L’allerta in centro e il presidio
L’elicottero sorvola il centro della città, l’allerta è massima, le forze dell’ordine hanno ricevuto istruzioni: fare quadrato intorno alla Questura e alla Prefettura, nervi sensibili per l’ordine pubblico.
L’ipotesi che il livello di tensione aumenti in circostanze come queste è una realtà fattuale; infatti, dopo il presidio per Abderrahim Fakir in piazza del Nettuno, come una marea i manifestanti raggiungono piazza Roosevelt e occupano il piazzale antistante la Questura e la Prefettura dove i cordoni di polizia sono stati schierati in assetto antisommossa. La gente grida e avanza, qualcuno intona il classico «tout le monde déteste la police» e in un istante le poche voci che si erano alzate diventano un coro all’unisono; il nervosismo è incalzante, per alcuni manifestanti in prima linea la voce è insufficiente, le braccia, le mani e i calci contro gli scudi incarnano l’espressione della rabbia, e non solo per ciò che è accaduto nel quartiere Pilastro, ma per un odio viscerale dove convergono frustrazioni, malumori e tensioni sociali stratificati.
Il contatto e la carica della polizia
La distanza tra i manifestanti e la polizia si assottiglia sempre di più, la linea rossa che era stata istituita è lì a un passo, i due schieramenti sono vis-à-vis: una spinta, due spinte, qualcuno dei manifestanti tenta di frapporsi tra gli antagonisti e la polizia per evitare lo scontro, ma un passo di troppo lascia la linea rossa alle spalle e in un attimo si apre quella zona grigia dove tutto può accadere. Dopo l’ennesima spinta in avanti le parti entrano in contatto, l’innesco è attivato: gli scudi della polizia reggono il primo urto e subitaneamente tentano di respingere quel moto perpetuo per allontanare i manifestanti e disperdere quella pericolosa concentrazione umana.
La guerriglia urbana e le barricate
Il reticolo di strade intorno alla Questura e alla Prefettura rimane presidiato dalle camionette e dai reparti mobili di poliziotti che vengono coordinati per spostarsi con rapidità, mentre un nutrito gruppo di manifestanti, la frangia più violenta, si frammenta e si ricompatta a seconda delle cariche delle forze dell’ordine, che indietreggiano e avanzano per contenere la guerriglia urbana. Uno dei punti più caldi è via Giacomo Venezian, dove la concentrazione è più alta: tanti giovanissimi dal volto coperto sparano razzi e lanciano petardi e bottiglie contro la polizia, che con gli idranti in azione disperde chi capita sotto tiro per evitare che i nuclei appiedati debbano scontrarsi con i facinorosi.
Nel frattempo, all’angolo di via Ugo Bassi e via Nazario Sauro una coppia di giovanissimi, sempre a volto coperto e a torso nudo, ribalta i cestini dell’immondizia per recuperare delle bottiglie vuote, mentre intorno a loro le persone li osservano e qualcuno li addita, ma inutilmente, perché quei due ragazzi già corrono verso via Giacomo Venezian, dove nel mentre, nonostante le cariche delle forze di polizia, è stata improvvisata una barricata con biciclette, pali, armadietti recuperati dai cassonetti e transenne disarcionate da un cantiere in via Rizzoli, dove anche qui la devastazione non ha risparmiato le vetrine e tutto quello che era in strada, persino gli escavatori vandalizzati e le pile di basolati ribaltate.
I lacrimogeni e la fuga tra le vie
A un tratto, una nube di fumo investe le strade, l’odore è acre e l’aria diventa irrespirabile, gli scoppi dei lacrimogeni sparati rompono il brusio degli scontri, gli occhi bruciano, c’è chi tossisce e chi tenta di coprirsi il naso e la bocca per non respirare, mentre in tutta la zona cala un velo opaco di cortine di fumo. Nel tentativo di spostarmi in tutta fretta in quel labirinto di strade, un altro scoppio sovrasta le voci, alzo lo sguardo e il cielo scuro viene striato da due lunghe scie di fumo bianco che prima rimbalzano contro la facciata di un palazzo in via Montegrappa e poi due lacrimogeni cadono ai nostri piedi: è il fuggi fuggi generale.
Le auto in fiamme e le considerazioni finali
Gli scontri proseguono, come un elastico entrambi gli schieramenti si snodano in una tensione costante, i blocchi ai varchi per accedere a piazza Roosevelt restano chiusi, ma i cordoni di polizia a presidio non possono sganciarsi, perché tante piccole folle avanzano ogni volta che le forze dell’ordine indietreggiano, fino a quando le posizioni non si stabilizzano e una serie di automobili non viene data alle fiamme in quella terra di nessuno che si è creata tra i due blocchi contrapposti.
Questa è stata la notte di ordinaria follia a Bologna, dove lo stupore non è più di casa, dove si accetta oramai lo squallore e il degrado di una città elevata ingenuamente a modello urbano. La deriva che ha preso corpo da quella manifestazione “pacifica” è stata lo sfogo di un profondo disagio per il malessere diffuso, quasi del tutto giovanile, nonché il risentimento e l’odio per le istituzioni: la morte di un uomo è stata il pretesto per dare sfogo, e la degenerazione che ne è seguita era già preventivata e dunque accettata come “logica” conseguenza.
Riccardo Giovannetti
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