Una concisa rappresentazione della parabola del mondo moderno, colto nel suo profilo politico-istituzionale, consente di individuare, fin dai primordi che ne fissarono le future direzioni, la grande rilevanza da esso conferita alle singole realtà nazionali.
Gli albori della modernità furono caratterizzati dalle accresciute prerogative dei particolarismi territoriali che, a seconda delle peculiari contingenze storiche in cui prosperarono, assunsero ora la dimensione di Signorie e Principati, ora la conformazione di più vasti nuclei aggregativi, tendenti a divenire, attraverso una lenta e tenace opera di centralizzazione politica e amministrativa, veri e propri Stati nazionali.
Assurgendo al ruolo di entità autonome, proiettate in funzione della compiutezza di un saldo e potente assetto statuale, le nazioni cessano di porsi come le composite articolazioni coralmente partecipi della superiore unità, preposta a garantire la permanenza dei loro caratteri specifici nel quadro sacrale e gerarchico della res-publica christiana.
L’universalismo medievale, frainteso dalle interessate ricognizioni manipolatorie dei professionisti della falsificazione storica, escludeva, in ragione dei suoi essenziali presupposti religiosi, la indiscreta sollecitudine, (tipicamente moderna), di uniformare i diversi aspetti della realtà alle strutture di un ordine falso e oppressivo.

Nel contesto segnato dalla ricerca non sempre agevole di un contemperamento fra le attribuzioni pertinenti ai “due Soli”, la partecipazione dell’uomo alla propria dimensione comunitaria non è commisurata all’adozione di astratte e cerebrali convenzioni; essa presuppone piuttosto il riconoscimento delle particolari e differenziate realtà storiche, svolgenti la funzione di parti complementari di un organismo vivificato dalla fede cristiana e proteso a valorizzarne lo spirito ascetico e combattivo.
Le nazioni, consolidatesi politicamente per effetto del progressivo scompaginamento dell’ecumene medioevale, si tramutano, con ritmo crescente, in centri catalizzatori della vita religiosa e culturale dei popoli; presentando i tratti qualificanti di realtà concluse in una definita e distinta cornice statuale, il loro dinamismo pare sollecitarle ad acquisire una decisa preponderanza rispetto ad ogni tradizione ad esse preesistente.
La delimitazione delle nazioni in un contesto tendenzialmente autoreferenziale riassume la direzione anti-universalistica della modernità, che nel protestantesimo attinge una delle sue manifestazioni più rappresentative e gravide di ulteriori sviluppi.
L’attuale fase crepuscolare dell’Occidente post-moderno vede il tramonto degli stati nazionali, retrocessi a trascurabili appendici di un potere finanziario, propenso ad azzerarne funzioni e legittimità.
Il ribaltamento della preminenza da essi conseguita nei secoli immediatamente posteriori alla fine del Medioevo, conferma la fondamentale unitarietà del mondo moderno: tanto la sua originaria dimensione progettuale, quanto il suo fatale esaurirsi nelle secche di un’impetuosa e impietosa corrente dissolutoria, rispecchiano una concezione della politica come sfera autosufficiente, estranea all’esercizio di una carità, sostanziata in primis et ante omnia di una vigile e convinta adesione ai disegni di Dio.
In riferimento alla situazione italiana, suonano del tutto velleitari i richiami al concetto di nazione di una destra conservatrice che, incapace di pervenire ad una puntuale e soddisfacente individuazione della tradizione italiana, non disdegna talvolta di appellarsi a fantomatici “valori cristiani”, adibiti in salsa liberal-massonica; preoccupata di ammantarsi del suo perbenismo anti-fascistico, essa omaggia l’anemico feticcio resistenzial-repubblicano, accantonando, sulla scorta del pluridecennale obblio ecclesiastico della Regalità sociale di Gesù Cristo, il dovere degli Stati (oggi pressoché estinti) di prestare pubblicamente culto al vero Dio.
Appare evidente che, per aggirare il vicolo cieco creato e alimentato dal laicismo agnostico, non è sufficiente limitarsi al piano dell’azione politica; la rinascita di una res pubblica christiana esige anzitutto adesione e corrispondenza all’opera della Grazia e si esprime in quella “conversione – rivoluzione” che, come ha lucidamente precisato Fausto Belfiori, culmina in una “riconquista del senso della vita, con la vittoria sulle passioni, con la sconfitta dell’egoismo in tutti i suoi recessi e manifestazioni, con la riscoperta delle connessioni tra l’uomo e il soprannaturale”.
Paolo Rizza
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