Quando la retorica femminista sbatte contro il potere reale
Nella liturgia della sinistra politica e nel dibattito culturale dominante, l’evocazione del “patriarcato” e della “mascolinità tossica” è diventata una categoria interpretativa universale.
Ogni stortura della società, ogni disfunzione sistemica e ogni resistenza alle istanze progressiste vengono puntualmente ricondotte all’esistenza di una sovrastruttura maschilista che ostacolerebbe, in modo quasi scientifico, l’accesso delle donne ai luoghi nei quali si assumono le decisioni politiche, economiche e culturali.
Nella retorica contemporanea, il patriarcato non viene più trattato come un fenomeno storico, circoscritto e verificabile, ma come una presenza invisibile e onnipervasiva, capace di sopravvivere a qualsiasi trasformazione della società e di spiegare ogni possibile risultato.
Se gli uomini occupano i vertici, ciò dimostra l’esistenza del patriarcato. Se quei medesimi vertici vengono occupati dalle donne, si sostiene che il patriarcato continui comunque a governare attraverso di loro. Una teoria che considera ogni possibile realtà come conferma di sé stessa non è più uno strumento di analisi politica. È un dogma.
Eppure, se dall’impianto ideologico si passa all’osservazione della realtà, emerge un cortocircuito logico sempre più difficile da dissimulare.
Basta scorrere i nomi di chi occupa alcuni dei principali centri decisionali dell’Europa contemporanea. Ursula von der Leyen presiede la Commissione europea, Roberta Metsola il Parlamento europeo, Kaja Kallas dirige la politica estera e di sicurezza dell’Unione, mentre Christine Lagarde governa la politica monetaria dell’Eurozona dalla presidenza della Banca centrale europea.
Non si tratta di incarichi decorativi, ma di posizioni dalle quali si orientano politiche industriali, finanziarie, militari, diplomatiche e regolamentari capaci di incidere sulla vita di centinaia di milioni di cittadini.
Anche nella politica nazionale il quadro è emblematico. In Italia Giorgia Meloni guida il governo ed Elly Schlein il principale partito dell’opposizione. Il confronto politico italiano si svolge quindi, almeno nei suoi due principali poli parlamentari, fra due leadership femminili.
Il fenomeno non appartiene soltanto alla sinistra progressista. In Germania Alice Weidel è co-portavoce federale dell’Alternative für Deutschland e una delle figure centrali dell’opposizione nazional-conservatrice. Nel Regno Unito Kemi Badenoch guida il Partito conservatore e l’opposizione ufficiale. In Francia Marine Le Pen continua a rappresentare il principale riferimento del fronte nazionalista.
La presenza femminile ai vertici attraversa dunque destra e sinistra, europeismo e sovranismo, governo e opposizione.
La medesima realtà appare fuori dall’Europa. Claudia Sheinbaum è presidente del Messico, mentre Sanae Takaichi è diventata la prima donna a guidare il governo del Giappone, una delle maggiori potenze industriali e tecnologiche del mondo. Anche in questo caso non siamo di fronte a figure simboliche collocate ai margini delle decisioni, ma a donne che esercitano direttamente il potere esecutivo.
Negli Stati Uniti Hillary Clinton è stata la prima donna candidata alla presidenza da uno dei due grandi partiti nazionali. Otto anni dopo, Kamala Harris è stata candidata democratica alla Casa Bianca, dopo essere già diventata la prima vicepresidente donna nella storia americana.
Entrambe sono state sconfitte, ma il dato politico rimane: il massimo vertice della più potente democrazia occidentale non è più considerato istituzionalmente o culturalmente precluso a una donna.
Le donne non si limitano più a chiedere accesso alle stanze dei bottoni. In molti casi vi siedono, le dirigono e ne determinano le scelte.
Le istituzioni che educano
Il mutamento non riguarda soltanto i vertici più visibili della politica. Investe anche le
istituzioni che formano le nuove generazioni, trasmettono valori, selezionano il sapere legittimo e costruiscono il linguaggio attraverso cui la società interpreta sé stessa.
Il caso più evidente è la scuola.
In Italia la professione docente è ormai fortemente femminilizzata. Secondo i risultati TALIS 2024, nella scuola secondaria di primo grado il 77 % degli insegnanti è costituito da donne.
Nei livelli precedenti lo squilibrio è ancora più netto: nell’educazione prescolare la presenza maschile è ridotta a percentuali residuali, mentre nella scuola primaria le donne costituiscono la quasi totalità del corpo docente.
Ciò significa che, durante gli anni decisivi della formazione linguistica, emotiva, relazionale e civica, bambini e adolescenti incontrano un sistema educativo nel quale la figura maschile è sempre più rara.
Nelle istituzioni educative, chi istruisce e accompagna le nuove generazioni durante gli anni decisivi della formazione è, in larghissima maggioranza, una donna.
Se una professione composta per oltre tre quarti da donne continua a essere interpretata esclusivamente attraverso la categoria del patriarcato, allora quella categoria non serve più a descrivere la composizione reale dell’istituzione.
Serve a imporle preventivamente un significato ideologico.
