Il bilancio della giunta Sala e la sicurezza in città
La prossima primavera si voterà a Milano per l’elezione del sindaco e il rinnovo della giunta comunale. Se Milano fosse una città normale, l’esito sarebbe scontato: i risultati del sindaco Sala dalle calzette arcobaleno e della giunta di sinistra (ma meglio sarebbe definirla di ultra-sinistra) sono disastrosi. Milano è oggi la città più pericolosa d’Italia, in cima a tutte le statistiche riguardo ai crimini.
Gli immigrati uccidono, rapinano, stuprano, accoltellano sconosciuti per puro piacere sadico anti-bianco, vantandosene (“quando esco lo rifaccio, mi sono divertito”). Siamo sommersi da una immigrazione spesso parassitaria e mantenuta dai cittadini per bene, che allunga le file della nostra sanità, occupa i Pronto Soccorso, viene privilegiata, grazie a sentenze della magistratura, nell’accesso alle case popolari. Ma in molti casi gli invasori arrivano sui barconi ben sapendo che grazie al lassismo delle nostre leggi e della nostra magistratura possono delinquere senza rischiare troppo. Anche in questo caso, sono le statistiche a dimostrarlo.
Mobilità e politiche abitative
Il sindaco Sala e la sua giunta hanno poi dichiarato una spietata guerra alla libertà di movimento, che è una pre-condizione per la libertà tout court. L’uso dell’auto, strumento di lavoro e di libertà, è ostacolato in ogni modo. Chilometri e chilometri di piste ciclabili, inutili e dannose, tolgono spazio al traffico, ai parcheggi, ai pedoni. Ridicole “piazze tattiche”, con panchine sotto il sole, impestano i nostri incroci. Il mito della “città a 30 km all’ora”, inventato dal fanatismo ecologista, sta massacrando la circolazione.
La casa in proprietà è ormai un sogno inaccessibile per buona parte del ceto medio, e gli affitti sono proibitivi. Il Comune avrebbe potuto lanciare un piano casa di edilizia convenzionata da offrire, a prezzi accettabili, alla piccola e media borghesia produttiva, ma ha preferito invece lisciare il pelo alla speculazione più bieca e brutale, consentendo la costruzione di case fuori da ogni regola. Persino la magistratura di rito ambrosiano, di solito ben attenta alle ragioni della sinistra, se ne è accorta.
Il contesto metropolitano e i blocchi sociali
Quindi, come si accennava, la condanna degli elettori verso questo sindaco e questa giunta dovrebbe essere scontata. Purtroppo, esiste la possibilità che non sia così: la vittoria del cosiddetto centrodestra non è certa.
La realtà è che Milano condivide la sorte di molte grandi città, come Londra, Parigi, New York, dove una serie di fattori politici, demografici e sociologici conducono al potere una sinistra estrema, immigrazionista e anti-bianca, socialista e quindi assistenzialista, culturalmente woke e dedita alla cancel culture, al genderismo, a una sorta di gay pridepermanente.
Sono una serie di blocchi sociali inscalfibili, implicitamente alleati tra di loro, fortemente ideologizzati e quindi impermeabili ai principi della buona amministrazione, che determinano la vittoria di una forma mostruosa di un ircocervo che è un connubio di estremismo liberal e di neo-comunismo.
I radical-chic e il ceto medio semicolto
Innanzi tutto i radical-chic dei quartieri alti, professionisti affermati, imprenditori organici al deep state, professori universitari pubblicanti nei circuiti “scientifici” giusti, giornalisti mainstream e ovviamente progressisti, con le loro mitiche sciurette in bicicletta con la Repubblica nel cestino assieme alla scritta no oil e magari anche un cagnetto. Tutti radicalizzati salottieramente a sinistra (“l’hegelismo straccione del progressismo dei quartieri alti” lo ha felicemente definito Stenio Solinas), ma potentissimi per la loro egemonia (rectius, proterva occupazione) della cultura e dei media.
Un altro blocco sociale è quello del ceto medio semicolto, docenti, precari o di ruolo, in una scuola in cui se non sei di sinistra, antifascista e filoislamico non puoi insegnare. Poi i professionisti “quasi-intellettuali”: pubblicitari, quadri amministrativi dello Stato e degli enti locali, persino bibliotecari (provate a chiedere un libro di destra in una biblioteca pubblica). Poi medici e personale sanitario frustrato e sindacalizzato. Tutti, per interesse di casta, favorevoli a politiche stataliste e a un welfare sempre più esteso e pervasivo.
