Nel nuovo numero di EURASIA
Tra le molte formule con cui negli ultimi decenni si è cercato di descrivere la trasformazione dell’ordine internazionale, poche hanno esercitato un fascino paragonabile a quella della “deterritorializzazione”. La globalizzazione economica, la finanziarizzazione, la digitalizzazione dei processi produttivi e la crescente centralità delle reti sembravano aver progressivamente ridotto il peso della geografia, fino a suggerire l’idea di un mondo nel quale la circolazione di capitali, merci, informazioni e tecnologie potesse emanciparsi dalla materialità degli spazi.
Anche la guerra, nel lessico strategico occidentale, era stata in larga misura ripensata secondo questa stessa logica: meno massa, più precisione; meno profondità industriale, più superiorità tecnologica; meno capacità di mobilitazione complessiva, più efficienza selettiva.
Il numero LXXXIV di Eurasia, dedicato a L’espansionismo di Israele, può essere letto come una critica radicale di questa rappresentazione. Non perché neghi l’importanza delle reti, dei flussi e della tecnologia, ma perché mostra come nessuno di questi elementi possa esistere senza una base materiale, territoriale e politica.
Ogni rete deve necessariamente appoggiarsi a infrastrutture; ogni rotta commerciale attraversa porti e stretti; ogni esercito consuma mezzi che devono essere prodotti, riparati e sostituiti; ogni investimento si traduce, prima o poi, in una relazione con un territorio; ogni corridoio energetico dipende dalla stabilità di spazi sottoposti a una sovranità; persino una narrazione religiosa, quando diventa progetto politico, tende a misurarsi con confini, città, proprietà e insediamenti.
La vera unità del fascicolo risiede precisamente qui. Israele ne costituisce il centro tematico, ma il problema più ampio che attraversa quasi tutti i contributi è quello della ri-materializzazione della potenza. La rivista interroga, da prospettive differenti, il modo in cui il potere contemporaneo torna a manifestarsi attraverso la capacità di produrre, occupare, delimitare, connettere e difendere spazi.
In questa prospettiva, il tema dell’espansione non coincide più esclusivamente con l’avanzata di un confine o con l’occupazione militare classica, ma comprende una costellazione molto più articolata di strumenti: infrastrutture, basi, insediamenti, corridoi energetici, reti finanziarie, comunità organizzate, capacità industriali e dispositivi giuridici.
È significativo che il dossario dedicato a Israele sia preceduto da tre contributi che, pur non essendo formalmente introduttivi, finiscono per fornire al lettore una vera e propria grammatica della potenza contemporanea. Il primo termine di questa grammatica è la durata. Nel saggio sulla guerra industriale del XXI secolo, Gabriele Repaci insiste sul ritorno di un problema che le dottrine occidentali dell’età postbipolare avevano in parte rimosso: il logoramento.
La superiorità tecnologica, in sé, non garantisce più una superiorità strategica durevole, perché la qualità dei sistemi deve essere rapportata alla possibilità di mantenerne l’impiego nel tempo. In altri termini, il vero problema non è soltanto possedere l’arma più avanzata, ma essere in grado di sostituirla quando viene consumata, distrutta o resa inefficiente.
Questa impostazione consente di rovesciare un luogo comune molto radicato. La guerra tecnologica non ha abolito la dimensione industriale; al contrario, l’ha resa più complessa e, per certi aspetti, più vulnerabile. I sistemi contemporanei dipendono da catene di fornitura lunghe, componenti critiche, competenze specialistiche e tempi produttivi difficilmente comprimibili. L’industria militare del Novecento, soprattutto nella fase delle guerre mondiali, possedeva una capacità di espansione e riconversione che oggi risulta molto più difficile da replicare.
L’elevata sofisticazione dei sistemi moderni aumenta l’efficacia operativa, ma riduce la loro replicabilità e rende più problematica la sostituzione delle perdite.
Il punto teorico più interessante è che la potenza militare torna così a dipendere dal rapporto fra consumo, produzione e sostituzione. Il fascicolo insiste, con buone ragioni, sull’asimmetria crescente fra strumenti offensivi relativamente economici e sistemi difensivi assai più costosi. In uno scenario di logoramento, costringere l’avversario a spendere maggiori risorse per neutralizzare minacce prodotte a costi inferiori può diventare una strategia tanto efficace quanto la distruzione diretta. In questa prospettiva, la capacità industriale non è più un semplice supporto della potenza militare, ma una delle sue condizioni costitutive.
