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Gioacchino Volpe, L’Italia nella Triplice Alleanza (1882-1915)

Impagnatiello Matteo Pio di Impagnatiello Matteo Pio
25/07/2026
in Archivio 900, Cultura, Recensioni
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Gioacchino Volpe, L'Italia nella Triplice Alleanza (1882-1915)
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Prefazione di Luca Tadolini, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2026, pp. xxxii + 310, € 25,00

L’apprendistato diplomatico di una nuova potenza

A dispetto del titolo, L’Italia nella Triplice Alleanza (1882-1915) non è soltanto la storia di un trattato diplomatico. È, più profondamente, la ricostruzione dell’apprendistato attraverso il quale uno Stato appena unificato, ancora incerto sulla propria forza e sulla propria collocazione, impara a muoversi nel sistema europeo delle grandi potenze. La Triplice costituisce il filo conduttore dell’opera, ma il suo vero oggetto è l’Italia: la sproporzione tra ambizioni e mezzi, la tensione fra vocazione mediterranea e appartenenza continentale, il difficile rapporto tra interesse nazionale, fedeltà ai patti e autonomia d’azione.

Superare le letture ideologiche del patto

Il merito maggiore di Gioacchino Volpe consiste nel sottrarre l’alleanza con Germania e Austria-Ungheria alle due letture che ne hanno spesso impoverito il significato. Da un lato, quella patriottico-irredentista di un patto «contro natura», quasi un trentennale tradimento del Risorgimento; dall’altro, quella di una Triplice compatta, ideologicamente omogenea, anticipazione lineare degli schieramenti del 1914. Volpe mostra invece un organismo insieme necessario e insufficiente, protettivo e limitante, durevole e intimamente precario. Non una comunione politica, ma un dispositivo di sicurezza; non la cancellazione dei conflitti fra i contraenti, bensì la loro temporanea amministrazione.

Il trauma di Tunisi e la nascita dell’alleanza

Dopo il decennio delle cosiddette «mani libere», l’occupazione francese della Tunisia nel 1881 rivela brutalmente la solitudine italiana. Tunisi è molto più di una sconfitta coloniale: è uno choc pedagogico. Dimostra che l’isolamento, per una potenza giovane e geograficamente esposta, non coincide con la libertà, ma con l’impotenza. L’alleanza del 1882 nasce da questa scoperta. L’Italia si avvicina agli Imperi centrali non perché abbia risolto la propria contraddizione con Vienna, né per particolare affinità con l’ordine bismarckiano, ma perché deve evitare di trovarsi contemporaneamente vulnerabile sul confine alpino e nel Mediterraneo.

Il realismo politico oltre il sentimento storico

La scelta è dunque radicalmente non sentimentale. L’Austria rimane la potenza contro la quale si è compiuta l’unificazione e conserva territori abitati da italiani; la Francia resta culturalmente vicina e storicamente legata al Risorgimento. Tuttavia, nel 1881 è Parigi a modificare unilateralmente l’equilibrio nordafricano, mentre Vienna offre almeno la possibilità di neutralizzare il fronte continentale. La politica estera, nelle pagine di Volpe, è precisamente questo: la capacità di distinguere la memoria storica dalla necessità presente, senza fingere che la seconda abolisca la prima.

Dalla polizza assicurativa al rinnovo del 1887

La Triplice originaria garantisce il Regno contro un’aggressione francese e riduce il rischio austriaco, ma non tutela ancora in maniera soddisfacente gli interessi mediterranei e balcanici dell’Italia. Nel 1882 Roma negozia da una posizione di bisogno e ottiene soprattutto una polizza assicurativa. La svolta arriva con il rinnovo del 1887, quando la crescente rivalità austro-russa e il valore strategico della penisola permettono al governo italiano di chiedere garanzie più ampie. Nascono gli accordi separati con Austria e Germania, il principio dei compensi in caso di alterazioni dello statu quo balcanico e una più precisa tutela della posizione italiana nell’Africa settentrionale.

L’apogeo del sistema bismarckiano e la trama mediterranea

È allora che il sistema raggiunge, secondo Volpe, la propria forma più efficace. All’asse continentale Berlino-Vienna-Roma si affianca una trama mediterranea sostenuta dall’intesa con la Gran Bretagna. La costruzione bismarckiana non appare come un blocco monolitico, ma come un meccanismo di garanzie incrociate: l’Italia è legata agli Imperi centrali, ma esclude che i propri obblighi possano rivolgersi contro Londra; l’Inghilterra non entra formalmente nella Triplice, ma ne fiancheggia l’azione quando il mantenimento dell’equilibrio mediterraneo coincide con i suoi interessi.

