Il ruolo della guerra psicologica e le istituzioni
La centralità della guerra psicologica messa in atto dai servizi segreti americani, italiani (in gran parte ad essi collegati) e dai loro alleati, può apparire una risposta plausibile, per quanto non sia l’unica. Rimane, senza ombra di dubbio, l’arma potentissima che può venire utilizzata da persone inadeguate, ciniche e irresponsabili, i cui effetti possono causare milioni di morti ed affezioni psichiche in grado di condizionare intere generazioni.
“Il nostro è un paese la cui storia è fin troppo condizionata dall’influenza dei poteri criminali e dalle loro strategie stragiste, una storia unica nel panorama delle democrazie occidentali” – scrisse Antonio Ingroia nel 2012.
Di fronte a questa influenza pare, purtroppo, altrettanto strutturale l’incapacità, e addirittura la mancata volontà, di gran parte dei politici di farvi fronte, per i più svariati motivi: paura di ritorsioni, Sistema intricato e tentacolare, ampiamente consolidato, e collusione, nei casi più gravi.
Il convegno del Pollio e la guerra allargata
Dal 3 al 5 maggio 1965 l’Istituto Pollio organizza a Roma, all’Hotel Parco dei Principi, un convegno sulla guerra rivoluzionaria che ha lo scopo di promuovere tecniche di guerra psicologica finalizzate a fermare l’avanzata elettorale del Pci riducendo drasticamente l’influenza della sinistra sugli assetti politici nazionali.
La presidenza del convegno è composta dal consigliere della corte d’appello di Milano Salvatore Alagna, dal generale dei paracadutisti Alceste Nulli-Augusti e dal maggiore Adriano Magi Braschi che, nella sua relazione, evidenzia come: “Determinante è l’azione militare, lo si sa, l’han detto tutti. È l’azione militare. Ma non è soltanto l’azione dei militari…
La guerra non è più soltanto militare. È “anche” militare, ma è economica, è sociale, è religiosa, è ideologica. Se dalla Seconda guerra mondiale sono usciti gli Stati Maggiori integrati, cioè gli Stati Maggiori che comprendono personale di più nazioni: questa guerra vuole gli Stati Maggiori allargati, gli Stati Maggiori che comprendano civili e militari contemporaneamente” (Aldo Giannulli, 2011, pag. 123).
La nascita del SID e lo scandalo del SIFAR
Il 18 novembre 1965, con il decreto del presidente della repubblica n. 1477, nasce il SID (Servizio Informazioni della Difesa), cui a capo viene nominato l’ammiraglio genovese Eugenio Henke. Ancora una volta la decisione non viene presa coinvolgendo le istituzioni democratiche del Paese, ma attraverso un’incostituzionale circolare interna del ministro della Difesa Giulio Andreotti.
Una «manina» fa giungere alla stampa i dettagli del “Piano Solo”. L’Espresso, il 14 maggio, esce con un articolo del giornalista Lino Jannuzzi dal titolo: «Finalmente la verità sul SIFAR. 14 luglio 1964: complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato».
La settimana successiva un altro articolo del settimanale titola: “Fatti del luglio 1964. Ecco le prove”. Giulio Andreotti, ministro della Difesa dal 1959 al 1966, incalzato dalla stampa, risponde di non sapere nulla e di non essersi mai occupato di servizi, sottolineando come un ministro non debba necessariamente conoscere l’operato degli organismi a lui subordinati (sic!).
Le reazioni dei protagonisti e la loggia P2
Il generale De Lorenzo, preoccupato dallo svolgersi degli eventi, querela l’Espresso; minaccia, in caso di sua incriminazione, di chiamare in causa il presidente della repubblica Segni e, temendo l’arresto, si fa eleggere deputato nelle file del Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (PDIUM) per potersi avvalere dell’immunità parlamentare.
Anche Allavena, che nel 1965 era stato nominato a capo del Sifar, dopo aver fatto sparire i dossier più scottanti, consegnati a Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, cui Allavena aderisce con la tessera n. 1615 e il codice E1887: «per sottrarsi agli interrogatori si fa ricoverare al reparto neurologico dell’ospedale militare del Celio, ma viene ritenuto in possesso delle susseguenti facoltà mentali e spirituali».