Il contributo di Amedeo Maddaluno sull’industria europea della difesa porta questa riflessione direttamente dentro il problema della sovranità continentale. Dopo decenni di riduzione degli ordinativi, dispersione delle competenze, chiusura di linee produttive e crescente dipendenza da fornitori esterni, l’Europa si trova oggi di fronte alla necessità di ricostruire una profondità industriale che non riguarda soltanto le piattaforme più visibili, ma l’intera struttura delle filiere: munizionamento, esplosivi, propellenti, elettronica, sensori, sistemi di comando e componentistica.
È qui che il tema apparentemente tecnico del “riarmo” assume un significato politico più profondo. La questione non riguarda soltanto la quantità di sistemi disponibili, bensì il rapporto tra autonomia strategica e capacità produttiva. Uno Stato o un continente possono considerarsi pienamente sovrani se la continuità della loro difesa dipende da decisioni industriali e politiche assunte altrove? La risposta implicita del fascicolo è negativa. La ricostruzione di una base produttiva autonoma diventa, in questo senso, una condizione materiale della libertà politica.
Maddaluno mostra come il ritorno della massa produttiva stia già ridisegnando la geografia industriale europea, con ampliamenti, riconversioni e nuovi impianti distribuiti in diversi paesi. Il dato più significativo, tuttavia, non è la crescita quantitativa delle capacità, ma la consapevolezza che una struttura industriale non può essere improvvisata nel momento dell’emergenza. Una fabbrica, una filiera o una competenza specializzata richiedono tempo, investimenti, capitale umano e continuità politica; una volta disperse, possono essere ricostruite soltanto lentamente.
Questa constatazione permette di stabilire un collegamento decisivo con il terzo saggio della sezione geopolitica, quello di Lorenzo Timitilli sulla territorializzazione dello Stretto di Hormuz. Se i primi due contributi interrogano la capacità di sostenere materialmente il conflitto, il terzo mostra come anche il mare, apparentemente lo spazio più “fluido” della globalizzazione, torni a essere sottoposto a processi di appropriazione e ordinamento. Attraverso la rilettura di Carl Schmitt, il saggio interpreta la libertà di navigazione non come un principio neutro e universale, ma come l’espressione storica di uno specifico equilibrio di potenza, garantito per decenni dalla capacità statunitense di controllare le grandi rotte marittime.
Il caso di Hormuz diventa allora paradigmatico. Quando uno Stato costiero riesce materialmente a selezionare il traffico, rendere pericoloso il transito, imporre costi e condizionare la navigazione attraverso missili, droni, mine e capacità terrestri proiettate sul mare, il rapporto fra diritto e forza torna a mostrarsi nella sua forma più elementare. Nella lettura proposta dal saggio, l’Iran tende a trasformare il litorale in una base di proiezione capace di estendere la propria sovranità funzionale sulle acque adiacenti, producendo una sorta di territorializzazione del mare.
Il passaggio è importante perché consente di comprendere il dossario successivo non come una semplice raccolta di testi su Israele, ma come un’indagine sulle diverse forme attraverso cui una potenza cerca di trasformare presenza, influenza o capacità militare in spazio politico durevole. Il contributo di Repaci sul sionismo come colonialismo di insediamento fornisce a questo percorso il suo impianto storiografico più rigoroso. La categoria di settler colonialism consente infatti di distinguere il colonialismo di insediamento dal colonialismo classico: non si tratta soltanto di governare o sfruttare una popolazione, ma di costruire sul territorio una nuova società permanente, dotata di istituzioni proprie e capace progressivamente di modificare gli equilibri demografici, economici e politici preesistenti.
La formula di Patrick Wolfe, secondo cui il colonialismo di insediamento è una “struttura” e non semplicemente un “evento”, risulta particolarmente efficace, perché sposta l’attenzione dal momento della conquista alla durata del processo. In questa prospettiva, le migrazioni ebraiche, le acquisizioni fondiarie, la costruzione di istituzioni autonome, il rapporto con la potenza mandataria britannica e infine la guerra del 1948 vengono letti come passaggi di una trasformazione progressiva dello spazio palestinese.
