Esprimiamo anzitutto il nostro profondo cordoglio per la morte del bracciante deceduto mentre lavorava nei campi del Mantovano.
Ogni lavoratore che perde la vita mentre svolge il proprio mestiere rappresenta una sconfitta per un Paese che dovrebbe costituzionalmente considerare la dignità e la sicurezza del lavoro principi irrinunciabili. Proprio per questo rifiutiamo che questa morte venga archiviata come una semplice fatalità o trasformata nell’ennesima occasione per slogan privi di conseguenze.
Ipocrisia sinistra
Se questa tragedia non servirà ad aprire una riflessione seria sul sistema economico e sociale che rende possibile lo sfruttamento di migliaia di lavoratori vulnerabili, allora avremo perso un’altra occasione per affrontare il problema alla radice.
Oltre al dolore, l’ipocrisia. Si celebrano i valori dell’accoglienza mentre si chiudono gli occhi davanti a campi dove uomini e donne lavorano per salari da fame, sotto temperature estreme, senza che lo Stato riesca a stroncare definitivamente il sistema del caporalato.
Sarebbe un errore pensare che il problema riguardi soltanto l’agricoltura. Lo sfruttamento della manodopera vulnerabile attraversa interi settori dell’economia: edilizia, logistica, facchinaggio, servizi, manifattura, assistenza alla persona e molte altre attività nelle quali il costo del lavoro rappresenta una voce decisiva.
Ovunque esista la possibilità di comprimere salari e diritti, c’è il rischio che qualcuno costruisca il proprio vantaggio competitivo sulla ricattabilità dei lavoratori. La stessa ipocrisia emerge quando ci si scandalizza per il prezzo di un prodotto o di un servizio ottenuto nel rispetto delle regole. Si pretendono beni sempre più economici, consegne sempre più rapide e servizi sempre meno costosi, ma si dimentica che un’impresa che paga regolarmente i propri dipendenti, rispetta i contratti, osserva le norme di sicurezza e sostiene tutti i costi della legalità non può competere ad armi pari con chi abbatte i prezzi sfruttando lavoratori vulnerabili.
Chi paga i low cost?
Dietro il mito del “tutto a basso costo” spesso si nasconde qualcuno che paga il conto: quasi sempre l’ultimo anello della filiera. È difficile proclamarsi paladini dei diritti dei migranti e, allo stesso tempo, ignorare il sistema economico che trae vantaggio dalla loro vulnerabilità. Ma è ancora più difficile non vedere come, secondo questa lettura politica, determinate scelte in materia di immigrazione possano finire per alimentare un modello economico che trae beneficio dall’esistenza di una vasta platea di lavoratori facilmente ricattabili.
Chi invoca un’accoglienza sempre più ampia dovrebbe interrogarsi anche su questo: a chi conviene davvero un’offerta pressoché inesauribile di manodopera disposta ad accettare salari bassissimi pur di sopravvivere?
La dignità del lavoro
Perché se i primi a pagare sono i migranti sfruttati, c’è anche chi da questa situazione ricava convenienze economiche e politiche, mentre continua a rivestire le proprie scelte con il linguaggio della solidarietà. Se davvero la dignità del lavoro è un valore, allora va difesa anche quando questo comporta prezzi più alti per il consumatore e maggiori costi per le imprese che rispettano la legge.
Altrimenti il rischio è che la solidarietà rimanga uno slogan, mentre lo sfruttamento continua a essere tollerato finché permette di contenere i prezzi, aumentare i margini e sostenere un modello economico che trova nella vulnerabilità dei lavoratori la propria materia prima.
La vera difesa della dignità umana non consiste nell’accettare passivamente un sistema che produce nuova emarginazione, ma nell’impedire che esseri umani disperati possano diventare strumenti attraverso i quali organizzazioni criminali e imprenditori senza scrupoli alimentano i propri profitti.
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