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Home Costume

La pandemia ha offuscato il pensiero critico 

Roberto Pecchioli di Roberto Pecchioli
17/01/2026
in Costume, Cronaca, Notizia del giorno, Politica, Società
0
La pandemia ha offuscato il pensiero critico 
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Konrad Lorenz, fondatore dell’etologia, parlava già mezzo secolo fa del deterioramento del patrimonio genetico umano. Constatava inoltre la crescente disponibilità degli uomini all’indottrinamento, frutto della moderna psicologia sociale, in particolare del comportamentismo. Il suo fondatore, John B. Watson, affermò :  datemi una dozzina di bambini e un ambiente organizzato secondo i miei principi, e sarò in grado di farne un medico, un avvocato, un artista, un imprenditore, un delinquente. Il rischio del comportamentismo, basato sul principio stimolo-reazione, è che considera gli esseri umani semplici apparati reattivi che rispondono agli stimoli come alla pressione di un bottone. 

L’esperienza della pandemia dà ragione a Lorenz : il deterioramento psichico della creatura umana – abbia ragioni genetiche o risponda a stimoli indotti – ha offuscato il pensiero critico. La maggioranza è più gregaria, più disponibile ai condizionamenti di un potere mai così potente per mezzi tecnologici e conoscenza dei meccanismi psichici. Se analizziamo ciò che è accaduto tra il 2020 e il 2022 dobbiamo ammettere che parte del danno non è stato causato dal virus ma da decisioni che hanno profondamente modificato le nostre percezioni. 

Decisioni dettate dalla paura

Nel romanzo Cecità, José Saramago immaginò un’epidemia che causava la perdita della vista, trascinando a decisioni dettate dalla paura, dalla pressione sociale  e dalla perdita del giudizio razionale. La finzione letteraria è superata dalla realtà. Allo scoppio della pandemia il mondo ha perso la trebisonda e il disorientamento persiste. I governi nel 2020 risposero all’emergenza con decisioni senza precedenti: da un giorno all’altro intere nazioni sono rimaste paralizzate, le libertà fondamentali sono state sospese, le scuole chiuse e qualsiasi atto era considerato vettore di contagio. La stessa parola contagio divenne la sinistra compagna della comunicazione pubblica e delle conversazioni private. Nulla di simile era stato previsto nei piani sanitari precedentemente elaborati; nessuna epidemia del passato, compresa l’“asiatica” del 1957, era stata gestita allo stesso modo.

L’Occidente si è comportato come se soffrisse di un’improvvisa amnesia: i protocolli sanitari, l’esperienza storica, l’ equilibrio necessario per prendere decisioni, i principi fondamentali della scienza, i diritti, sono stati sospesi e le libertà obliterate. Tutto ciò che era considerato normale diventava sospetto, pericoloso. I pochi che hanno seguito le prescrizioni del passato erano considerati irresponsabili. In realtà era saltato il copione che stabiliva il quadro d’azione nelle nostre società. Poche analisi hanno indagato le cause che hanno portato a quel cambio di paradigma. Senza comprenderle, siamo condannati a ripetere gli stessi errori. La pandemia è stata la tempesta perfetta, l’innesco di processi culturali, politici, psicologici e legali che si stavano preparando da decenni, esplosi ( o fatti esplodere) tutti insieme, forze combinate che hanno trasformato la pandemia in un esperimento psicosociale globale.

I disastri e le catastrofi sono prevedibili?

