Dimenticate Oswald Spengler e i suoi tomi polverosi sulla decadenza dei valori. Oggi il tramonto dell’Occidente non ha il sapore di un nobile crepuscolo filosofico, ma il retrogusto di un couscous elettorale servito tra i templi di Agrigento. Il sipario sulla nostra civiltà si alza con il volto rassicurante di Carmela. Non una Carmela qualunque, ma Carmela Lombardi, detta Lina. Un nome che profuma di processioni, statue portate a spalla e devozione meridionale. Peccato che sotto il velo e dietro quel manifesto scritto per metà in arabo batta un cuore che guarda alla Mecca, non al Vaticano.
Il paradosso è servito: nella città che è il simbolo della classicità greca, la “sharia dei cassonetti” fa il suo debutto ufficiale. Carmela, candidata per le elezioni di maggio 2026, ci spiega con una grazia disarmante che un musulmano non butta in strada la spazzatura perché “Allah ci chiede la civiltà”. Il Corano come manuale di igiene urbana. È la da’wa che si fa strada tra i capitolati d’appalto, trasformando un precetto religioso in norma amministrativa.
Chi pensava che l’avanzata islamica fosse un’esclusiva delle nebbie di Marghera o delle municipalità veneziane, dove il PD schiera candidati bengalesi come se piovesse per garantirsi il “pacchetto voti” della moschea di turno, deve ricredersi. Il fenomeno è mutato, si è emancipato dai partiti tradizionali e ora cammina da solo, con le proprie gambe e i propri veli.
Il manifesto della Lombardi è un capolavoro di equilibrismo semantico. Quella frase, “Dio è uno solo: Allah per il musulmano, Dio per il cristiano”, è la classica trappola per allocchi occidentali. L’elettore italiano medio, imbevuto di un buonismo che rasenta l’autolesionismo, ci legge un messaggio di pace. Il musulmano, invece, sa bene che per la sua fede attribuire un figlio a Dio è il peccato supremo. È un contratto leonino: noi firmiamo la nostra resa culturale pensando di fare ecumenismo, loro sottoscrivono la propria presenza senza rinunciare a un millimetro di dottrina.
Mentre noi ci preoccupiamo di non apparire “islamofobi” — termine usato come un TSO mediatico per chiunque osi sollevare un sopracciglio — il resto d’Italia si adegua. A Monfalcone i centri islamici spuntano come funghi negli ex supermercati, a Roma nasce “MuRo27” con la mezzaluna che svetta sul Colosseo nel logo ufficiale. Obiettivo? Portare in politica idee coese con la religione, non con la Costituzione.
La differenza fondamentale, che i paladini dell’integrazione fingono di non vedere, è che il cristianesimo ha imparato a distinguere tra Cesare e Dio. L’Islam no. Per loro esiste solo il din wa dawla: religione e Stato fusi in un unico codice civile, penale e politico. Portare questo codice dentro i consigli comunali non è progresso, è un biglietto di sola andata per il Medioevo.
La nostra resa, però, non è figlia di una conquista militare, ma della nostra oicofobia: l’odio per la nostra stessa casa. Siamo quelli che nel 2016 coprirono le statue dei Musei Capitolini con pannelli di compensato per non turbare il presidente iraniano Rouhani. Non servirono i martelli dell’Isis che hanno distrutto Palmira; ci bastò il timore di offendere. Ci siamo autocensurati per paura, nascondendo duemila anni d’arte dietro un pannello di compensato.
Oggi la sinistra si trincera dietro il concetto di “Islam moderato”, una locuzione che è già di per sé una confessione. Non si è mai sentito parlare di “buddisti moderati” o “shintoisti moderati”, semplicemente perché quelle fedi non hanno nel loro DNA un progetto di conquista territoriale e sottomissione dell’infedele. L’aggettivo “moderato” è il cartello “attenti al cane” appeso al cancello: lo metti solo se sai che il cane morde.
La storia, per chi avesse voglia di studiarla, ha già dato i suoi verdetti. Nel 1979 la sinistra iraniana si alleò con Khomeini per abbattere lo Scià, convinta di poterlo usare come un utile idiota. Sappiamo tutti come è finita: Khomeini usò loro per prendere il potere e poi li appese ai patiboli nelle piazze. Noi stiamo consegnando le chiavi delle nostre città per un pugno di voti bengalesi o per un calcolo demografico disperato. Il tramonto dell’Occidente non sarà un evento cataclismatico, ma un lento scivolare nell’ombra, accompagnato dal fruscio di un velo e da un manifesto scritto in arabo su un muro di Agrigento.
Redazione
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