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Egemonia culturale o egemonia totale?

de Felip Antonio di de Felip Antonio
16/05/2026
in Cronaca, Cultura, Politica, Società
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Egemonia culturale o egemonia totale?
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Il mito della contro-egemonia di destra

Se dedichiamo la nostra attenzione ad alcuni fatti di cronaca politica degli ultimi mesi, dobbiamo chiederci se l’egemonia (la “Cappa”, per usare la definizione di Veneziani) della sinistra sia solo culturale o non anche politica, mediatica, artistica. Non solo, c’è da chiedersi se la pseudo-destra al governo si sia veramente battuta per costruire una contro-egemonia o non piuttosto si sia arresa, abbia ignorato il problema o, addirittura, in alcuni casi abbia collaborato col nemico favorendo, in molti campi, l’oppressione progressista.

Il caso Biennale e il ministro Giuli

Prendiamo come esempio il caso della Biennale: il bravissimo Pietrangelo Buttafuoco, solidamente ancorato a un pensiero culturale e direi persino spirituale di “destra” in senso molto ampio, quasi metapolitico, è stato attaccato pesantemente dal governo, dal Presidente del Consiglio e soprattutto dal Ministro della Cultura perché non ha buttato fuori la Russia (tra l’altro proprietaria del padiglione dal 1914) dalla Biennale.

Ora molti, tra i quali chi scrive, non capiscono come faccia il signor Alessandro Giuli a fare il ministro (della Cultura!) nominato da una destra che evidentemente è presunta e farlocca. Infatti delle idee attuali questo signore, già militante del Fronte della Gioventù, poi della destra radicale di Meridiano Zero, poi giornalista dell’ultra liberal Foglio, si può trovare ampio resoconto nel suo recente libro Gramsci è vivo, intriso di una resistenzial-mattarelliana esaltazione della Costituzione e di un antifascismo astioso e rancoroso, arrivando persino a una vittimizzazione degli omosessuali, affermando che la destra sarebbe “in debito con la comunità arcobaleno”.

Le contestazioni a Venezia e i filoni di finanziamento

Non si può non notare una singolare consonanza, sulla presenza del padiglione di Mosca, tra le idee di Giuli e i violenti contestatori russofobi al di fuori del padiglione russo il giorno della sua apertura: non solo la solita sparuta pattuglia di invasati militanti ucraini, ma anche da sottolineare la rumorosa, volgare, becera e oscena presenza di attiviste delle Femene delle Pussy Riot. Ci ricordiamo chi sono costoro?

Le Femen sono ultrafemministe ucraine, violente, cristianofobe, abortiste, aduse a urlare il loro odio a seno nudo e pittato con scritte contro Dio, contro la Chiesa, contro gli uomini. Nel 2013 fecero irruzione nella Cattedrale di Notre Dame a Parigi e poi in Vaticano. Nel 2013 e nel 2018 cercarono di aggredire Berlusconi nel suo seggio elettorale e nel 2017 tentarono di rubare il Bambin Gesù dal Presepe in piazza San Pietro. Una giornalista infiltrata ha documentato che costoro sono pagate da un oligarca ucraino ma, seguendo ancora la pista dei soldi, si arriva alla solita Open Society del solito Soros.

Il gruppo Pussy Riot e le azioni sacrileghe

Simile alle Femen è il gruppo russo punk-rock delle Pussy Riot (letteralmente: rivolta della vagina). Contrariamente alle Femen sono vestite e anche incappucciate, per non farsi identificare durante le loro manifestazioni femministe e violente contro Putin, il Cristianesimo, la Chiesa Ortodossa e il Patriarca di Mosca. Molte sono le loro “operazioni”: canzonioscene e blasfeme in luoghi pubblici, aggressioni a poliziotti. Ma la loro esibizione più famigerata è stata certamente, nel marzo 2012, l’invasione della Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca interrompendo una cerimonia religiosa, cantando una irripetibile canzone sacrilega contro la Madonna e il Sacrificio Eucaristico e insultando il Patriarca Kirill.