L’atteggiamento della società nei confronti dei disastri, il concetto stesso di catastrofe, sono cambiati negli ultimi decenni. Nelle società antiche le disgrazie venivano attribuite a un colpevole; ogni morte poteva essere prevenuta, in teoria, attraverso rituali o incantesimi. La modernità ha comportato l’abbandono del pensiero magico e l’accettazione dell’imprevedibilità degli eventi. Sono emersi concetti come incidente o disastro naturale, fenomeni in cui non si può ricercare la colpa umana. Tuttavia nell’ultimo tratto del XX secolo l’Occidente è regredito a modi premoderni di concepire il rischio: gli incidenti sono stati considerati prevedibili e le catastrofi segni che qualcuno non aveva fatto il possibile per prevenirle. È emersa una cultura della colpa che rifiuta la casualità, moralizza il rischio e cerca un responsabile per ogni evento. Una sorta di ritorno al pensiero prelogico che l’antropologo Lucien Lévy-Bruhl attribuiva ai primitivi. 

La cultura della colpa

A tutto questo si aggiungono profondi cambiamenti culturali. I progressi tecnologici alimentano l’illusione che tutto può essere controllato. L’aumento della ricchezza e della sicurezza riduce la tolleranza al rischio. La natura è stata idealizzata come un sistema prevedibile, benigno, manipolabile. La morte, presente e visibile per millenni, è stata rimossa, nascosta negli ospedali. Oggi non appare un elemento del ciclo vitale, bensì un evento eccezionale, intollerabile. Tutto ciò plasma una nuova mentalità  segnata dalla difficoltà di accettare gli accadimenti senza cercare immediatamente un colpevole. Sono aumentate le cause legali per fatti prima ritenuti inevitabili. E’ emersa una medicina difensiva: temendo conseguenze, i sanitari hanno iniziato a prescrivere esami non necessari e prescrivere trattamenti che danneggiavano il paziente ma proteggevano il professionista.

Quasi tutti i responsabili hanno ritenuto prudente adottare la strategia pandemica che meglio tutelava i loro interessi. Nella cultura della colpa mantenere una politica equilibrata, rispettare le libertà e fare appello alla responsabilità individuale richiede un coraggio estraneo all’occidente odierno. Il lockdown è stato solo l’inizio: lungi dal calmare la popolazione, ha innescato un circolo vizioso tra misure estreme e paura sociale, generando un cortocircuito culminato in isteria collettiva. La pandemia ha scavato una società profondamente immersa nella cultura della colpa. Il confinamento generalizzato imposto dalla Cina può essere considerato un eccesso autoritario. Ma quando l’Italia ha preso uguale decisione, la misura rientrava nella facoltà di imporre tutto ciò che poteva essere imposto. Il potere, sulla difensiva, ha preso decisioni estreme, ingiustificabili ad un’analisi razionale, utili per evitare le accuse. Le misure draconiane hanno funzionato come antichi incantesimi: non hanno risolto il problema, ma scaricato le responsabilità.

Il rischio percepito e la paura

Il SARS-CoV-2 era un virus che poteva causare danni molto gravi agli anziani e alle persone vulnerabili, ma era relativamente lieve per la maggior parte della popolazione.  Tuttavia, il rischio percepito è salito alle stelle, ben oltre il pericolo effettivo perché la mente umana non è attrezzata per valutare rischi complessi. Analizzarli richiede tempo e confronto sereno. Meglio le scorciatoie. Una è interpretare la gravità del pericolo in base al livello delle misure adottate. Il ragionamento implicito era: se il governo agisce in modo così sproporzionato, il rischio deve essere immenso. Il panico ha spinto la popolazione a chiedere misure più severe; per la loro straordinarietà queste hanno ulteriormente rafforzato l’idea dell’enormità della minaccia.

La paura ha intensificato le restrizioni, le quali hanno alimentato i timori perché il coprifuoco, le strade vuote e l’obbligo di indossare le mascherine hanno agito come promemoria visivi del pericolo. Molti speravano di placare la paura con misure sempre più radicali, per scoprire che in realtà la aumentavano. Lo spettacolo orribile dell’intera cittadinanza in maschera trasportava in un film horror.