L’egemonia culturale e la rete della sinistra
Non dobbiamo poi dimenticare i numerosi immigrati, di prima, seconda e terza generazione, a cui governi lassisti, immigrazionisti e di sinistra hanno concesso una cittadinanza facile e immeritata. Infine non è da dimenticare il braccio armato della sinistra istituzionale: gli “antagonisti” facili alla rivolta di piazza, rumorosi, arroganti, violenti, gli attivisti degli immarcescibili centri sociali, covi di occupatori, picchiatori e semi-terroristi. La storica presa della sinistra sui mediadi ogni tipo (quotidiani, riviste, televisioni) e sul mondo della cultura (scuole, università, case editrici) consente il pieno possesso di un potere che è culturale e sociale, prima ancora che politico. Paradigmatico il caso del Corriere della Sera, un tempo onorevole quotidiano moderato-conservatore, oggi su posizioni di sinistra, se non di estrema sinistra, in concorrenza con la Repubblica.
Il controllo del territorio e dei quartieri
Infine, non dobbiamo dimenticarci della fittissima rete di sezioni del PD e delle altre forze di estrema sinistra, delle sedi dell’ANPI e dell’ARCI, finanziate anche con soldi nostri, delle associazioni apertamente o nascostamente di sinistra con affittanze gratuite e semigratuite da parte del Comune, dei sindacati (non solo la comunista CGIL), del pullulare di comitati di quartiere, promossi e manovrati da attivisti rossi, dediti alle cause più stravaganti, delle rumorose presenze dei cosiddetti ambientalisti, fanatici e dagli istinti vandalici, delle sedi dei Municipi dominati dalla sinistra ormai bubboni di infezione antifascista, antirazzista, immigrazionista e genderista.
Anche i giornaletti gratuiti dei vari quartieri, finanziati spesso dagli stessi Municipi, sono portatori di temi e tesi di ultrasinistra. Persino le parrocchie sono ormai centri di propaganda sinistrorsa, in nome, e non solo, della cosiddetta “accoglienza”. E infine i già citati centri sociali con i loro violenti sprangatori e lanciatori di molotov. Una rete malefica che avviluppa la città, soprattutto nei quartieri periferici, cerca di costruire un comune sentire progressista e antifascista, costruisce un contesto in cui la “normalità” significa essere di sinistra, difendere gli invasori, esaltare i “maranza” come forma di resistenza sociale, violare sistematicamente le leggi, attuare un tentativo di “violenza di massa” come teorizzata negli anni ‘70.
L’assenza della destra istituzionale
E la destra istituzionale? Non pervenuta. Priva di qualsiasi potere culturale, per incapacità, incompetenza, indifferenza, ignoranza, si è sempre ben guardata da qualsiasi tentativo di penetrazione nel tessuto sociale, anche quello rappresentato da aree civili tendenzialmente favorevoli, sia pure confusamente e sulla base di interessi, come quelle dei commercianti, dei professionisti, dei piccoli e medi imprenditori. Si possono contare sulle dita di una mano, ed è solo un esempio, i convegni culturali organizzati da una destra di governo che pare dedita solo al piccolo cabotaggio politico-amministrativo e alla conservazione delle poltrone. Presentazione di libri, organizzazione di mostre, attivazione di un diffuso associazionismo “di destra”? Io non li ho visti e voi? Presenza nelle università, nei centri studi, nelle agenzie culturali di vario genere? Zero. E così via. È chiaro che con una destra così la vittoria della sinistra, nonostante i catastrofici risultati della giunta Sala, rimane possibile e persino probabile.
L’illusione dei candidati civici
Ma almeno, a destra stanno cercando un candidato credibile, autorevole, conosciuto? O stanno cercando di costruirlo, magari sulla base di analisi socio-demografiche e di credibili sondaggi? Forse il cosiddetto centrodestra meneghino lo sta facendo nascostamente, ma lo scetticismo è d’obbligo. Sono ancora alla discussione tra “candidato politico” o “candidato dalla società civile”? Riguardo al possibile candidato “civico/dalla società civile” che piace ad alcuni politici dell’area governativa, forse perché apparentemente innocuo e non minacciante, si sono probabilmente dimenticati dell’esperienza delle elezioni comunali del 2021, quando Beppe Sala travolse con il 57% Luca Bernardo, molto perbene luminare della medicina ma sconosciutissimo, e anche un po’ impacciato, candidato dal centrodestra, che si fermò a un imbarazzante 32%, tra gli sghignazzi della vincente ultrasinistra.