Uno dei meriti del saggio è quello di non nascondere la controversia storiografica. Il sionismo viene infatti considerato anche nella sua dimensione di movimento nazionale ebraico nato dal contrasto con le società europee e dal problema dell’emancipazione, mentre la categoria coloniale viene presentata come uno strumento interpretativo sviluppato soprattutto dalla storiografia palestinese, postcoloniale e da alcuni studiosi israeliani. È proprio la tensione fra queste due genealogie, quella dell’emancipazione e quella della colonizzazione, a rendere il problema storicamente più complesso e a impedire che venga ridotto a una formula ideologica univoca.
Il contributo di Alessandra Colla sulle radici bibliche del colonialismo sionista sposta il discorso dal piano storiografico a quello teologico-politico. La questione affrontata è delicata e richiede una distinzione netta: non esiste una continuità automatica tra testo biblico, storia dell’ebraismo e politica dello Stato d’Israele. Ciò che il saggio mette a fuoco è piuttosto il modo in cui alcune correnti del sionismo religioso possono tradurre le categorie bibliche della promessa, dell’elezione e della conquista in una concezione politicamente operativa della terra.
Questo passaggio è cruciale, perché introduce una dimensione che le analisi esclusivamente materialistiche tendono a sottovalutare. Un territorio può avere valore per le sue risorse, per la posizione strategica o per il controllo di una rotta, ma può anche essere investito di un significato religioso che rende molto più difficile ogni forma di compromesso. Nelle correnti radicali considerate dal saggio, la questione territoriale tende così ad assumere una dimensione metafisica, nella quale la rinuncia non è semplicemente una scelta strategica, ma può essere interpretata come tradimento di un ordine superiore.
A questo punto il fascicolo compie un allargamento geografico che è anche un approfondimento teorico. Con Daniele Perra, il Mediterraneo appare non come un semplice teatro regionale, ma come una struttura composta da isole, penisole, porti, gasdotti, basi e corridoi logistici. La presenza israeliana viene letta in relazione alla ricerca di profondità strategica e alla competizione con altri attori regionali, in particolare la Turchia.
Il merito di questa impostazione è quello di mostrare come il controllo geopolitico contemporaneo non richieda necessariamente l’occupazione diretta di grandi superfici. Molto spesso è sufficiente acquisire o condizionare i nodi funzionali di uno spazio: un porto, una base, un terminale, un corridoio energetico o una rete di collegamenti.
In questo senso, l’espansione politica può assumere la forma di una selezione dei punti strategici piuttosto che di una conquista territoriale continua.
È qui che il discorso torna nuovamente all’Europa. Se la sovranità industriale analizzata da Maddaluno non si accompagna a un’autonomia energetica, marittima e infrastrutturale, essa rimane inevitabilmente parziale. Il fascicolo suggerisce, forse senza formularlo in termini sistematici, che la sovranità non possa essere costruita “per settori”: una potenza che dipende da altri per le proprie rotte, le proprie infrastrutture critiche o i propri approvvigionamenti resta strutturalmente esposta, anche se possiede capacità industriali avanzate.
Il saggio di Stefano Azzali sull’Albania rende particolarmente visibile il rapporto fra capitale e spazio. L’isola di Sazan, gli investimenti immobiliari, le infrastrutture energetiche e il collegamento con interessi statunitensi e israeliani vengono interpretati come parti di un processo nel quale l’economia tende a trasformarsi in geopolitica. Il punto non è sostenere che ogni investimento straniero costituisca automaticamente uno strumento di dominio, ma osservare come determinate operazioni possano acquisire valore strategico quando insistono su territori collocati lungo direttrici energetiche, marittime o militari particolarmente sensibili.
Da questo punto di vista il fascicolo coglie un tratto tipico del potere contemporaneo: l’espansione non deve necessariamente abolire la sovranità formale dello Stato interessato. Può anche limitarsi a ridurne progressivamente il margine di decisione attraverso dipendenze finanziarie, infrastrutturali o tecnologiche. La bandiera, il governo e il parlamento possono restare intatti mentre si restringe la gamma delle scelte concretamente disponibili.
