Dodici novembre. Ventidue anni fa, a Nassiriya, diciannove italiani cadevano sotto un vile attentato.
Carabinieri, militari, civili: uomini che avevano lasciato la loro terra per servire la Patria in una missione difficile, lontana e pericolosa. Uomini veri, che conoscevano il significato del dovere e dell’onore, e che non cercavano gloria né riconoscimenti.
Erano l’Italia che sa chinare il capo solo davanti ai propri morti. Oggi ricordarli non è solo un atto di memoria, ma di resistenza morale. Perché quella fiamma di coraggio e di sacrificio, che allora commosse il Paese, sembra essersi spenta.
L’Italia di oggi ha dimenticato Nassiriya: la retorica delle cerimonie ufficiali, i minuti di silenzio distratti, non bastano a nascondere la verità di un popolo che ha smarrito il senso del sacrificio, dell’appartenenza, della Patria. Quei caduti non morirono per un governo, né per un interesse economico.
Morirono per un’idea d’Italia che oggi molti fingono di non comprendere. Un’Italia che credeva ancora nell’onore della divisa, nella fedeltà ai propri compagni, nella missione civile e spirituale di portare ordine dove regna il caos.
Ventidue anni dopo, Nassiriya ci parla ancora. Ci dice che un popolo senza memoria è un popolo senza futuro.
Ci ammonisce contro la viltà di chi si rifugia nel disimpegno e nell’indifferenza.
Ci chiede di essere degni di quella lezione di coraggio, di ricominciare da lì: dal senso di comunità, dalla fedeltà, dall’amore per la nostra terra. Perché l’Italia vera — quella che resiste, che non si arrende, che onora i suoi morti — non è morta a Nassiriya.
È solo in attesa di rinascere.
Gianluca Mingardi
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