I lavori della Commissione d’inchiesta
L’opinione pubblica, profondamente colpita dalle rivelazioni della stampa, chiede con forza l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta, ma il Governo tenta di minimizzare ed insabbiare il tutto.
Solo nel 1969, dopo 5 anni ed un cambio di governo, verrà istituita la Commissione bicamerale d’inchiesta sullo scandalo Segni-De Lorenzo.
A presiederla fu l’On Giuseppe Alessi, iscritto prima al partito popolare di don Luigi Sturzo e poi, dal 1943, alla Democrazia Cristiana (la cui sezione siciliana viene fondata nel suo studio), nonché legato a Segni da vincoli di affetto.
A rappresentare il Governo davanti alla Commissione viene chiamato il sottosegretario alla Difesa Francesco Cossiga, sodale con Segni sin da quando, nel 1948, aveva ricevuto mitra e bombe per difendere la sede del partito dal potenziale assalto dei comunisti.
Il fallimento istituzionale e la rimozione del segreto
La Commissione di inchiesta ottiene ben poche informazioni su quanto realmente successo, con la conseguenza che, la relazione finale, riduce il “Piano Solo” all’ipotesi di una situation di emergenza che avesse obbligato l’Arma dei Carabinieri ad assolvere, da sola, la responsabilità dell’ordine pubblico e del libero funzionamento dei poteri legittimi.
Dalle indagini della magistratura e della Commissione parlamentare pertanto, in quegli anni, nulla trapela. Pare strano, ma la sorte delle Commissioni parlamentari di inchiesta, a partire da questa, è sempre stata un fallimento.
Per sapere la verità su quanto accaduto il 14 luglio 1964 si dovrà attendere più di un quarto di secolo, ovvero sino al 1990, anno in cui il Governo decide di rimuovere il segreto di stato.
Il Piano Solo e la rendita paranoica
Si avrà modo di scoprire che gli omissis apposti da Cossiga nascondevano non solo deviazioni, abusi e gravissimi reati penali ma, soprattutto, nascondevano il testo del “Piano Solo” e la relativa documentazione, nella quale si trovava conferma che era stato predisposto un piano:
«… con modalità che si ponevano al di fuori dell’ordinamento costituzionale» per attuare, nel 1964, un vero e proprio colpo di Stato militare, nel caso in cui il Governo di centro sinistra (presieduto da Aldo Moro) non avesse ridimensionato le sue istanze riformiste.
L’on. Cossiga, che con tanta cura aveva posto gli omissis sui gravi reati ed il tentato colpo di Stato, nel 1985 viene eletto presidente della repubblica, ovvero garante di quella Costituzione, l’attentato alla quale, vent’anni prima, aveva nascosto.
Secondo Luigi Zoja: “Grazie a una perversa combinazione di progresso negli armamenti e nei media, la modernità ha offerto a politici psicopatici e paranoici crescenti occasioni per creare fatti irreversibili. Si tratta di far scorrere il primo sangue e di farlo sapere: da quel momento e per un certo tempo questi capi perversi potranno contare su una rendita paranoica nella società”.
La strategia della tensione e la guerra rivoluzionaria
Aldo Moro dirà: “Per quanto riguarda la strategia della tensione, che per anni ha insanguinato l’Italia, pur senza conseguire i suoi obiettivi politici, non possono non rilevarsi, accanto a responsabilità che si collocano fuori dell’Italia, indulgenze e connivenze di organi dello Stato e della Democrazia Cristiana in alcuni suoi settori”.