I contributi dedicati all’Iraq settentrionale e al Corno d’Africa sviluppano lo stesso tema attraverso il concetto di periferia strategica. Nel primo caso, i rapporti israeliani con gli attori curdi vengono interpretati come parte di una politica volta a costruire punti d’appoggio e influenza in uno spazio sensibile per gli equilibri regionali. Nel secondo, la questione del Somaliland e di Bab el-Mandeb porta il discorso direttamente sul rapporto fra profondità strategica e controllo dei colli di bottiglia marittimi.
Proprio qui emerge però una contraddizione che costituisce uno dei temi più interessanti dell’intero numero: ogni espansione della profondità strategica produce anche nuove vulnerabilità. Ogni avamposto deve essere difeso, ogni alleanza mantenuta, ogni infrastruttura resa sicura. La ricerca di sicurezza tende dunque, oltre una certa soglia, a generare una forma di sovraestensione. Simonini lo suggerisce quando osserva che una crisi capace di attraversare Bab el-Mandeb potrebbe trasformare uno scudo meridionale in un moltiplicatore d’instabilità.
È una dinamica classica della storia imperiale. La profondità protegge il centro fino al momento in cui il costo necessario a mantenere la periferia supera i vantaggi prodotti dall’espansione. Il fascicolo consente dunque di leggere la strategia israeliana non soltanto come processo di proiezione verso l’esterno, ma anche come possibile accumulazione di impegni, dipendenze e fronti che possono diventare difficili da sostenere.
I due saggi dedicati all’Asia offrono un controcampo particolarmente utile, perché modificano la scala dell’analisi. Maria Morigi ricostruisce la storia delle comunità ebraiche in Cina e nel Sud-est asiatico, ma il punto politicamente più interessante del suo contributo riguarda il rapporto tra comunità religiosa e autorità statale. La Cina, nella ricostruzione proposta, riconosce uno spazio alle religioni purché queste non si costituiscano come fonti autonome di autorità politica.
Questo elemento introduce una variabile decisiva: la capacità di una rete transnazionale di trasformare la propria presenza sociale in influenza politica dipende anche dalla forza dello Stato che incontra. Non esiste, in altri termini, una capacità astratta e uniforme delle reti di penetrare qualsiasi spazio. L’esito cambia a seconda della densità istituzionale, della capacità regolativa e della coesione politica del paese ospitante.
Il contributo di Luigi De Anna sulla Thailandia affronta un tema simile da una prospettiva assai più polemica, descrivendo tensioni locali legate alla crescita di comunità ebraiche, alla concentrazione di attività economiche e ad alcune pratiche immobiliari contestate. Il valore del testo, al di là del tono, sta soprattutto nel meccanismo che permette di osservare: presenza comunitaria, formazione di reti economiche, conflitto con il tessuto locale e reazione dello Stato. Anche in questo caso la domanda implicita riguarda i limiti entro cui una comunità può sviluppare forme di autonomia senza entrare in tensione con la sovranità del paese in cui opera.
Il contributo di Francisco de la Torre riconduce ad una più ampia strategia di influenza israeliana nell’America meridionale una pluralità di fenomeni che va dagli apparati di sicurezza alla diplomazia, dalle élite politiche al sionismo cristiano e agli interessi economici.
Segue una sezione documentaria dedicata alla ricorrenza storica della cifra dei “sei milioni” nella stampa mondiale fin dai primi anni del Novecento. Il fascicolo raccoglie numerose citazioni giornalistiche nelle quali la cifra dei “sei milioni” ricorre in riferimento a popolazioni ebraiche ritenute minacciate, e associa a questo materiale tesi revisioniste sulla Shoah.
Il fascicolo non si presenta come un repertorio neutrale di informazioni, ma come una rivista dotata di una linea riconoscibile e di una forte intenzione interpretativa. Il suo interesse sta quindi anche nella necessità di distinguere, di volta in volta, tra dati, ipotesi, categorie storiografiche, tesi geopolitiche e giudizi polemici.
La chiusura dedicata all’Irlanda fornisce, infine, un contrappunto particolarmente efficace all’intero numero. La recensione di Irlanda, cuore ribelle di Maurizio Rossi ripercorre la lunga continuità della tradizione gaelica, della resistenza alla dominazione britannica e delle forme di lotta politica sviluppatesi nel corso dei secoli. Il collegamento con la Palestina è esplicitamente presente nella lettura proposta, ma il significato più ampio di queste pagine sta altrove: esse ricordano che lo spazio politico non è composto soltanto da infrastrutture, confini e capacità militari, ma anche da lingua, memoria, tradizione e continuità culturale.
