Dall’indignazione rituale alla gestione del consenso: perché il sistema si autoassolve mettendo in scena la propria condanna.
La messinscena dell’indignazione rituale
Ogni volta che esplode l’ennesimo scandalo nel mondo dello spettacolo, la narrazione è sempre la stessa: rivelazioni scioccanti, verità nascoste, coraggio improvviso. Ma ciò che viene presentato come rottura è in realtà continuità; ciò che viene venduto come denuncia è spesso gestione del danno. Il punto centrale, che si evita accuratamente di affrontare, è che quel mondo funziona così da sempre. Non per deviazioni occasionali, ma per struttura. È un sistema fondato su asimmetrie di potere, selezione opaca, dipendenza e scambio. Un sistema che non vive di talento, ma di accesso. Di chi concede e di chi accetta. Quando questi meccanismi vengono improvvisamente “rivelati”, non servono solo a mettere in imbarazzo qualcuno o colpire un segmento del sistema. Servono soprattutto a costruire un momento di indignazione collettiva. Un’indignazione non autentica, ma rituale. Spettacolare. Necessaria.
Il capro espiatorio e l’alibi della società
La società ha bisogno di indignarsi pubblicamente per poter continuare a sentirsi estranea a ciò che in realtà conosce benissimo. Fingere sorpresa è il prezzo da pagare per non dover ammettere una verità molto più scomoda: in quelle stesse condizioni, con le stesse opportunità e gli stessi incentivi, molti farebbero esattamente lo stesso. Lo scandalo, allora, non rompe il patto sociale: lo rafforza. Permette a tutti di puntare il dito senza guardarsi allo specchio. Consente una catarsi momentanea che assolve il pubblico e isola il colpevole di turno, trasformandolo in capro espiatorio di pratiche ampiamente tollerate. La società dello spettacolo non viene messa sotto accusa quando produce degrado, ma solo quando quel degrado diventa ingestibile sul piano dell’immagine. Non si colpisce il meccanismo, si mette in scena la sua condanna. È una forma di autoconservazione, non di giustizia.
Il denunciante come regolatore del consenso
In questo contesto, la figura del “denunciante” assume un ruolo preciso: non quello del sovversivo, ma del regolatore del consenso. Colui che parla non per distruggere il sistema, ma per riorientarlo, per ristabilire confini accettabili, per indicare fino a dove ci si può spingere. La denuncia diventa essa stessa spettacolo, perfettamente integrata nel ciclo mediatico che dice di combattere. Il coraggio esibito è calcolato, non gratuito. Arriva sempre dopo, mai prima. Quando i costi sono stati valutati e il racconto è già pronto. È un atto che produce rumore, non cambiamento.
Oltre la morale di facciata: l’architettura del potere
Il problema, quindi, non è lo scandalo in sé, ma la funzione politica dello scandalo: anestetizzare le coscienze attraverso l’indignazione, coprire la complicità diffusa con una morale di facciata, impedire che si apra una riflessione vera sulla natura del potere e sulla fragilità umana quando vi è esposta. Chi rifiuta questo gioco non lo fa per moralismo, ma per realismo. Perché una società che ha bisogno di indignarsi in pubblico per non riconoscersi privatamente è una società che ha già rinunciato alla responsabilità. Finché si continuerà a fingere che il problema siano singoli comportamenti e non un’intera architettura di potere — condivisa, tollerata e interiorizzata — nulla cambierà davvero. Cambieranno i volti, i toni, i tempi della messinscena. Ma il circo resterà intatto. E continuerà a chiedere il suo prezzo.
(Questo testo analizza dinamiche culturali e sociali di carattere generale e non è riferito a singoli individui o fatti specifici).
Gianluca Mingardi
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