Il problema non è soltanto quantitativo. Chi insegna non trasmette semplicemente nozioni. Contribuisce alla formazione della sensibilità, dei modelli relazionali, della concezione della famiglia, del linguaggio morale e dell’immagine che ragazzi e ragazze costruiscono di sé e dell’altro sesso.
La scuola è quindi una delle più importanti funzioni culturali di una società. E quella funzione, soprattutto nei primi anni, è oggi esercitata in larghissima maggioranza da donne.
Sarebbe interessante domandarsi perché la scomparsa progressiva degli uomini dall’insegnamento non venga considerata un problema di rappresentanza. Le campagne per l’equilibrio di genere sembrano infatti procedere in una sola direzione: la prevalenza maschile viene denunciata come discriminatoria, mentre quella femminile viene trattata come un fenomeno naturale, irrilevante o persino desiderabile.
La parità, evidentemente, viene invocata soltanto quando produce il risultato ideologicamente previsto.
L’università e la produzione culturale
Anche nell’università il quadro è profondamente cambiato. Le donne costituiscono ormai circa il 57 % degli studenti universitari e oltre il 58 % di coloro che conseguono un titolo.
Non sono quindi una minoranza esclusa dall’istruzione superiore, ma rappresentano la componente maggioritaria della popolazione studentesca e dei laureati.
Il tema più urgente potrebbe essere ormai un altro: comprendere perché una quota crescente di uomini abbandoni precocemente gli studi, consegua risultati scolastici peggiori o non acceda all’università.
Ma una cultura politica abituata a interpretare ogni differenza come prova della discriminazione femminile fatica perfino a riconoscere l’esistenza di uno svantaggio maschile.
Quando i dati contraddicono la teoria, vengono semplicemente ignorati.
L’informazione e il controllo del linguaggio.
Anche il mondo dell’informazione, dell’editoria, della televisione e della comunicazione ha conosciuto una profonda femminilizzazione.
Nel giornalismo italiano e internazionale le donne non sono ancora maggioritarie in ogni segmento e le direzioni delle principali testate rimangono spesso affidate a uomini. Una ricerca internazionale del Reuters Institute ha rilevato che le donne costituiscono mediamente circa il 40 % dei giornalisti nei mercati esaminati, ma soltanto il 27 % dei direttori
delle principali organizzazioni informative.
Eppure, la loro presenza nelle redazioni, nella comunicazione istituzionale, nei programmi televisivi, nell’editoria, nelle professioni linguistiche e nella produzione di contenuti è ormai massiccia e strutturale.
Questo settore merita particolare attenzione perché l’informazione non si limita a raccontare la realtà. Stabilisce quali fatti meritino visibilità, quali parole siano considerate accettabili, quali emergenze debbano occupare l’agenda pubblica e quali gruppi possano rivendicare lo statuto morale di vittima.
Chi controlla il linguaggio non esercita un potere inferiore a chi firma una legge.
Eppure, anche quando donne giornaliste, conduttrici, autrici, funzionarie della comunicazione ed esperte contribuiscono direttamente a determinare il racconto pubblico, il sistema mediatico continua a essere descritto attraverso il paradigma di un dominio maschile pressoché assoluto.
Ancora una volta, la realtà concreta viene subordinata alla necessità di conservare intatta la narrazione.
La giustizia e il potere di giudicare
Il caso della magistratura è ancora più significativo, perché la giustizia non è soltanto una professione: è una delle funzioni sovrane dello Stato.
Il magistrato interpreta la legge, pronuncia sentenze, dispone misure cautelari, incide sulla libertà personale, sul patrimonio, sulle relazioni familiari e sulla reputazione dei cittadini.
Pochi poteri sono più concreti di quello esercitato in un’aula giudiziaria.
Al 3 marzo 2026, su 10.100 magistrati presenti in Italia, 5.778 erano donne e 4.322 uomini. La componente femminile rappresentava quindi il 57,2 % del totale. La maggioranza femminile è ancora più significativa tra le generazioni entrate più recentemente in magistratura, grazie a risultati concorsuali che da anni vedono prevalere le candidate.
È vero che negli incarichi direttivi permane una prevalenza maschile. Ma questo residuo squilibrio ai livelli apicali non autorizza a descrivere l’intero ordinamento giudiziario come una cittadella patriarcale.
Una delle principali funzioni dello Stato è ormai esercitata in maggioranza da donne.
Il sesso di chi governa non cambia il sistema.
La sfasatura tra narrazione militante e realtà istituzionale mette in luce la vera natura assunta dal discorso sulla mascolinità tossica e sul patriarcato.
Non più uno strumento di analisi socioeconomica, ma un dispositivo retorico di posizionamento ideologico.
Quando si invoca il patriarcato di fronte a una struttura di potere nella quale le donne occupano ministeri, presidenze, tribunali, scuole, università, redazioni e apparati amministrativi, si scambia la battaglia per i diritti reali con la gestione dei simboli.
Soprattutto, si evita di fare i conti con un dato assai più scomodo: il sesso di chi governa non altera necessariamente la sostanza del potere.