La prospettiva di un accordo tra il governo di centro-sinistra, l’industria, il PCI e i sindacati, per sopire la conflittualità sociale e completare il programma delle riforme, è un pericolo da scongiurare a qualunque costo; e una nuova e crudele guerra ha inizio. Le tecniche con cui condurla sono quelle esposte con chiarezza da Guido Giannettini – la cui relazione al Parco dei principi aveva entusiasmato così tanto i vertici militari, da assoldarlo come collaboratore dei servizi segreti – e che consta dei seguenti punti fondamentali:
- La guerra rivoluzionaria: trasforma l’uomo stesso in arma, sia che l’interessato ne abbia coscienza, o meno. Nel secondo caso, l’uomo-arma diviene palesemente un “robot”; ma anche nel primo, finisce spesso per diventarlo perché, se conserva la coscienza del proprio stato, rinuncia tuttavia a una volontà propria, e quindi rinuncia ad essere libero;
Tecniche di preparazione e propaganda psicologica
- Preparazione: … Anzitutto… si sceglie il gruppo (o i gruppi) da attaccare. Può essere, in linea di larga massima: politico, culturale, religioso, etnico, di classe. Possono essere presi in esame anche gruppi di tipo diverso come ad esempio: gruppi di lavoro (burocrazia, scienziati nucleari, militari, magistrati, etc.), gruppi di generazione (giovani)… Individuati i gruppi su cui si intende operare, vanno delineati gli scopi…;
- Propaganda: … Ad ottenere gli scopi prefissi, occorre servirsi (con la dovuta accortezza) dei metodi. La propaganda, cioè non deve basarsi sul ragionamento, ma colpire attraverso elementi irrazionali, inconsci. Da qui la necessità di preferire al ragionamento lo “slogan”, il “simbolo”, qualcosa che evochi concetti ed esigenze elementari strettamente connesse alla natura dell’uomo o del gruppo interessato… sostengono i maggiori teorici di propaganda e di psicologia sociale, non basta affatto presentare tesi positive, ma è necessario dare in pasto alle masse dei feticci da abbattere.
La distruzione dell’avversario tramite lo slogan
L’avversario va identificato e segnato a dito; se poi non ha un volto ben preciso, tale volto gli va senz’altro attribuito, che sia naturalmente brutto, stupido, ridicolo, mostruoso. La gente deve imparare a odiarlo. Deve essere tale che non può non odiarlo…
Qui ci si avvale di una tecnica fondamentale della propaganda: l’uso del simbolo o dello slogan, in luogo del ragionamento… va ricordato che lo slogan, il simbolo, la terminologia devono essere intelligenti. Cioè evocare un mito, un’idea, una forza.
Non è necessario che il mito sia giusto, bello, morale, o vero: basta che colpisca, che sia convincente, che sia verosimile. Convincente, come abbiamo già detto, non sul piano razionale, ma su quello emotivo, inconscio.
Deve colpire, e colpire forte, magari allo stomaco. Colpire per la sua incisività. E quando questa venga a mancare, colpire per qualche particolare trovata a effetto…; metodi scientifici appositamente studiati dai tecnici della propaganda e della psicologia sociale…
L’infiltrazione e la creazione di organizzazioni parallele
- Infiltrazione: … costituzione di un partito o sua trasformazione, creazione di organismi «camuffati» di fiancheggiamento del suddetto… organizzazioni parallele di tipo diverso. Tali organizzazioni devono essere in grado di affrontare con probabilità di successo singole battaglie su temi apparentemente apolitici, combattute caso per caso, quasi a compartimenti stagni (il coordinamento, indispensabile, va tenuto al vertice e dietro le quinte). Si tratta, ad esempio, di associazioni “per la pace”, “per l’amicizia con l’URSS” o “con la Cina”, “per la libertà algerina”, per i diritti di qualcuno contro l’oppressione o le prepotenze di qualcun altro.
Ora, poi, non ha nessuna importanza il fatto che il partito così ferocemente “pacifista” disponga (lui in proprio, o i suoi padroni) di formidabili armamenti, così come non importa affatto che l’ottenimento della libertà per un lontano popolo consista, in pratica, soltanto nell’imporre a questo una spaventosa oppressione; non importa che i diritti richiesti per qualcuno siano eccessivi o ingiustificati; non importa che il governo cosiddetto «oppressore» (di solito, straniero e molto lontano) contro cui si tuona, in realtà non opprima nessuno.
Il condizionamento delle masse e gli utili idioti
Al limite, non importerebbe neppure se il lontano popolo «oppresso» non esistesse per niente: sarebbe sufficiente che la gente potesse credere ciecamente alla sua esistenza, senza il rischio di clamorose e controproducenti smentite.
