La capitale turca di Ankara, in questi giorni, è la vetrina che ospita il vertice dei paesi membri NATO. Nel suo intervento di apertura in qualità di Segretario Generale dell’alleanza, Mark Rutte ha voluto affermare il ruolo fondamentale dell’alleanza transatlantica con il tipico pragmatismo e la pacatezza propriamente nordiche; nondimeno si è lasciato sfuggire qualche punta di entusiasmo, a dir poco preoccupante, vista la posta in gioco, che certamente non contraddistingue il temperamento del popolo olandese. Rutte ha rimarcato la necessità di una cooperazione multilaterale tra i membri, poiché «no one wins alone and NATO is much the same».
Investimenti nella difesa e il ruggito della NATO
Oltre al pragmatismo, a Rutte bisogna riconoscere anche la schiettezza con cui ha trattato il dovere di ogni membro di perseguire la strada fino ad ora percorsa per aumentare gli investimenti e implementare le capacità industriali nel settore della difesa; quest’ultima dovrà essere in grado di svolgere, a quanto sembra in un futuro prossimo, il ruolo chiave di deterrenza contro ogni potenziale aggressore, dal momento che gli altri attori internazionali – citando Russia, Cina e Corea del Nord – «they don’t have our best interests in mind». Una posizione forte e una critica netta che non lasciano spazio ad attenuanti né tantomeno uno spiraglio di dialogo, una voltata di spalle suggellata da un’affermazione spregiudicata e quantomeno rischiosa: «The hum of machinery must become a roar». Dunque, la NATO deve ruggire, i suoi artigli devono essere un deterrente e, in caso di scontro, il leone deve sapere graffiare.
I timori dei paesi baltici e il peso della memoria
Un’immagine evocativa che rassicura i paesi baltici. Sulla questione russa l’Estonia, la Lettonia e la Lituania sono tra gli stati più critici e in fermento, giacché di giorno in giorno irrobustiscono le linee difensive lungo i confini con la Federazione Russa; la ferita lasciata dai lunghi decenni di dominio sovietico durante la Guerra Fredda, per menzionare solo una parentesi di un rapporto conflittuale molto più duraturo nel tempo, impedisce a questi paesi un’apertura nei confronti di Mosca, degradata a nemico esistenziale anche da un’ampia parte dei paesi del resto del continente europeo. In questa circostanza storica, le radici nella memoria del passato rappresentano un ostocolo alla mediazione tra la Russia e la NATO, e i paesi Baltici, in prima linea, sembrano tutt’altro che intenzionati a mitigare la tensione di una minaccia d’invasione percepita oramai prossima – si veda il servizio di SkyTg24 andato in onda in concomitanza con il summit NATO di Ankara.
Il valore simbolico di Ankara e le prospettive future
Infine, la scelta del luogo per ospitare il vertice non è stata casuale, i paesi dell’Europa centro-orientale non sono gli unici a considerare la Russia un nemico storico, bensì anche la Turchia ha un retaggio di profonda inimicizia plurisecolare con la Russia. Dunque, la sede di Ankara è una scelta fortemente simbolica che lancia un messaggio di sfida ai vertici moscoviti. Purtroppo, l’impressione è che il tracciato dell’alleanza sia già stato indirizzato in una sola direzione: lo scontro, ed è evidente che, per alimentare i timori, qualcuno preferisca soffiare sulle ceneri.
Riccardo Giovannetti
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