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Remigrazione?

Roberto Pecchioli di Roberto Pecchioli
23/06/2026
in Costume, Cronaca, Politica, Società
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Remigrazione?
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di Roberto Pecchioli

Il realismo di fronte al dramma migratorio

Papa Leone ha affermato che la remigrazione non è una risposta cristiana all’immigrazione. No, Santità, significa affrontare un dramma con realismo. Quanto al respingimento di chi arriva senza invito né permesso, i popoli cristiani hanno sempre difeso se stessi dagli stranieri, dagli estranei, dagli invasori. È un diritto naturale. Il Presidente della Repubblica, senza neppure essere interpellato, asserisce apoditticamente: “Siamo tutti migranti”. Chiesa, potere politico, forze economiche e finanziarie sono unanimemente schierate contro i popoli da cui provengono.

Un parlamentare PD, tale Verducci, propone addirittura di vietare la parola remigrazione per motivi etici. La madre dei tirannelli è sempre incinta. Non è questa la sede per analizzare le motivazioni di lungo periodo delle ondate migratorie o per contrastare l’argomento principe degli immigrazionisti, l’inevitabilità del fenomeno. Una menzogna, ma il tema – insieme con il crollo demografico che avvicina la fine delle genti europee e la sostituzione etnica – merita qualcosa di più di frasi ad effetto, da una parte e dall’altra.

Il neologismo “migrante” e il diritto alla difesa

Il pontefice è reduce dalle Isole Canarie dove ha santificato la figura ormai mistica del “migrante”. Silenzio sul diritto a non essere invasi. Milioni di persone ne hanno abbastanza di un approccio fatto di ricatti morali. Le virgolette alla parola migrante riguardano un neologismo imposto per neutralizzare il significato cambiando il significante, un participio presente che evoca una condizione di transito, non di installazione come nel caso della parola immigrato.

Perché difendere il proprio territorio, la propria gente, cultura, origine, tradizione etica e spirituale dalla massiccia penetrazione di soggetti estranei non sarebbe cristiano? Fatta salva la dignità di ogni essere umano, le differenze tra gli uomini sono per il credente un elemento del piano del Creatore. Ferisce vedere la Chiesa cattolica (e romana!) schierata, nel pezzo di mondo che ha improntato per due millenni, contro i suoi stessi fedeli in nome di un generico umanitarismo che non distingue tra vicini e lontani.

Le conseguenze sociali ed economiche dell’accoglienza

Il tema migratorio, le domande e i problemi che pone non sono fastidose lamentele di gente malvagia. Non si può sfigurare un mondo senza che qualcuno reagisca. Non parliamo solo dell’enorme problema di ordine pubblico costituito da una parte degli immigrati, né delle serie questioni economiche e sociali connesse all’arrivo di masse umane profondamente diverse da noi a cui dobbiamo dare assistenza, cibo e diritti, sottraendo risorse alla popolazione originaria, alimentando una guerra sempre meno silenziosa tra ultimi e penultimi, funzionale al potere e alle sue ramificazioni, Chiesa compresa. Non intendiamo sollevare il tema della cittadinanza che si vuole regalare per nascita casuale sul nostro territorio o per residenza. La cittadinanza non è nazionalità, come sapevano i rivoluzionari francesi: cittadini sono i figli della Patria (enfants de la Patrie), la terra dei padri.

La remigrazione tra utopia e tabù politico

Remigrazione è il cammino inverso del “migrante”, che, se è in transito come suggerisce la parola diventata obbligatoria, può anche tornare al luogo di origine. Il tema è stato posto dal libro Remigrazione, una proposta, dell’austriaco Martin Sellner. All’autore è costato il divieto di ingresso in Germania e Svizzera, Stati in cui dovrebbe essere garantita la libertà di parola. Ma il tabù migratorio è così grande che chi tocca certi fili muore. Civilmente, ma anche materialmente.

Difendere chi non vuol essere difeso, amare una terra, una cultura, una civiltà che ha intrapreso la strada della dissoluzione è impresa vana, oltreché pericolosa. Tuttavia la remigrazione, anche nei tempi lunghi e con le modalità ragionevoli di Sellner, è ormai impossibile. Troppo grande il numero di immigrati, troppa la confusione tra cittadinanza e nazionalità, troppe le difficoltà pratiche e giuridiche di un’utopia generosa ma tardiva. Avremmo dovuto pensarci vent’anni fa. È una bandiera che scalda il cuore e alimenta carriere politiche in giro per l’Europa, ma difficilmente diventerà realtà. Pure, occorre discuterne senza anatemi, con equilibrio e rispetto per ogni posizione seriamente argomentata.

I criteri politici e il nodo dell’assimilazione

Serve un approccio equilibrato, anche per allontanare lo spettro della violenza e della guerra civile. Sussiste il diritto inalienabile dei popoli a vivere nelle loro terre storiche, cui si aggiunge il diritto alla sovranità nazionale – altrettanto inalienabile – da parte del paese ospitante, a partire dal controllo delle frontiere e dalla scelta di scegliere chi entra. Bisogna essere netti: non può essere la razza – parola riabilitata paradossalmente dalla sottocultura woke – il criterio fondamentale della remigrazione.

Il problema è politico: riguarda i criteri dell’immigrazione, la nazionalità, la cittadinanza, i principi di una civiltà, le conseguenze del rifiuto della politica, della cultura e del potere di assimilare i nuovi venuti. L’assimilazione è un’esigenza legata alla storia; il suo opposto non è la gioiosa coesistenza di identità e comunità, ma la disintegrazione. È ciò che abbiamo sotto gli occhi anche in… Italia: nessuna assimilazione, cioè inculturazione progressiva degli immigrati nella società di arrivo, che non sa più offrire un progetto comune avendo smarrito ogni identità.