La vicenda di Beatrice Venezi alla Fenice

Ecco chi sono i compagni di strada di Giuli nei suoi attacchi a Buttafuoco e alla presenza della Russia alla Biennale. D’altronde il ministro gramsciano è protagonista, sempre a Venezia, anche di un altro problematico “incidente”, definiamolo così. Si tratta del caso di Beatrice Venezi, uno dei migliori direttori d’orchestra al mondo e per questo meritatamente nominata alla testa dell’orchestra del Teatro la Fenice. Purtroppo per lei ha fama di essere culturalmente di destra e solo per questo, non certo per il suo inattaccabile, stellare curriculum, è stata immediatamente aggredita dalla Cgil che purtroppo domina l’orchestra: è iniziato per lei un lungo calvario di attacchi, insulti, insinuazioni, calunnie.

E poi fischi, cori da stadio, schiamazzi indegni da parte di questi orchestrali, scioperi, minacce di boicottaggio. Chi scrive si chiede, forse un po’ ingenuamente, come un vero musicista possa inchinarsi all’ideologia comunista di cui è portatrice la Cgil, considerando l’insopprimibile incompatibilità ontologica tra l’essere comunisti e servire la Bellezza, avendo presente che l’ideologia rossa, in tutte le sue declinazioni, è intrinsecamente incapace di comprendere e rappresentare la Bellezza.

Il silenzio ministeriale e l’intesa con l’opposizione

Possibile che nessuno di questi orchestrali abbia avuto un sussulto di dignità, indipendenza e intelligenza alzandosi in piedi e urlando “non ci sto!” contro questa miserabile mostrificazione rossa della Venezi? Così, purtroppo, hanno vinto i “menestrelli rossi”, per usare l’efficace definizione di Irma Trombetta su questo stesso blog. Infatti, quando in un’intervista a un quotidiano argentino Beatrice Venezi ha denunciato il nepotismo, il familismo che impera nell’orchestra e nelle nomine degli orchestrali, il Sovrintendente, che pure l’aveva nominata, ne ha approfittato per esautorarla.

Ebbene, pensate che il Ministro Giuli, ex militante della destra, facente parte di un Governo che si definisce di centro-destra, abbia doverosamente alzato la voce, condannando il licenziamento di una grande artista, colpevole solo di essere di destra? Niente affatto: anzi l’ineffabile Giuli si è dichiarato d’accordo. D’altronde Giuli è lo stesso Ministro che ha condannato l’esclusione di un filmino apologetico su Giulio Regeni dal novero dei finanziamenti del Ministero: non solo, ha promesso di rivedere la decisione e ha addirittura destituito un suo stretto collaboratore accusandolo di aver avversato il finanziamento al docufilm-santino su Regeni.

Il finanziamento pubblico al cinema ideologico

Non basta: scrive Maurizio Belpietro su La Verità: “Giuli fa appello alla sua maggioranza perché sostenga il disegno [sul cinema N.d.R] del principale partido d’opposizione. Non importa che il Pd, tramite Dario Franceschini, nel mondo del cinema la faccia da sempre da padrone e proprio questo intreccio tra politica e cultura abbia consentito di finanziare a carico dei contribuenti film di nessun peso.” Purché, aggiungiamo noi, con registi e attori di sinistra, con trame propagandistiche di sinistra, antifasciste, immigranzioniste.

Il comportamento di Giuli ha un nome: intelligenza col nemico. Certo, il comportamento di costui è umanamente comprensibile: non dimentichiamo che il suo predecessore Gennaro Sangiuliano è stato fatto secco non per questioni di corna da vaudeville, ma per aver toccato i finanziamenti alla mangiatoia del “cinema rosso”. La potente cosca dei cinematografari della sinistra de noantri aveva frignato e urlato scompostamente per quello che consideravano un “attacco alla cultura”, sottintendendo che la cultura è solo la loro, quella rossa. Lo testimonia Marco Tarchi che, parlando da informato e competente cinefilo, afferma: “Posso dire che l’orientamento ideologico della production cinematografica italiana è davvero sconcertante. Chi ha dubbi sul fatto che l’egemonia culturale progressista sia tuttora vigente non ha che da verificare di persona”.

