La più flebile delle passioni umane è l’amore per la verità. (A.E. Housman)
Aristotele diceva che “tutti gli esseri umani vogliono sapere”. Ma la nostra esperienza dice che tutti gli esseri umani vogliono anche non sapere, talvolta con accanimento. Questo è sempre stato vero, ma in certi periodi storici – e noi viviamo in uno di questi – la negazione delle verità evidenti sembra prendere il sopravvento, come se un morbo della mente si stesse diffondendo non si sa come e l’antidoto improvvisamente non funzionasse più.
Folle ipnotizzate seguono profeti strampalati, voci irrazionali scatenano atti fanatici e il pensiero magico scalza buonsenso e competenza. Si possono sempre trovare cause dirette di tali ondate di resistenza alla verità, che si tratti di eventi storici, cambiamenti sociali o nuove correnti intellettuali e religiose che promettono una fuga dalla realtà. La fonte però è più in profondità, è in noi stessi e nel mondo che non si piega ai nostri desideri.
Il disincanto e il No interiore alla conoscenza
Il mondo è un posto recalcitrante e contiene cose che preferiremmo non dover riconoscere. Alcune sono verità scomode su noi stessi: quelle sono le più difficili da accettare. Altre sono verità sulla realtà esterna che, una volta rivelate, ci rubano convinzioni e sentimenti che in qualche modo hanno reso la nostra vita migliore, più facile da vivere, o almeno così crediamo. L’esperienza del disincanto è tanto dolorosa quanto comune e non sorprende che un verso di una poesia inglese, dimenticata per tutto il resto, sia diventato un detto comune: Ignorance is bliss, cioè beata ignoranza.
Fu il poeta Thomas Gray a coniare l’espressione, ma la descrizione che Friedrich Nietzsche fa di cosa voglia dire abbracciarla è memorabile. Alla pulsione verso la conoscenza – scriveva – si oppone: una pulsione apparentemente opposta, una decisione che irrompe improvvisa in favore dell’Ignoranza, un’esclusione deliberata, una chiusura delle proprie finestre, un No interiore a questo o a quello, un rifiuto a lasciare che le cose si avvicinino, una specie di atteggiamento di difesa contro gran parte di ciò che è conoscibile, una soddisfazione per l’oscurità, per l’orizzonte limitato, un Sì e un Amen all’ignoranza.
L’odio dell’Io contro la verità sgradita
Mark Lilla, ne “L’estasi dell’ignoranza: La tradizione occidentale della non conoscenza” (Luiss University Press) ci invita a considerare questo passo dei “Pensieri” di Blaise Pascal e domandiamoci se non inquadri un sentimento che è affiorato in noi a un certo punto, o se sia un atteggiamento che abbiamo osservato in altre persone.
“L’io vuole essere grande e si vede piccolo; vuole essere felice e si vede infelice; vuole essere perfetto e si vede pieno di imperfezioni; vuole essere l’oggetto dell’amore e della stima degli uomini e vede che i suoi difetti meritano solo la repulsione e il disprezzo degli uomini. L’imbarazzo in cui si trova produce in lui la passione più ingiusta e criminale che si possa immaginare, poiché concepisce un odio mortale contro questa verità, ammonendola e convincendola dei suoi difetti. Vuole annientare questa verità, ma non riuscendo a distruggerla nella sua essenza, la distrugge il più possibile nella propria conoscenza e in quella degli altri”.

False opinioni, psicologia e il limite di Edipo
Kant una volta osservò acutamente che “gli ignoranti non hanno alcun concetto della propria ignoranza perché non hanno alcun concetto della conoscenza”. Gli atei che trovano conforto in un mondo senza conforto troverebbero molto spiacevole scoprire che il Dio della Bibbia, in effetti, esiste. Il loro piccolo mondo interiore crollerebbe. Se la ricerca della verità avvenisse in uno stato di totale ignoranza, non ci sarebbe ragione o occasione di resistere. Non è questo il nostro caso. Al contrario, quasi tutte le indagini cominciano da false opinioni ricevute in cui si ha un interesse emotivo. Per questo il filosofo deve anche essere uno psicologo quando discute con gli altri, o anche con sé stesso.