La potenza di posizione e la deterrenza della Triplice

Volpe comprende che un’alleanza non vale soltanto per ciò che obbliga a fare in guerra, ma anche per ciò che impedisce agli altri di fare in pace. Il suo rendimento non si misura esclusivamente nell’eventuale cooperazione militare: consiste nella deterrenza prodotta, nella posizione negoziale conferita, nella possibilità di ottenere credito diplomatico anche da potenze estranee al trattato. L’Italia acquista peso non perché diventi improvvisamente forte, ma perché diviene necessaria all’equilibrio altrui. Per uno Stato medio, la potenza è spesso una potenza di posizione.

Il declino dell’equilibrio e l’irrigidimento degli schieramenti

La caduta di Bismarck e il progressivo irrigidimento degli schieramenti europei incrinano però questo equilibrio. Il mancato rinnovo del trattato di controassicurazione fra Germania e Russia, la formazione dell’alleanza franco-russa, il nuovo corso guglielmino e il deterioramento dei rapporti anglo-tedeschi trasformano l’ambiente nel quale la Triplice era nata. Al sistema elastico delle combinazioni si sostituiscono coalizioni più dense e diffidenti. L’Italia continua a cercare negli alleati un sostegno contro la pressione francese nel Mediterraneo e in Africa, ma scopre che nessuna grande potenza intende compromettere i propri interessi generali per difendere obiettivi italiani ritenuti secondari.

La prova coloniale e la lezione di Adua

La politica africana di Crispi sottopone il patto a una prova decisiva. La Triplice può proteggere l’Italia da un’aggressione e assicurarle una collocazione europea; non è però disposta a trasformarsi automaticamente in una «società per acquisti». Germania e Gran Bretagna non intendono assumere costi rilevanti per l’espansione italiana, mentre Francia e Russia possono contrastarla senza oltrepassare la soglia che farebbe scattare gli obblighi del trattato. Adua non è soltanto il fallimento di un’impresa militare: rivela la distanza fra la grammatica difensiva dell’alleanza e la nuova sintassi di potenza che Roma vorrebbe imporle.

Scopi negativi e velleità espansive del Regno

Qui Volpe formula una distinzione fondamentale. La Triplice funziona finché l’obiettivo italiano è negativo: evitare l’isolamento, prevenire un attacco, conservare l’equilibrio. Entra in crisi quando l’Italia tenta di adoperarla per finalità positive: l’espansione africana, l’affermazione mediterranea, la penetrazione nei Balcani. Più si amplia il raggio degli interessi italiani, meno gli alleati sono disposti a riconoscerli come interessi comuni. La crisi non nasce quindi soltanto dall’infedeltà o dalla cattiva volontà dei governi, ma da una divergenza strutturale fra la natura conservatrice del patto e il dinamismo crescente del Regno.

Gli accordi italo-francesi e il nuovo assetto

Il centro teorico dell’opera è rappresentato dagli accordi italo-francesi del 1900-1902. Volpe li difende dall’accusa di doppiezza e li interpreta come il tentativo più intelligente di adeguare la posizione internazionale italiana al mutamento del sistema europeo. Il riconoscimento reciproco degli interessi francesi in Marocco e italiani in Tripolitania, insieme agli impegni di neutralità, non annulla la Triplice: ne corregge le insufficienze. Roma non abbandona un’alleanza per entrare nell’altra, ma cerca di collocarsi fra i due sistemi, conservando la garanzia degli Imperi centrali e disinnescando l’ostilità francese.

La razionalità della politica delle «alleanze e amicizie»

La formula delle «alleanze e amicizie» potrebbe sembrare un eufemismo per indicare una politica opportunistica. Volpe ne mostra invece la razionalità. Anche Germania e Austria coltivano intese con potenze esterne al patto; la Francia, pur legata alla Russia, regola i propri contrasti con Londra; la stessa Gran Bretagna evita a lungo obblighi automatici. Perché soltanto l’Italia avrebbe dovuto interpretare la propria alleanza come una clausura diplomatica? La lealtà non richiede l’esclusività, ma la delimitazione precisa degli obblighi.

I risultati e i limiti dell’equidistanza

Questa equidistanza rappresenta probabilmente il risultato più alto della politica estera italiana raccontata nel volume. Consente al Regno di affrontare le crisi del primo Novecento con più opzioni aperte, di ottenere il riconoscimento della propria ipoteca sulla Libia e di accrescere la propria autonomia. Volpe è tuttavia troppo storico per trasformarla in una formula miracolosa. L’equidistanza funziona soltanto finché gli schieramenti non esigono una scelta esclusiva e finché il governo riesce a mantenere distinti gli affetti collettivi, gli obblighi giuridici e i calcoli strategici.