La sconfitta referendaria e il potere mediatico

Vogliamo riflettere sulla clamorosa sconfitta del governo col referendum sulla giustizia? Inizialmente, tutti davano per scontata una solida vittoria dei Sì. Invece hanno ampiamente vinto i No. Perché? Le analisi sui flussi elettorali hanno evidenziato che quote, modeste ma non troppo, di elettori di destra hanno votato contro il governo e ciò ha consentito la vittoria delle sinistre. Ancora, perché? Ma perché questi elettori si sono fatti convincere dalla massiccia propaganda della stampa mainstream (cioè tutta, salvo poche testate) sostenitrice del partito del No, di quasi tutte le trasmissioni televisive, della lobby dei magistrati, dei sindacati, dell’Arci, di tutto il vastissimo, potentissimo associazionismo gauchista. Persino in molte parrocchie è stata promossa, senza contraddittorio, la propaganda della sinistra. Ancora una volta, questa ha vinto grazie alla totale supremazia culturale, mediatica, “ambientale” della sinistra.

L’abbandono delle casematte gramsciane

Grazie a questa supremazia, la minoranza dei No si è trasformata in maggioranza. Ebbene, abbiamo ascoltato, da parte della destra, uno straccio di analisi, di critica (non diciamo di autocritica) sui motivi di questa sconfitta? Abbiamo visto una qualche accresciuta consapevolezza sull’importanza di governare quelle “casematte”, come le chiamava Gramsci, quei gangli, culturali e no (scuole, università, media e così via) della società che formano l’opinione pubblica e determinano quel “sentire profondo” diffuso che a sua volta costruisce le convinzioni politiche e sociali? Certo che no. Da destra solo silenzi al contempo imbarazzati e rabbiosi.

Il caso Trevallion e l’iper-statalismo minorile

Andiamo avanti con la cronaca politica e parliamo del caso della “famiglia nel bosco”. È inutile ripercorrere la tragica vicenda dei coniugi Travallion, che vivevano con i tre figli in un casolare nel bosco, certamente spartano ma con tutti i servizi, riscaldamento compreso (i nemici della famiglia negavano addirittura che la casa fosse riscaldata). I figli frequentavano i bambini di altre famiglie vicine, giocavano la domenica nel campo giochi della vicina cittadina e venivano educati con la scuola parentale. Ed ecco che i giudici minorili, aizzati dalle solite assistenti sociali, hanno imposto lo smembramento della famiglia, la reclusione dei figli in una cosiddetta “casa famiglia”, dalla quale è stata persino allontanata la madre, accusata di “atteggiamento ostile” nei confronti di questa istituzione, della “tutrice” e delle assistenti sociali.

L’allontanamento forzato e l’indottrinamento di sistema

E quali sentimenti dovrebbe, di grazia, provare una madre nei confronti di chi le ha strappato i figli, li ha rinchiusi in una specie di ex-orfanotrofio con regole severissime e privati della presenza dei genitori? Sono stati registrati i pianti e le grida notturne di uno di loro, che invocava la mamma. Nessuno si è indignato, ma l’Ordine dei Giornalisti è arrivato a condannare questa notizia, e altre, sui bimbi perché “violazione della privacy”.

Mentre prima i bimbi crescevano liberi in un ambiente naturale e mangiavano uova fresche e prodotti dell’orto, ora vengono avvelenati da cibi e merendine industriali e ultraprocessati. Mentre prima giocavano con gli animali del casolare, ora sono costretti ai videogiochi e ai rincoglionenti programmi televisivi. Mentre prima erano educati in casa e in famiglia, ora devono subire l’educazione scolastica del sistema, con i suoi programmi d’indottrinamento.

È sintomatica l’insistenza dei giudici minorili, delle assistenti sociali e commentatori di sinistra afflitti dal più becero iper-statalismo secondo cui i figli sono di proprietà dello Stato: comunque la vicenda vada a finire, i bimbi dovranno frequentare la scuola pubblica, che è uno degli ambiti in cui è più forte l’egemonia culturale e che si è dato l’obiettivo di sfornare bravi, ubbidienti, perfettamente integrati “cittadini democratici”, adoratori acritici della Resistenza e della Costituzione.