Il fascicolo, letto nel suo insieme, sembra dunque suggerire che la potenza durevole nasce dalla capacità di tenere insieme più dimensioni: industria e territorio, economia e memoria, infrastrutture e istituzioni, forza militare e legittimità simbolica. Una sovranità puramente formale è fragile; una potenza puramente militare può consumarsi; una rete puramente finanziaria dipende dagli spazi su cui si appoggia; un insediamento privo di organizzazione resta demografia; una comunità priva di memoria perde continuità.
È forse questa la ragione per cui L’espansionismo di Israele è un titolo corretto, ma non sufficiente a restituire la ricchezza del numero. Israele è il centro del “dossario”, ma attraverso il caso israeliano “Eurasia” finisce per interrogare il significato stesso dell’espansione nel XXI secolo, mostrando come espandersi non significhi necessariamente annettere territori. Può significare controllare uno stretto, presidiare una rotta, costruire una base, acquisire un’infrastruttura, consolidare una presenza demografica, integrare una filiera, creare una dipendenza energetica o trasformare un investimento economico in un elemento di condizionamento politico.
Il concetto che meglio riassume questa dinamica è quello di conversione. La potenza contemporanea converte risorse industriali in durata strategica, capitale in infrastruttura, infrastruttura in influenza, presenza in insediamento, insediamento in sovranità, memoria in identità e identità in capacità di mobilitazione. Ma ogni conversione incontra inevitabilmente un limite: la tecnologia incontra il consumo, l’industria incontra i tempi della produzione, la finanza incontra la resistenza delle istituzioni, la profondità strategica incontra la sovraestensione, l’insediamento incontra la presenza di chi abitava già quello spazio, l’egemonia incontra infine altri attori capaci di produrre un proprio ordine.
È precisamente in questa tensione tra capacità di trasformare il mondo e resistenza del mondo alla trasformazione che il nuovo numero di “Eurasia” trova la propria coerenza più profonda. Dopo decenni nei quali il lessico della globalizzazione aveva rappresentato il pianeta come un sistema di flussi relativamente fluidi, il fascicolo ricorda che ogni flusso possiede un punto di passaggio, ogni rete un’infrastruttura, ogni esercito una retrovia, ogni economia una materia, ogni comunità un rapporto con un territorio e ogni potenza un limite.
Il merito maggiore di questo fascicolo consiste, dunque, nel costringere il lettore a mettere in relazione ciò che l’informazione quotidiana tende a presentare separatamente. Una fabbrica di munizioni, uno stretto marittimo, un gasdotto, un’isola, una comunità diasporica o un insediamento non sono realtà equivalenti, ma possono appartenere alla medesima domanda: in che modo il potere riesce a trasformarsi in struttura durevole?
Quando il fascicolo riesce a rispondere a questa domanda attraverso meccanismi concreti, il risultato è di notevole efficacia. Ed è proprio in questi passaggi che “Eurasia” mostra la distanza che separa la geopolitica dalla semplice cronaca. La cronaca registra gli avvenimenti; la geopolitica cerca di individuare le condizioni materiali, spaziali e storiche che li rendono possibili. Questo numero, con le differenti prospettive che esso offre, tenta precisamente questo secondo esercizio.
Per questa ragione vale la pena leggerlo nella sua interezza. Non tanto per aderire a tutte le tesi che propone, quanto perché offre una costruzione interpretativa ampia, capace di mostrare il nesso tra produzione, territorio, infrastruttura, identità e potere. In un’epoca in cui molte analisi internazionali sembrano limitarsi a inseguire la successione degli eventi, il volume LXXXIV di “Eurasia” prova invece a ricostruire le strutture che stanno sotto gli eventi stessi. Ed è proprio quando individua, dietro il movimento apparente dei flussi, la persistenza della materia e dello spazio, che il numero raggiunge il suo risultato più convincente.
Matteo Pio Impagnatiello




































































