarantaseimila posti disponibili. Con le temperature estreme di questi mesi, le condizioni delle celle, la salute mentale e persino la semplice ora d’aria si trasformano in un’emergenza nell’emergenza. È questo il quadro delineato dai dati più recenti sulla situazione carceraria, che anno dopo anno confermano un sovraffollamento costante e rendono la vivibilità all’interno degli istituti sempre più difficile.
Una testimonianza diretta
Tra chi si sta spendendo su questo fronte c’è anche Gianni Alemanno che, al termine della sua esperienza detentiva, ha raccontato di aver trascorso l’ultima notte in carcere in un vero e proprio inferno di calore. Alemanno ha ribadito il proprio impegno per riportare all’interno degli stabilimenti condizioni di stabilità che garantiscano maggiore dignità, soprattutto nei mesi estivi, quando il caldo percepito diventa insostenibile a causa del numero di persone ristrette in uno spazio minimo.
La “seconda pena” del caldo
Al di là dei temi legati all’economia, al lavoro e alla sicurezza, l’Italia si trova ad affrontare un’altra priorità che puntualmente si ripresenta ogni estate sugli organi d’informazione. Molte testate parlano di una vera e propria “pena nella pena”: al periodo di reclusione stabilito dalla magistratura si aggiunge infatti la sofferenza quotidiana di dover affrontare temperature soffocanti in ambienti ristretti, dove la mancanza di spazio amplifica inevitabilmente ogni disagio.
Il nodo della rieducazione
L’auspicio è che il Governo, attraverso lo stanziamento di fondi adeguati, intervenga delegando le Regioni ad agire sui rispettivi istituti di pena per superare queste condizioni di degrado. Il nostro sistema d’efficienza della giustizia prevede che il carcere mantenga una funzione rieducativa; appare quindi incoerente che una struttura con queste finalità continui a trascinarsi da anni problematiche strutturali mai affrontate né risolte in modo definitivo.
Manuel Zavaglia
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