L’articolo del Secolo d’Italia dedicato alle 71 grazie concesse dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso dei suoi mandati riporta inevitabilmente l’attenzione sul caso del gioielliere Mario Roggero, per il quale diverse forze politiche hanno invocato un provvedimento di clemenza.
Un tema delicato, che merita però una riflessione più ampia, al di là delle inevitabili contrapposizioni politiche. Anzitutto è opportuno ricordare un aspetto che, nel dibattito pubblico, viene spesso trascurato. La grazia non è un quarto grado di giudizio e neppure uno strumento attraverso il quale correggere le decisioni dei tribunali.
Nelle mani di Mattarella
È una prerogativa costituzionale del Presidente della Repubblica, esercitata sulla base di valutazioni che riguardano il singolo caso e che tengono conto di circostanze personali, umanitarie o eccezionali. Non è, né potrebbe diventare, la risposta automatica a ogni vicenda che susciti emozione o mobiliti l’opinione pubblica.
Ogni volta che un commerciante, un imprenditore o un semplice cittadino finisce coinvolto in una vicenda giudiziaria dopo aver reagito a una rapina o a un’aggressione, il caso assume immediatamente una dimensione politica.
Si susseguono dichiarazioni, appelli, promesse di riforme, richieste di intervento e, in alcuni casi, richieste di grazia. Per qualche settimana quel nome diventa il simbolo di una battaglia sulla sicurezza, sulla legittima difesa, sul rapporto tra cittadini e Stato. Poi, però, accade quasi sempre la stessa cosa. Arriva un altro caso. Un’altra emergenza. Un’altra storia capace di catturare l’attenzione dei media.
In attesa del prossimo
E quello che fino a pochi mesi prima sembrava un tema nazionale torna nell’ombra. Quanti ricordano oggi le tante vicende di cittadini e commercianti diventate, nel tempo, simboli del dibattito sulla sicurezza e sulla legittima difesa? Quanti ricordano le campagne politiche, gli appelli, le promesse e le battaglie annunciate in loro nome? Eppure, dietro quei nomi, non c’erano soltanto casi giudiziari.
C’erano persone, famiglie, vite cambiate per sempre. Quando i riflettori si spengono, quando le telecamere si spostano altrove e quando la politica concentra la propria attenzione su una nuova emergenza, spesso restano soltanto le famiglie a continuare una battaglia personale e dolorosa. La grazia è un istituto eccezionale, pensato per situazioni altrettanto eccezionali.
La politica, invece, sembra talvolta considerarla come una risposta finale a problemi che avrebbe dovuto affrontare molto prima. Un governo può investire nella sicurezza, rafforzare il controllo del territorio, sostenere le forze dell’ordine, rendere più efficiente la giustizia e intervenire sulle norme quando ritiene che non siano più adeguate alla realtà. Sono queste le responsabilità della politica.
La politica della cronaca nera
Quando invece il dibattito arriva soltanto dopo una tragedia, concentrandosi sulla possibilità di un atto di clemenza, si rischia di chiedere alla grazia di fare ciò che non può fare: sostituire le scelte politiche, correggere problemi strutturali e rispondere a domande che richiederebbero interventi ben diversi. In questo senso, il caso Roggero non dovrebbe essere letto soltanto come una richiesta di grazia, ma come l’ennesimo episodio di un meccanismo già visto: una vicenda privata che diventa battaglia pubblica, un simbolo politico che per un periodo occupa il centro del dibattito e poi rischia di essere dimenticato.
Allora, non è soltanto lecito domandarsi quante grazie siano state concesse, a chi e per quali motivi. Sarebbe opportuno chiedersi se la politica voglia davvero affrontare le cause che producono periodicamente questi drammi oppure se preferisca intervenire soltanto quando il caso è già esploso, affidando all’emozione del momento la risposta a problemi che richiederebbero ben altro.
Perché le campagne mediatiche finiscono, i comunicati vengono archiviati, le telecamere si spostano altrove.
Le famiglie, invece, restano…E troppo spesso restano sole.
Gianluca Mingardi
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