L’attacco ideologico al concetto di famiglia

La gravità di quanto sta avvenendo non risiede solo nella crudeltà, nella intrinseca malvagità con cui è stata trattata la famiglia Trevallion, ma è data anche dall’incomprensione, da parte di un certo ceto politico e intellettuale definiamolo così, “non di sinistra”, del fatto che non è solo la famiglia Trevallion a essere aggredita, ma il concetto stesso di famiglia, la sua autonomia, la sua pre-esistenza rispetto dello Stato, il suo irrinunciabile diritto all’educazione dei figli. L’obiettivo principale dei persecutori non è solo la distruzione dei Trevallion, ma è di natura ideologica: l’affermare, de iure e de facto, che la famiglia non esiste, ed è solo un “costrutto sociale” che può essere impunemente negato e privato di tutti i diritti. Diritti inalienabili che invece sono fondati, prima ancora che sulla legge positiva, su quella naturale.

L’assenza della destra e la mobilitazione civile

Ora: avete visto voi, da parte del centrodestra, una vera comprensione della natura ideologica di questo attacco? Avete visto una solida, indignata reazione? Avete visto azioni concrete volte alla ricomposizione della famiglia? Vi sono state manifestazioni spontanee a Roma, all’Aquila, nella stessa Palmi a favore dei Trevallion. Il centrodestra dov’era? Pro Vita e Famiglia ha raccolto più di 75.000 firme per la liberazione dei bimbi e la fine della persecuzione. Perché il governo le ignora? Certo, abbiamo ascoltato alcune dichiarazioni educatamente critiche di Salvini e Roccella, ma sono sufficienti? E la sbandierata ispezione disposta dal Ministro della Giustizia che fine ha fatto? Possibile che non si possano trovare strumenti, giuridici o politici, per una felice soluzione? L’opinione pubblica è decisamente contraria a questa persecuzione della famiglia nel bosco, perché allora non mobilitarla massivamente?

La difesa di Pillon e la mancanza di una strategia di lungo corso

Converrebbe anche al centrodestra combattere questa battaglia, se non in difesa di valori che a quest’area dovrebbero appartenere, almeno per cinico interesse elettorale. L’unica notizia positiva riguarda la difesa legale della famiglia, che è stata ora assunta da Simone Pillon, combattivo avvocato attivo nel mondo pro-vita, ex senatore della Lega, con le idee chiarissime sulla difesa della famiglia dall’attacco del femminismo, del genderismo e dell’omosessualismo, autore di un bel testo dal titolo Manuale di resistenza al pensiero unico edito da Giubilei Regnani.

Anche questa ignavia del governo e dell’area che lo sostiene riguardo al caso Trevallion è un ennesimo esempio di incapacità della destra di governo di capire l’egemonia culturale della sinistra e le strategie con cui viene imposta e soprattutto di porre in essere una vera, efficace contro-egemonia, progettandola sul lungo periodo, sulle università, sulle case editrici, sui media, sul cinema, sull’arte, favorendo nuovi talenti non conformisti, costruendo e sostenendo think tank (a proposito, che fine ha fatto la ricca Fondazione Alleanza Nazionale?), valorizzando la cultura di destra.

Il fallimento meloniano secondo Veneziani

Invece, osserva tristemente Marcello Veneziani: “La destra di governo scarica e attacca quel che convenzionalmente si chiama cultura di destra”. Infatti, “all’intellettuale di destra la sinistra non gli perdona di essere di destra e i governi di destra non gli perdonano di essere intellettuale”. Sulla situazione attuale Veneziani è lapidario: “Assistiamo al fallimento vistoso di una contro-egemonia culturale governativa, che dicono di destra ma che è più corretto ormai definire solo meloniana perché non ci sono connotazioni culturali, ideali di nessun tipo ma solo affiliazioni, calcoli e vincoli tribali. Un fallimento su tutte le ruote: nella scelta degli uomini, nella difesa dei medesimi, nel comportamento di molti dei nominati, nella loro propensione a compiacere gli avversari per garantirsi la sopravvivenza.”

Gli interrogativi finali sul Deep State

Come dargli torto? Rimane un’ultima domanda: questa indifferenza, se non avversità, alla cultura non-conforme deriva da una intrinseca ignoranza degli attuali vertici della cosiddetta destra, da una loro volontà di non smuovere più di tanto il sistema, di non oltrepassare quelle “linee rosse” che certamente il deep state ha tracciato sul cammino del governo o da che altro?

Antonio de Felip

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