L’ingresso delle donne nelle stanze dei bottoni non ha stravolto le logiche economiche, le priorità geopolitiche o i meccanismi di gestione dell’emergenza che caratterizzano la governance contemporanea.
Le leader femminili, di destra come di sinistra, operano all’interno dei medesimi vincoli di bilancio, delle medesime alleanze internazionali e degli stessi apparati burocratici. Possono applicare politiche di austerità, promuovere il riarmo, limitare libertà, sostenere sistemi di sorveglianza o imporre trasformazioni sociali esattamente come un uomo.
La presunta diversità antropologica che la narrazione progressista ha attribuito per anni alla leadership femminile si è rivelata un mito consolatorio. Alle donne erano attribuite una maggiore sensibilità sociale, una naturale inclinazione alla
pace, una superiore attitudine alla mediazione e un esercizio meno autoritario del comando.
L’esperienza concreta ha mostrato qualcosa di più semplice: uomini e donne, una volta inseriti nei medesimi apparati, tendono a operare secondo gli interessi, i vincoli e le logiche di quegli apparati.
Il potere non cambia necessariamente natura quando cambia il sesso di chi lo esercita.
Questo non rappresenta un fallimento dell’emancipazione. Al contrario, ne costituisce forse l’esito più coerente.
Le donne sono finalmente libere di esercitare il potere nel bene e nel male, senza dover incarnare una presunta superiorità morale legata al proprio sesso. Possono essere capaci o incapaci, coraggiose o opportuniste, autorevoli o mediocri, esattamente come gli uomini.
La vera parità comincia quando una donna che governa può essere giudicata per ciò che fa e non protetta simbolicamente in quanto donna.
L’infantilizzazione delle donne
Rimanere incagliati nella condanna a rete unificata della mascolinità tossica produce un primo effetto distorsivo: infantilizza le donne stesse.
Continuare a rappresentarle come una categoria perennemente fragile, bisognosa di tutela ideologica, protezione linguistica e quote riservate significa negare implicitamente l’autonomia e la responsabilità delle donne che hanno conquistato le più alte posizioni politiche, culturali e professionali.
Una presidente del Consiglio non è una vittima simbolica.
Una presidente di banca centrale non è una figura subalterna.
Una magistrata non è estranea all’autorità dello Stato.
Una dirigente politica non è una comparsa introdotta nel sistema da una concessione
maschile.
Sono figure di potere e devono essere giudicate per le decisioni che assumono, per gli
interessi che rappresentano e per le conseguenze delle loro azioni.
Attribuire loro contemporaneamente il potere concreto e lo statuto morale della vittima
significa concedere autorità senza responsabilità.
L’alibi della sinistra
Il secondo effetto è offrire alla sinistra un comodo alibi per nascondere la propria vacuità
programmatica.
È molto più semplice denunciare un’astratta cultura patriarcale che affrontare i colli di bottiglia reali delle società europee: il crollo demografico, la precarizzazione del lavoro, l’impoverimento del ceto medio, la crisi della famiglia, l’abbandono scolastico maschile, la perdita di sovranità politica e l’espansione degli apparati tecnocratici.
Questi problemi colpiscono uomini e donne e non possono essere spiegati seriamente attraverso la sola contrapposizione fra i sessi.
Un giovane senza prospettive, un padre separato impoverito, un operaio espulso dal mercato del lavoro, una famiglia incapace di avere figli o una studentessa costretta alla precarietà non sono il prodotto di una misteriosa volontà collettiva maschile. Sono il risultato di scelte economiche, trasformazioni culturali e meccanismi istituzionali assai più complessi.
Ridurre tutto al patriarcato consente di evitare il confronto con il capitalismo finanziario, con la tecnocrazia, con la crisi della rappresentanza e con la crescente incapacità della politica di governare i processi reali.
Il conflitto fra uomini e donne diventa così la cortina fumogena dietro la quale il potere può continuare indisturbato a concentrare risorse, limitare autonomie e disciplinare la società.
Il nuovo volto del potere
Il paradosso conclusivo è evidente: mentre una parte del dibattito pubblico continua a combattere contro il fantasma di un ordine patriarcale novecentesco, il potere contemporaneo ha già superato la questione del sesso di chi lo esercita.
Non perché sia diventato più umano o più giusto, ma perché è diventato più impersonale.
Il potere della nostra epoca non possiede necessariamente il volto severo del padre-padrone.
Ha il linguaggio neutro della procedura, dell’algoritmo, della direttiva, del parametro finanziario e dello stato d’emergenza. Non chiede più obbedienza in nome dell’autorità maschile, ma in nome della competenza tecnica, della sicurezza, della sostenibilità, della salute pubblica e della conformità normativa.
Può essere esercitato indifferentemente da uomini o da donne, perché la sua vera natura non è sessuale, ma sistemica. Continuare a chiamarlo “patriarcato” significa combattere una rappresentazione antiquata del comando mentre davanti ai nostri occhi si consolida una forma di dominio assai più moderna: burocratica, tecnocratica e perfettamente compatibile
con la parità di genere.
La gabbia del potere contemporaneo non è maschile né femminile: è tecno-amministrativa.
Alberto Ferretti
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