Nessuno può avere un’opinione al posto nostro. È nostra, o meglio, è un’estensione del nostro io, una protesi. Quando viene attaccata o respinta, sentiamo che qualcosa di intimo è stato toccato. E quando non regge, proviamo vergogna. Socrate riteneva che non si dovesse vergognarsi di sbagliare, ma solo di quando si fa il male. Aveva ragione. Ma non è così che ci sentiamo all’inizio, soprattutto quando qualcun altro rivela i nostri errori. Non dobbiamo mai dimenticare la lezione di Edipo: gli impulsi a confrontarsi con la verità o a fuggirla sono presenti in tutti noi. Più la verità è dura, maggiore è la tentazione di sfuggirle.
La via del realismo e la tuttologia dei social
Consideriamo quelle durissime che abbiamo incontrato nel nostro cammino. La verità che non saremo mai in perfetta sintonia con noi stessi e che la nostra necessariamente imperfetta conoscenza di noi distorcerà e restringerà sempre la conoscenza del mondo. La verità che non esiste alcun percorso “alternativo” verso una sapienza esoterica che ci liberi dalle incertezze intrinseche della conoscenza e dell’azione umane, ma solo il realismo aristotelico tomista porta all’unica grande Verità, che è Dio.
Max Del Papa, nel suo recente libro “Schiavi” attacca duramente la democrazia liberale. Si pensa e si desidera sapere la verità in essa spesso malcelata? No, ciascuno compie elucubrazioni senza metodo che poi sfoga sui social come fossero le genialate che risolvono i problemi dell’umanità. È un’altra forma di degenerazione dell’Io che produce la tuttologia inventata su ciò che, fondamentalmente, non si conosce, non si vuole sapere, o non se ne hanno i mezzi, creandosi la frustrazione di non riuscire a trovare fonti serie ed attendibili.
Il paternalismo autoritario e l’uomo differenziato
Cosa rimane delle democrazie garantiste? “L’esperimento sotto pandemia è servito ad alimentare una percezione nuova, dei diritti come concessi e a caro prezzo. Oggi siamo al ritorno del paternalismo autoritario per cui è il potere verticale, è lo Stato, sono le istituzioni burocratiche interne e sovranazionali a dirci cosa possiamo e non possiamo, non dobbiamo fare, come percepirci, come muoverci”. Attraverso la tecnologia arrivano nelle case di tutti pianificandone o indirizzandone la vita quotidiana, che non ha più bisogno di conquiste perché ha sempre la pappa fatta.
Affidarsi alla Verità, desiderando di approfondirla costruisce l’uomo differenziato di cui ho scritto nel mio ultimo libro “All’Estrema destra del Padre” (ed. solfanelli, 2025, pag. 158) e lascia fuori dall’animo l’omologazione culturale imposta dal Pensiero unico. Lo capì, pur rimanendo laico e liberale, ma onesto intellettualmente, Benedetto Croce, che nel suo celeberrimo “Perché non possiamo non dirci cristiani” (ed. Passerino), che il Prof. Galimberti dovrebbe leggere con gli occhi della mente e del cuore, scrive la sua nota tesi.
Benedetto Croce e il primato della rivoluzione cristiana
“Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di consequências, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo. Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate.
Tutte, non escluse quelle che la Grecia fece della poesia, dell’arte, della filosofia, della libertà politica, e Roma del diritto: per non parlare delle più remote della scrittura, della matematica, della scienza astronomica, della medicina, e di quanto altro si deve all’Oriente e all’Egitto. E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, in quanto non furono particolari e limitate al modo delle loro precedenti antiche, ma investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato perché l’impulso originario fu e perdura il suo”.
Matteo Castagna
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