Il peso dell’opinione pubblica nella politica estera

Uno dei pregi più profondi dell’opera è l’attenzione riservata all’opinione pubblica. Nei documenti diplomatici l’Italia non appare come un soggetto unitario: esistono il governo, la Corona, il Parlamento, gli ambienti militari, la stampa, gli irredentisti, i nazionalisti, i socialisti, le generazioni educate nel culto del Risorgimento. La Triplice può risultare razionale per la Consulta e insieme emotivamente intollerabile per una parte crescente del Paese. Volpe registra così una trasformazione fondamentale: i trattati non possono più vivere soltanto nella segretezza delle cancellerie, perché la loro efficacia dipende dal consenso delle società chiamate a sostenerne il costo.

La contraddizione insolubile con l’Austria-Ungheria

La frattura diventa particolarmente evidente nei rapporti con l’Austria-Ungheria. L’alleanza contiene fin dall’origine una contraddizione che nessuna abilità diplomatica può eliminare: l’Italia cerca in Vienna la garanzia della propria sicurezza, ma vede proprio nell’Impero asburgico il principale ostacolo al completamento nazionale e alla propria espansione adriatica. Per lungo tempo il patto neutralizza il conflitto; non lo risolve. Col passare degli anni, anzi, l’aumento della forza italiana rende più acuta la rivalità. Trentino e Trieste, Albania, Adriatico, politica balcanica e trattamento degli italiani nell’Impero riaprono continuamente la domanda su quanto possa durare un’alleanza fra due Stati che interpretano molti dei rispettivi vantaggi come perdite dell’altro.

La crisi bosniaca del 1908 e la sopravvivenza del patto

L’annessione austro-ungarica della Bosnia-Erzegovina nel 1908 produce quindi una frattura soprattutto politica e morale. Vienna agisce senza una reale concertazione, Roma non ottiene compensi proporzionati e l’opinione pubblica italiana percepisce l’episodio come un’umiliazione. Da quel momento la Triplice sopravvive meno per la comunanza degli scopi che per il timore del vuoto aperto dalla sua eventuale fine. Il rinnovo del 1912 non dimostra una ritrovata armonia: segnala piuttosto che nessuno dei contraenti possiede ancora un’alternativa sufficientemente sicura.

La cooperazione tecnica di fronte al vuoto politico

È significativo che, mentre la sostanza politica dell’alleanza si assottiglia, la cooperazione tecnica sembra rafforzarsi. Vengono aggiornati i piani militari e navali, discusse operazioni comuni, precisati comandi e obiettivi. Volpe accosta questi documenti alla crescente ostilità fra Italia e Austria, ottenendo un effetto quasi tragico: la macchina dell’alleanza si perfeziona mentre il suo fondamento politico si dissolve. Le convenzioni militari producono l’immagine di una compattezza che non esiste più nella coscienza dei governi e ancor meno in quella dei popoli.

La rottura del 1914 e il casus foederis

La crisi del luglio 1914 non distrugge dunque un organismo sano, ma rende irreversibile una lunga malattia. La neutralità italiana non viene presentata come un tradimento improvviso, bensì come conseguenza della natura difensiva del trattato. L’ultimatum austriaco alla Serbia, preparato senza effettiva consultazione con Roma, è interpretato come un atto incompatibile con il casus foederis. Inoltre, Vienna interviene proprio nel settore balcanico in cui gli interessi italiani e austriaci sono più direttamente concorrenti, senza rispettare il principio dell’accordo preventivo e dei compensi.

Il negoziato finale e la denuncia del 1915

Il negoziato del 1914-1915 costituisce l’ultima verifica della vitalità del patto. La questione decisiva non è più se Roma provi simpatia per gli Imperi centrali o per l’Intesa, ma se l’Austria sia disposta a riconoscere concretamente le aspirazioni italiane. Le concessioni prospettate risultano tardive, insufficienti e rinviate alla conclusione della guerra. La denuncia del maggio 1915 appare così come il riconoscimento formale di una realtà già consumata: l’alleanza ha perduto il proprio contenuto, perché non riesce più a trasformare il conflitto fra gli interessi dei contraenti in una regola condivisa.

