Anamnesi e diagnosi: la sindrome del prigioniero di guerra
Anamnesi: abbiamo perso una guerra, quella più importante, la Seconda Guerra Mondiale; ed è stata persa da tutti noi. L’hanno persa i fascisti, l’hanno persa i partigiani rossi che non sono riusciti a svendere la Patria ai sovietici (e ci hanno provato fino agli anni ’80) e l’hanno persa i partigiani bianchi che non sono riusciti a salvare la Monarchia. Il peso di quella sconfitta, dovuta a tradimenti di forze ancora in gioco – quelle che vogliono farci diventare quello che non siamo mai stati e che non vogliamo essere –, ricade sugli italiani.
Diagnosi: soffriamo della patologia denominata PoW (Prisoner of War) nella sua variante più comoda (anche se sul piano della dignità non è la meno dolorosa), ovvero quella del prigioniero di guerra costretto dalle circostanze ad essere collaborativo.
Le terapie: cavalcare la tigre e l’autogestione nel campo
Per la terapia psicologica, occorre assumere che abbiamo perso la guerra ma che, tutto sommato, il combattente italiano l’ha persa con onore, checché ne dicano i nostri detrattori interni – i peggiori – ed esteri. Bisogna accettare che la sconfitta è un fatto che nell’immediato (e si parla di numerose generazioni) è irreversibile. In tale condizione, l’unica cosa utile da fare è «cavalcare la tigre» e scucire tutti quei benefit utili a meglio campare.
Invece dal punto di vista della terapia medica, la soluzione consiste nel ritagliarsi un’area vivibile in seno al campo di prigionia, crearvi una situazione di autogestione e farci regnare non solo l’ordine (utile a meglio campare) ma anche le nostre consuetudini, che abbiamo ereditato dai nostri padri, nonni e avi. Questo modello potrebbe persino essere d’esempio ai nostri secondini.
L’illusione dell’indipendenza immediata e i limiti della colonia
Fuor dai denti, in quell’immenso campo di concentramento che è l’Europa, il nostro cantuccio di autogestione è un’ottima area dove vivere, ma togliamoci dalla testa l’illusione che quella concessione possa diventare, hic et nunc, indipendenza attraverso un atto di sconsiderata ribellione. Il motivo è molto semplice: i secondini ci revocherebbero l’autogestione. Se è vero che la guerra l’abbiamo persa ottant’anni fa e che non viviamo propriamente in un campo di prigionia, siamo comunque una colonia e i padroni della vaporiera ci metterebbero un attimo ad azzerarci in maniera soft.
Quel che i nostri responsabili sono chiamati a fare è agire in modo da farci campare al meglio in questo nostro settore del campo, facendo regnare l’ordine e la pulizia, e ottenendo tutto quello che è possibile scucire come benefit: sovvenzioni, strutture, guarentigie, spazi di autonomia e altro. Si deve agire per preservare l’autonomia guadagnata e, pian piano, incrementarla.
I limiti della classe dirigente: tra sicofanti e illusi
Il nostro problema di sconfitti è che la classe dirigente a capo del nostro settore di prigionia è inadeguata, direi fortemente deficiente quanto a una visione strategica suscettibile di portarci fuori da questa situazione asservita. Da una parte (quella più infame) infatti ci stanno quelli che sbavano per i nostri secondini, i quali li trattano come vanno trattati i sicofanti, assestando loro ogni tanto un calcio nel sedere per ricordar loro la condizione di assoggettati.
Dall’altra parte (quella eroicamente onesta ma illusa) ci stanno coloro i quali vorrebbero tutto e subito: ossia, uscire dalla NATO, cacciare gli americani, dichiarare guerra a Israele e ottenere di rimando di finire come è finito Mattei, come Kennedy, oppure come la Libia o l’ex Yugoslavia. Il mio non è un ragionamento improntato all’ignavia o al “vorrei ma non posso”, è un ragionamento improntato alla pura oggettività dei fatti.
Una strategia calibrata per il recupero dell’italianità
Facciamo pulizia in casa nostra, mettiamo gli italiani in condizione di vivere bene, consolidiamo la nostra (ancorché poca) autonomia decisionale e recuperiamo la nostra italianità, difendendola da quei parassiti che la vogliono diluire fino a farla sparire nel cosmopolitanesimo. Pian piano recupereremo la nostra autonomia e la nostra primazia in seno al Mediterraneo.
I tempi sono maturi: i nostri secondini si stanno indebolendosi a vista d’occhio e noi, ancorché sconfitti, ci stiamo invece rinvigorendo, coagulandoci intorno a chi non ci ammansisce con gli slogan ma indica una calibrata strategia di riscossa attuabile. Stringiamoci a coorte, abbandoniamo gli slogan, guardiamo alla realtà oggettiva e facciamo pulizia in casa nostra; il resto verrà in automatico.
Corrado Corradi
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