Il fallimento del modello inclusivo

Una situazione aggravata dal folle immigrazionismo di gran parte della politica e della Chiesa. Smania di nuovi clienti, volontà di disporre di un “esercito di riserva” a basso costo o sincera volontà, poco conta dinanzi al fallimento di un modello che va oltre l’integrazione e abborda una difficilissima inclusione.

Includere culture, religioni, modi di vita, differenze che non possono essere minimizzate nel solo criterio del “colore della pelle” significa escludere, se non vietare, tratti importanti dei modi di essere, vivere, pensare, vedere il mondo delle comunità di (forzata e forzosa) accoglienza. Cancella l’identità delle popolazioni originarie per fare posto (questo significa includere) ai nuovi arrivati. È compito di chi entra in casa d’altri adattarsi. Sempreché valga ancora il nomos della terra di Carl Schmitt, il “processo fondamentale della suddivisione dello spazio, essenziale a ogni epoca storica; la combinazione strutturante di ordinamento e localizzazione, nel quadro della convivenza tra i popoli sul pianeta”.

Il miraggio dell’integrazione e la questione dei grandi numeri

Chi non vuole, non può o non sa assimilarsi non può essere accolto né tanto meno ricevere il regalo della cittadinanza. A questi soggetti è rivolta la remigrazione, senza abbandonare il progetto civile e politico dell’assimilazione. Chi davvero si sente italiano – criterio sempre più difficile da definire per la confusione tra Stato, nazione, identità, cultura – non può essere scacciato. Sarebbe ingiusto rimpatriare persone assimilate sullo stesso volo del criminale recidivo, del predicatore islamista, dell’attivista che lavora a dividere la società d’accoglienza per etnie, religioni, costumi, abbigliamento. La coesistenza tra diversi – prendendo innanzitutto atto che le differenze sussistono, sono molto serie e spesso non componibili – può faticosamente mantenersi solo alle condizioni di leggi severe, frutto della nostra volontà, sensibilità e storia. Il principio dovrebbe essere assimilazione finché è possibile, remigrazione quando è necessario.

Scrisse il filosofo Jean-Louis Harouel che “mentre la mancata assimilazione di alcuni stranieri non rappresenta un problema per una nazione – può persino costituire un contributo esotico, originale e fecondo – la mancata assimilazione di grandi gruppi etnici porta alla formazione di un contro-popolo, di una contro-società dannosa per il paese ospitante”. La distinzione tra gruppo e individuo solleva la questione dei numeri. L’assimilazione è stata abbandonata per cieco egalitarismo, ma anche perché i flussi sono diventati troppo ampi, non governati, favoriti da poteri in grado di bloccare l’applicazione delle norme. Di qui l’entusiastico ripiegamento nell’“integrazione”, una sorta di miracoloso compromesso in cui ognuno farebbe un passo verso l’altro mantenendo la propria identità. Favole, come dimostra l’esperienza quotidiana e l’inferno di quartieri ed enclaves sottratte alla legge.

Il collasso demografico e la legalità violata

La separazione per razze od origini – il ritorno alla legge del sangue – è l’esito avvelenato dell’azzardata scommessa dell’integrazione. L’assimilazione, a sua volta, fallisce per il mix del crollo dei principi comuni tra gli europei e il numero eccessivo di immigrati. Per assimilare – ma anche per integrare con speranza di successo – bisogna accogliere meno stranieri. E serve la volontà di preservare ciò che siamo a partire dalla nascita di nuovi membri della comunità. Ogni discorso legato al tema migratorio si infrange sul muro invalicabile del tracollo demografico.

Un ulteriore elemento è il rispetto e l’applicazione delle leggi esistenti e il ripristino del diritto-dovere di difendere le frontiere. Centinaia di migliaia di irregolari, in prevalenza giovani maschi, rimangono sul territorio in assenza di controlli, ingrossano le fila della delinquenza, dell’insicurezza e delle molestie alle donne, aspetto pervicacemente negato da buonisti, progressisti e, incredibilmente, da molte femministe. Da costoro dovrebbe partire la remigrazione, accompagnata da una politica che, anziché il riarmo, privilegi la difesa dei confini, con respingimenti, sistematico sequestro dei mezzi di trasporto e l’arresto di scafisti, favoreggiatori e utilizzatori finali degli immigrati. Le leggi sono inadatte a fronteggiare fenomeni epocali come le migrazioni organizzate, ma esistono.

Ripristinare la sovranità per evitare Babele

Finalmente si applichino, come gli italiani chiesero votando l’attuale governo. Basta con chi delinque e gira libero per le città: le espulsioni devono essere eseguite senza bisogno di invocare la remigrazione. Fuori fannulloni, approfittatori e relative famiglie, qui per sfruttare lo Stato sociale, pressoché irraggiungibile dalla nostra gente che paga il conto. Espulse queste categorie, i membri attivi delle comunità chiuse, i rivoltosi e i teppisti di ogni età, un pezzo del problema sarà ricondotto a termini accettabili e si potrà riprendere il progetto di assimilazione. Ricorda Alain De Benoist che l’assimilazione implica la volontà di assimilare da parte del potere e la disponibilità ad essere assimilati dei nuovi arrivati. Non sussiste nessuna di queste due condizioni. Eppure sono la premessa indispensabile per bloccare l’avanzata di una Babele di incomunicabilità, degrado, sostituzione etnica, deserto valoriale.

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