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BRUXELLES: Gli orfani della guerra

Redazione di Redazione
22/02/2025
in Cronaca
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Bruxelles
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Come volevasi dimostrare. La nuova presidenza Trump ha buttato giù tutta la laboriosa costruzione dei clan democrat e del Complesso militar-industriale che voleva scatenare la terza guerra mondiale: in Europa, naturalmente, come le altre due. Naturalmente The Donald non l’ha fatto per amore del nostro continente, ma perché lui è espressione dell’anima isolazionista dell’America profonda, sempre turlupinata dall’altra America (quella interventista, globalista, guerrafondaia) e trascinata nelle due precedenti guerre mondiali, in fraterna comunione d’intenti con i cugini della City londinese. 

Siamo stati a un pelo dalla catastrofe, graziati sol perché le forze di Putin hanno prevalso contro una NATO che ha armato fino all’inverosimile quella modesta Ucraina che, altrimenti, non avrebbe potuto resistere più di un paio di mesi di fronte al colosso russo. Ci è andata bene perché Mosca ha vinto, come è sotto gli occhi di tutti. Perché, se per caso si fosse trovata a mal partito, la Russia avrebbe fatto ricorso all’arma nucleare, come è espressamente previsto dalla sua dottrina militare («in caso di aggressione contro la Russia con l’uso di armi convenzionali quando l’esistenza stessa dello Stato è minacciata»). 

Redde rationem

Sono cose note non soltanto agli esperti di strategie militari, ma pure a chi conosca anche soltanto i rudimenti di politica diplomatica e di difesa. Eppure nei palazzi di Bruxelles ci si è gettati a corpo morto nel conflitto per procura, teorizzando addirittura che l’Ucraina potesse vincere, e incuranti della più vasta e catastrofica guerra che una eventualità del genere avrebbe potuto provocare. E meno male che non esiste ancòra (e speriamo che non esista mai) il famoso “esercito europeo” invocato dagli euroincoscienti in servizio permanente effettivo. Se un tale esercito fosse esistito, la donnetta di Bruxelles e/o qualche altro dilettante allo sbaraglio ci avrebbero già coinvolti nella guerra russo-ucraina, con rischi inimmaginabili.

Sia stato come sia stato, comunque, siamo infine arrivati al redde rationem: archiviata l’insana voglia di guerra dei clan clintoniano ed obamiano (Biden era soltanto un modesto tappabuchi), l’America dell’era Trump non intende più bruciare miliardi di dollari in una guerra persa in partenza, e sta tirando i remi in barca. Attenzione: per il momento non si tratta tanto dell’auspicata trattativa di pace fra Russia e Ucraina, quanto piuttosto della volontà americana di tirarsi fuori, di ricostruire il rapporto con Mosca, di scongiurare il rischio di essere coinvolti direttamente nel conflitto – tramite NATO – e, in ultimo, di tentare di allontanare la Russia dalla braccia della Cina, dove la avevano sospinta le folli politiche del Deep State, lo “Stato profondo” che dettava la linea al partito democratico americano. Cosa – l’allontanamento da Pechino – allo stato non certamente facile.

Smania di guerra

A restare con il cerino in mano sono rimasti i fessacchiotti di Bruxelles e dintorni, pervasi da una folle smania di guerre e di sanzioni, crogiolati nella narrazione (falsa, e vedremo dopo perché) di una Russia che avrebbe “immotivatamente” aggredito l’Ucraina, immersi in un film che immagina il regime di Mosca come una specie di quarto Reich e il putinismo come una versione aggiornata di un “nazifascismo” che esiste solo nelle loro fantasie. Poveretti, giocano ancòra a fare la guerra del ’39-’45, sognano i marines a Iwo Jima e lo sbarco in Normandia.

Falsa – dicevo – la vulgata dell’aggressione russa “immotivata”. Quella aggressione – innegabile – è stata in realtà provocata, scientemente provocata per poter poi disporre di un pretesto per scatenare la guerra della NATO contro Mosca.

Perché dico questo? Perché – e sfido chiunque a dimostrare il contrario – l’odierna guerra russo-ucraina è la conseguenza (voluta, cercata, inevitabile) della precedente “guerra del Donbass”: una guerra che i brusselloti fanno finta di ignorare, ma che è durata 8 anni (dal 2014 al 2022) ed ha causato oltre 13.000 morti (diconsi tredicimila), 35.000 feriti (diconsi trentacinquemila) e 1.500.000 sfollati (diconsi unmilionecinquecentomila). Dati di fonte Wikipedia, per intenderci, non di “propaganda putiniana”.

