Spie, agrumi e la grande retata
Ci sono pomeriggi d’estate in cui lo Stato ritrova improvvisamente la propria vocazione epica. Succede quando tre pischelli di tredici anni hanno l’ardire rivoluzionario di spremere qualche limone, aggiungere acqua e zucchero e piazzarsi sul ciglio della strada per racimolare i soldi necessari a comprare un Ciao usato. Un’operazione finanziaria di sfrontata criminalità, evidentemente minatoria per i mercati globali e per il PIL nazionale.
A quel punto entra in scena la figura immancabile della nostra modernità: il maestrino dalla penna rossa. Il cittadino modello della società cosmopolita, attento, solerte, dotato di uno spiccato senso del dovere civico che si sveglia guarda caso soltanto di fronte a bersagli alti al massimo un metro e cinquanta. Con la fermezza dei giusti, l’eroe della legalità a geometria variabile impugna lo smartphone e chiama le forze dell’ordine per denunciare l’immane illecito: vendita di limonata senza licenza d’uso, somministrazione non autorizzata di agrumi e intralcio al traffico pedonale.
Divise coraggiose
E le forze dell’ordine? Rispondono all’appello. In tempi non troppo lontani, un maresciallo di paese avrebbe liquidato la faccenda con una pacca sulla spalla, una battuta ironica e un “ragazzi, andate a giocare a pallone”. Oggi no. Oggi scatta il blitz, il verbale, il ripristino dell’ordine pubblico infranto dal contrabbando di acido citrico.
La farsa, tuttavia, sfocia nel grottesco quando si allarga lo sguardo oltre il banchetto della limonata. Perché mentre il braccio secolare della legge si abbatte implacabile sul tubetto di temperini dei ragazzini di provincia, a cento metri dalle stesse caserme, nelle piazze delle grandi città o nelle zone d’ombra delle stazioni ferroviarie, regna una tranquilla, rassegnata tolleranza. Lì, dove l’insicurezza reale e il degrado quotidiano morde la gente comune, le divise sembrano colpite da una temporanea e comodissima miopia. Il “presidio del territorio” diviene un concetto astratto, quasi filosofico, che ritrova vigore solo quando la controparte non corre veloce e non fa paura a nessuno.
Il tramonto del buonsenso comunitario
Il problema non è il singolo vigile o l’anziano risentito che chiama il 112 per sfogare le proprie frustrazioni. Il problema è la malattia morale di una società che ha disintegrato ogni forma di norma sociale informale, di buonsenso, di senso di comunità e di appartenenza condivisa, per sostituirla con un feticismo burocratico e securitario.
Quando una comunità cessa di essere tale — quando viene meno la fiducia reciproca, il costume condiviso, la capacità autonoma di regolarsi, rimproverarsi o aiutarsi senza bisogno di un timbro — l’unica cosa che resta è il legalismo cieco. In un mondo che si vanta di essere sradicato e liquido, l’unico collante residuo diventa il codice penale applicato al nulla. Per non dover gestire la complessità dei rapporti umani, si invoca l’intervento dello Stato per qualsiasi inezia, trasformando la convivenza in un perenne tribunale a cielo aperto.
Migliaia di occhi, nessuna comunità
Chi immagina che il progresso sia delegare ogni singolo aspetto della vita sociale alla burocrazia o alla forza pubblica non sta creando un mondo più sicuro, ma solo una società triste e sospettosa. Immersi in città ormai addestrate a far finta di niente, sotto gli occhi indifferenti di migliaia di telecamere di sorveglianza piazzate a ogni angolo ad anestetizzare il reale senso di sicurezza, abbiamo scambiato il controllo tecnologico per civiltà. È l’illusione di una comunità sostituita dagli algoritmi e dal feticcio della norma scritta.
Il senso del ridicolo è stato definitivamente depennato dai codici, lasciando spazio a un’autorità fortissima con i deboli e colpevolmente cieca di fronte a tutto il resto. La prossima volta che tre ragazzi provano a guadagnarsi un Ciao con la limonata, forse basterebbe comprarne un bicchiere. Ma per farlo servirebbe ancora una comunità. E quella, purtroppo, non si vende al dettaglio e non la si impone per decreto.
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