La morte di Umberto Bossi chiude una pagina che, comunque la si pensi, è stata profondamente italiana. Non nel senso elegante o istituzionale del termine, ma in quello più vero, più quotidiano.
Bossi non è mai stato un politico raffinato. Non lo era nel modo di parlare, spesso ruvido, diretto, anche sopra le righe. Non lo era nei modi, né nell’immagine. E proprio per questo, per tanti anni, è stato credibile agli occhi di chi non si è mai riconosciuto nei palazzi del potere. Parlava come parlano in molti: senza giri di parole, senza preoccuparsi troppo della forma. A volte sbagliava, a volte esagerava, ma difficilmente risultava finto.
L’interprete di un sentire comune
Ed è questo che lo ha reso diverso da tanti altri: non dava l’idea di recitare una parte. Accanto a lui, Gianfranco Miglio rappresentava la testa, la teoria, il ragionamento più alto. Ma Bossi era il corpo, la voce, l’istinto. Era quello che trasformava idee anche complesse in qualcosa che la gente capiva subito. Per anni ha raccolto il malcontento di lavoratori, artigiani, piccoli imprenditori, gente che si sentiva schiacciata da uno Stato distante e da un sistema fiscale vissuto come ingiusto. Non sempre con proposte chiare, ma con una capacità rara di intercettare quella rabbia e darle un linguaggio. Poi sono arrivati i problemi.
Le vicende legate ai soldi hanno segnato una rottura. E lì è venuto fuori uno dei momenti più assurdi ma anche più tipicamente italiani della sua storia: quando parlò del figlio, lo definì “più che un delfino, una trota”. Una frase che, in un altro contesto, sarebbe stata solo imbarazzante. Ma detta da Bossi aveva dentro qualcosa di diverso: una specie di sincerità disarmante, quasi una genialità tragi-comica.
Come è cambiata la Lega
Era il modo di dire le cose come vengono, senza calcolo, senza proteggere nemmeno i propri. Una battuta che faceva sorridere e allo stesso tempo raccontava molto di lui e, in fondo, anche di noi. Dopo quello, la sua stagione si è chiusa in fretta. La Lega è cambiata, con Roberto Maroni prima e poi con Matteo Salvini. Un altro stile, un’altra fase. Bossi è rimasto indietro, ma non perché fosse finito politicamente e basta.
Piuttosto perché apparteneva a un modo di fare politica che oggi si vede sempre meno: meno costruito, meno attento all’immagine, più istintivo. Alla fine, resta questo: un politico che non è mai stato “presentabile” nel senso classico, ma che proprio per questo è riuscito a rappresentare un pezzo reale del Paese.
Con tutti i limiti, certo. Ma anche con una forza che oggi, nel bene o nel male, si fatica a ritrovare.
Gianluca Mingardi
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Un bellissimo articolo che ricorda l’uomo, più che il politico. Un quadro che racconta l’anima, i desideri ed il fuoco, di un uomo con degli ideali e che è stato tradito, dalle persone a cui voleva più bene.
Scritto in modo superlativo.
Grazie