La trappola per Putin

Alla fine, Vladimir Putin è caduto nel tranello ed ha invaso l’Ucraina, così mettendosi formalmente – ma solo formalmente – dalla parte del torto. Gli 8 anni di guerra del Donbass, infatti, erano – in teoria – un “affare interno” dell’Ucraina; mentre questi ultimi 3 anni di guerra sono – sempre in teoria – una “aggressione ad uno stato sovrano”.

Niente di nuovo sotto il sole: in fondo, anche la seconda guerra mondiale è stata scatenata con metodi non dissimili, sempre prediletti dai “partiti della guerra” anglosassoni.

La mosse di Trump

Ma torniamo al presente. Spiazzata dalla mossa di Trump, l’Unione Europea tenterà il tutto per tutto per sabotare la pace, stracciandosi le vesti e gridando che la pace non può significare la sconfitta dell’Ucraina. Ma – piaccia o non piaccia – è proprio così: l’Ucraina è stata sconfitta sul campo. Non poteva che essere così: troppo grande la sproporzione di forze. Le continue iniezioni di denaro e di armamenti da parte americana ed europea hanno solamente prolungato l’agonia. A spese dell’Ucraina, letteralmente dissanguata: non sono soltanto i 100.000 caduti in combattimento, ma un complesso di circa 20 milioni di persone, il 40% degli abitanti del paese: emigrati a ovest (per sfuggire alla guerra e ai reclutamenti) o ad est (rimasti dietro le linee dei “fratelli russi”, ivi comprese diverse migliaia di disertori). 

E non è tutto, perché l’Ucraina ha finora perso un quinto del suo territorio nazionale a beneficio di Mosca; ed è quel quinto di territorio che custodisce una parte ragguardevole dei giacimenti minerali che Zelenskyi dice di poter cedere agli USA in cambio di nuove armi. In realtà, le disponibilità ucraine di risorse sono molto meno di quelle che il capataz di Kyiev mostra sulle mappe ai giornalisti; e quelle superstiti risorse disponibili Trump le vuole già come pagamento di non so quante centinaia di miliardi di dollari per vecchie forniture di armi, non come corrispettivo di nuove forniture.

In sostanza, la situazione è drammatica, e Donald Trump vorrebbe congelarla al più presto con un trattato di pace o almeno con un armistizio, prima che i russi avanzino ancòra e conquistino nuove terre (e nuove risorse).

Unione Europea superpotenza?

Tutto ciò – si è detto ed è certamente vero – spiazza quella Unione Europea che giocava a fare la superpotenza, senza esserlo neanche lontanamente. Certo i brusselloti reagiranno fieramente, facendo finta di essere ancòra qualcuno: Macron, Scholz e tutti gli altri azionisti (finora di maggioranza) di questa strana società che si chiama Unione Europea faranno il diavolo a quattro, appoggiandosi a Keir Starmer, il premier inglese che tutti i sondaggi danno strabattuto dal partito sovranista di Nigel Farage.

Intanto domenica si vota in Germania, e si attendono risultati eclatanti. E a Parigi il governo Bayrou resta appeso a un filo, filo che per il momento la Le Pen ha deciso di non tagliare; ma il presidentuzzo Macron rappresenta ormai soltanto se stesso, anche se si ostina a rimanere in carica fino all’ultimo giorno del suo mandato.

Elezioni annullate

Per il resto, nei paesi minori si va avanti a colpi di elezioni annullate (come in Romania) o con candidati presidenziali che si vorrebbero cancellare dalle schede elettorali (come in Polonia). Dimenticavo l’Ucraina: lì Zelenskyi vuole proprio cancellare le elezioni, con la scusa della guerra in corso. In realtà, sa bene che non riuscirà a rimanere in sella un giorno soltanto dopo la fine del conflitto. E sarà fortunato se riuscirà a fare un pacifico passaggio di consegne. A Kyiev non si perdonano facilmente i fallimenti.

Orbene, lor signori si riuniscono in questi giorni a Parigi, chiamati a raccolta da Emmanuel Macron per vedere cosa è possibile fare per sabotare la pace di Trump e di Putin. Sarà una somma di debolezze, di fallimenti, di fiaschi, di scacchi, di smacchi, una fiera dell’impotenza, un disastro annunziato. 

Michele Rallo

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