Eppure, è pericolosa e preoccupante questa pulsione di parte della destra di governo per una candidatura “tecnica”, “espressione della società civile” (peraltro, come sopra accennato, totalmente trascurata), “proveniente dalle professioni”, che dimostra una superficiale ingenuità o peggio. In politica non si vince con una, vera o presunta, “impolitica” (forse, talvolta, con l’antipolitica). Salvo rari casi (come Brugnaro a Venezia), i candidati “civici” in realtà non esistono o non sono veramente tali.
Le proposte di Forza Italia e la candidatura Cottarelli
Altrettanto pericolosa e preoccupante è la ricerca, da parte di alcuni settori del centrodestra, di un “candidato straniero”, cioè, detto in chiaro, appartenente al nemico. Forza Italia, nella sua corsa al centrosinistra come area politica di riferimento in cui incardinarsi, ha proposto Carlo Cottarelli, ex-banchiere (ma un banchiere, come un sacerdote o un generale, non è mai “ex”), organico a quel mondo mondialista della mega-finanza, di Davos, delle grandi istituzioni creditizie multinazionali, di quell’Unione Europea che ci sottrae, giorno dopo giorno, sovranità e libertà. Cottarelli è della stessa razza dei Draghi, dei Monti, un finto “tecnico”, un estremista liberale progressista.
Candidato dal PD in un collegio uninominale nelle elezioni del 2022, e trombato dalla Santanché, venne comunque ripescato col proporzionale. Insomma come può seriamente pensare Forza Italia che un elettore di destra (e magari di destra/destra) possa votare uno così? Non è una candidatura, è una boutade. Un simpatico lettore de LaVerità, in una lettera al quotidiano, così motteggia: “Se io fossi milanese, davanti alla candidatura di Cottarelli, voterei per qualsiasi candidato presentasse Vannacci, fosse anche il suo barboncino nano”.
L’ipotesi Di Pietro e le incongruenze strategiche
E, a proposito di Daniela Santanchè, come le è venuto in mente di candidare sindaco Antonio Di Pietro? Una sorta di captatio benevolentiae nei confronti della casta giudiziaria a fronte dei suoi guai processuali? Solo per “ricompensarlo” per il suo Sì al referendum sulla giustizia? Non si ricorda la Santanché che Di Pietro e i suoi sodali del cosiddetto “pool delle Mani Pulite” smantellarono allegramente tutti i partiti non comunisti salvando solo il vecchio PCI grazie anche al silenzio del “militante tutto d’un pezzo” Primo Greganti? Non si ricorda degli strani viaggi del giudice negli Stati Uniti: avevano a che fare con la persecuzione di Craxi (anche) per i fatti di Sigonella? Non si ricorda che Di Pietro, uscito polemicamente dalla magistratura, fondò un partito politico dal presuntuoso nome di Italia dei Valori, schierato saldamente a sinistra?
Candidare personalità del campo avverso non è solo stupido, è soprattutto una manifestazione d’impotenza e di voglia di essere sconfitti.
La necessità di un vero candidato di destra
Insomma, parafrasando un motto di Flaiano, la situazione del centrodestra a Milano sembra essere grave, ma non seria. Sembra quasi che i loro leader (parola evidentemente assai grossa rispetto alla realtà) locali siano convinti che gli elettori di centrodestra voteranno chiunque, uno sconosciutissimo “civico”, un ultramoderato ex democristiano come Lupi, un tecnico magari col blasone bocconiano pur di non trovarsi Majorino (o uno come lui) sindaco. Beh, i leaderini meneghini si sbagliano.
Le condizioni sono cambiate e il ricatto: “meglio la qualunque piuttosto che la sinistra”, non funziona più. Se lo ricordino, prima di rimediare una nuova, cocente sconfitta. E quindi si diano da fare per trovare un candidato credibile, di destra, deciso a farla finita con la tolleranza delle violenze degli immigrati, l’osceno gay pride permanente, i ricattatori rigurgiti resistenzialisti delle carte bollate (“se vuoi uno spazio del Comune devi giurare di essere antifascista e di amare la Costituzione come la mamma”), l’egemonia della “cultura” di sinistra e così via.
Antonio de Felip
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