In verità, per la creazione di efficaci organizzazioni parallele interessa una cosa sola: radunare degli “utili idioti” che si agitino, creando situazioni e stati d’animo senz’altro artificiosi, ma favorevoli alla guerra rivoluzionaria.
Stati d’animo che poi, persistendo e divenendo abitudinari, cessano di essere artificiosi e vengono accettati come una seconda natura, appunto per quel processo dei riflessi condizionati reso celebre da Pavlov.
Non importa neppure che gli “utili idioti” credano nelle idee a cui giovano, per esempio nel comunismo, come è il caso della guerra rivoluzionaria di oggi. Possono svolgere la loro funzione per fede, oppure per una qualche convenienza, specificatamente per danaro, o per idiozia pura e semplice.
In quest’ultimo caso rientrano anche coloro che sono “utili idioti” senza saperlo, divenuti cioè uomini-arma inconsci… Ad essi non si richiede neppure una stretta ortodossia sul piano della propaganda; anzi, al contrario, qualche eresia messa lì come una ciliegina sul gelato dà l’impressione che si tratti di uomini livre.
I social network come moderni sfogatoi di massa
In effetti, a chi muove i fili della guerra rivoluzionaria basta che costoro si agitino secondo il piano generale (che nella massima parte dei casi non conoscono) e che si battano per affermare determinati miti, con l’ausilio di pochi slogan efficaci.
L’azione dei social è maestra in questo: nel pubblico sfogatoio emergono valanghe di “utili idioti”, quasi tutti inconsapevoli, che si credono grandi politologi, vengono attenzionati da chi di dovere e, infine, intruppati nel “dissenso controllato”, come avvenne in epoca Covid e, prima ancora, col “grillismo”, contenitore di masse arrabbiate contro la Casta, speranzose di un cambiamento che era solo uno slogan, rivelatosi funzionale a tenere un elettorato in più ad una sinistra, numericamente sempre più perdente.
Tutte le altre elucubrazioni più o meno intellettualistiche non hanno importanza, perché la massa le dimentica ancora prima di averle apprese, come tutte le cose troppo logiche o troppo difficili.
E, lo si tenga ben presente, la propaganda va rivolta soprattutto alle masse perché esse hanno ormai assunto nella società di oggi una importanza che sarebbe errato trascurare. Di solito si inizia con la stampa: non è difficile collezionare “intellettuali” a tendenza radicale, affidare loro un giornale o una rivista mantenendone il controllo diretto o indiretto finanziarlo, diffonderlo, affermarlo;
Le due facce del terrorismo e la destabilizzazione globale
- Terrorismo: Quanto al terrorismo va precisato che può essere di due tipi: terrorismo indiscriminato e terrorismo selettivo. Il primo consiste in bombe fatte esplodere in uffici o locali pubblici, nella strada, negli assembramenti di folla, o nell’abbattere a caso gente a colpi di arma da fuoco…
Il terrorismo selettivo, invece, si effettua eliminando determinati uomini scelti accuratamente per una serie di motivi: o perché potrebbero essere utilizzati dagli avversari, o perché la loro scomparsa paralizza (o rallenta) la macchina organizzativa avversaria, oppure perché, essendo moderati e moderatori, impediscono dall’altra parte l’estremizzarsi della lotta, o anche, infine, perché comunque la loro scomparsa può provocare pesanti rappresaglie che alimentano sempre di più la tensione, creando un fenomeno irreversibile che tende alla guerra civile. E quel periodo di follia, che passerà alla storia come strategia della tensione, ebbe inizio. (Cfr. il libro “Psyops” di Solange Manfredi, 2014 ove tutto questo si ritrova con innumerevoli altri documentati dettagli)
Nella recente iniziativa del Segretario di Stato americano Marco Rubio si potrebbe intravvedere la volontà di fermare sul nascere entrambe le forme di terrorismo, che in ogni parte del mondo, per un motivo o per l’altro, porta a guerriglie urbane, occupazioni, disordini, traffici e connivenze pericolose da parte del “Movimento Antifà” o, meglio, i capi, i finanziatori e la manovalanza di frange risorte di una nuova forma di Brigate Rosse/arcobaleno e woke, pronte a destabilizzare, col terrorismo di entrambe le facce, l’ordine costituito.
Matteo Castagna
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