Inverando la credenza ripetuta

A questo si sono aggiunte le “cascate di disponibilità” (availability cascade) il fenomeno psicologico per cui una credenza diventa plausibile e diffusa a causa della ripetizione, in un ciclo che si autoalimenta. Le persone la adottano perché la sentono citare spesso, indipendentemente dalla sua veridicità. Durante la pandemia il dissenso ha avuto un alto costo morale: chiunque mettesse in discussione i lockdown è stato accusato di irresponsabilità o peggio. Molti che giudicavano le misure sproporzionate hanno scelto di rimanere in silenzio; altri sono stati censurati, creando una falsa unanimità. Il fenomeno è stato particolarmente grave nel mondo accademico perché la scienza avanza solo attraverso il dibattito e il confronto: quando si riconosce una sola versione e le opinioni divergenti vengono messe a tacere, la conoscenza cede al dogma. 

Il dibattito pubblico è stato soppresso.  Il risultato è stata una forma estrema di pensiero di gruppo, in cui la maggioranza si è intrappolata in un’atmosfera intensamente emotiva che inibisce il giudizio critico e costringe ad adottare i punti di vista dominanti. L’ idea che la diffusione della malattia generi un’immunità naturale, un principio fondamentale della biologia, è diventata un tabù innominabile. Due anni dopo l’inizio della pandemia, nonostante la vaccinazione di massa e l’attenuazione del virus, molti sono rimasti ossessionati dall’idea di combattere a qualsiasi costo un’infezione ritenuta inevitabile. L’ impossibile aspirazione a “zero Covid” ha un’origine ben nota all’economia comportamentale: è il bias (falso giudizio) del rischio zero. La parte impulsiva del cervello vuole eliminare un rischio specifico perché questa operazione offre una momentanea tranquillità. La cultura della colpa ha amplificato questo bias, trasformando la soppressione del virus in un obbligo morale, con colossali costi sociali.

Emergenze e spazi del Potere

Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza una precedente normalizzazione dell’emergenza. Per decenni le democrazie hanno ampliato le condizioni per la sospensione dei diritti. In passato le circostanze eccezionali erano riservate alle guerre; negli ultimi anni sono state invocate per un’ampia varietà di eventi. Ma ogni emergenza crea un precedente e amplia ulteriormente lo spazio del potere.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 la tendenza ha accelerato e la pandemia l’ha cristallizzata in una guerra al virus che ha permesso la sospensione indefinita dei diritti. Il fatto più sorprendente non è la risposta durante la pandemia, ma la mancanza di riflessione successiva. Placata la paura e dissipate le emozioni più intense, ci si sarebbe aspettati una valutazione critica. Questa analisi non è mai arrivata o è stata distorta. Se l’autocritica è uno dei punti di forza dell’Occidente, motore di progresso, perché è rimasta assente?

Pandemia specchio della fragilità dell’Occidente

Forse perché riesaminare l’accaduto impone di ammettere che parte del danno non è stato causato dal virus in sé, ma da decisioni sconsiderate e sproporzionate. Questo produrrebbe dissonanza cognitiva: dopo aver accettato enormi sacrifici (confinamento, libertà limitate, vita sociale paralizzata), la mente preferisce ingannare se stessa, aggrapparsi alla convinzione che le restrizioni subite fossero essenziali, poiché riconoscere il contrario produce disagio e mina l’autostima. La comunità scientifica non si è aperta al dibattito. Tace perché è imbarazzante ammettere che voci prestigiose sono state zittite e ipotesi spacciate per certezze. 

La pandemia è stata lo specchio delle fragilità culturali, politiche ed emotive dell’Occidente contemporaneo: la difficoltà a tollerare l’incertezza, l’ossessione del rischio zero, la tendenza a cercare capri espiatori anziché soluzioni e l’accettazione acritica della sospensione indefinita dei diritti. Senza comprendere le nostre debolezze, la prossima crisi ci troverà vulnerabili come nel 2020. L’epidemia è finita, ma la cecità non si è dissipata. La nebbia è calata sul pensiero critico. 

Roberto PECCHIOLI

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