Il metodo di Volpe: saggio, documenti e montaggio di voci

Anche il metodo di Volpe merita attenzione. Il libro non è una monografia narrativa nel senso consueto, ma un’opera ibrida: saggio storico, raccolta documentaria e montaggio di voci. Gli otto capitoli seguono le diverse fasi della vita del patto e alternano introduzioni, trattati, dispacci, lettere, discorsi parlamentari e articoli di giornale. L’autore vuole far vivere i fatti nel loro «clima storico», non ridurli a una sequenza di decisioni prese da pochi ministri.

La diplomazia osservata dall’interno

Questa struttura richiede più attenzione di una narrazione continua, ma produce un risultato notevole. La diplomazia non viene osservata soltanto dall’esterno: la si ascolta mentre formula timori, dissimula intenzioni e tenta di interpretare le mosse altrui. I documenti francesi vedono nell’Italia una nazione attratta dalla parentela latina e dall’irredentismo; quelli tedeschi oscillano fra il disprezzo per un alleato debole e il timore di perderlo; quelli austriaci considerano Roma insieme un partner necessario e un rivale; gli italiani cercano di dimostrare che alleanza, amicizia e autonomia possano coesistere. La politica internazionale appare così non soltanto come conflitto di interessi, ma anche come conflitto di percezioni.

I limiti dell’impostazione metodologica e prospettica

Il limite del metodo coincide in parte con il suo pregio. La selezione dei documenti non è neutrale e le note di Volpe orientano il giudizio. La traiettoria tende verso il 1915: neutralità, richiesta di compensi e denuncia dell’alleanza appaiono come l’esito maturo di un lungo processo nazionale. Questa costruzione è coerente, ma rischia di rendere retrospettivamente inevitabile ciò che per i protagonisti rimase a lungo incerto. Inoltre, la categoria dell’interesse nazionale è trattata con una compattezza che lascia sullo sfondo i conflitti sociali, i costi economici della politica di potenza e la violenza implicita nell’espansione coloniale.

L’opera tra contesto d’epoca e avvertimento sui blocchi

La data di composizione, fra il 1938 e il 1940, rende inevitabile interrogarsi sul rapporto dell’opera con il proprio presente. Eppure il libro è meno facilmente riducibile a un’apologia dell’allineamento continentale di quanto si potrebbe pensare. La sua lezione più profonda consiste nel non confondere i patti con l’abdicazione al giudizio. L’Italia triplicista ottiene i risultati migliori quando integra l’asse continentale con l’amicizia britannica, l’intesa francese e il dialogo con la Russia; perde margine quando gli schieramenti si irrigidiscono e quando un alleato pretende di trasformare la solidarietà difensiva in automatismo bellico. In questo senso, il volume contiene anche un avvertimento contro la politica dei blocchi assoluti.

Il confronto con la prefazione di Luca Tadolini

La prefazione di Luca Tadolini propone una lettura fortemente attualizzante, inserendo la Triplice nella più ampia parabola della volontà di potenza italiana e privilegiando la contrapposizione fra continente e talassocrazia. È una cornice provocatoria e capace di restituire al testo una domanda politica. Il confronto con Volpe suggerisce però una distinzione. Dove la prefazione ricostruisce soprattutto una linea, il libro mostra una rete; dove la prima insiste sulla scelta continentalista, il secondo evidenzia il bisogno italiano di combinare asse continentale e sistema mediterraneo. La diplomazia più feconda descritta da Volpe non è quella dell’allineamento esclusivo, ma quella della pluralità controllata degli appoggi.

L’anatomia della condizione di una media potenza

La persistente attualità dell’opera non consiste quindi nel trasferire meccanicamente al presente gli schieramenti di fine Ottocento. Le analogie troppo rapide tradirebbero la lezione stessa del volume, che invita a considerare ogni alleanza dentro la configurazione concreta di forze, interessi e percezioni che la rende possibile. Ciò che resta attuale è la sua anatomia della condizione di una potenza media: troppo grande per accettare serenamente la subordinazione, troppo debole per praticare l’isolamento, costretta a convertire la propria posizione geografica in capacità negoziale.

Come muoiono le alleanze internazionali

Volpe mostra anche come muoiono le alleanze. Non necessariamente attraverso un gesto spettacolare, ma per successive sottrazioni: prima si riduce la comunanza degli interessi, poi gli obblighi vengono interpretati in maniera divergente, quindi si spezza la fiducia politica; infine il patto sopravvive come forma vuota, perché nessuno osa affrontare le conseguenze della rottura. Quando arriva la crisi decisiva, la denuncia non crea la fine dell’alleanza: si limita a darle un nome.

La biografia internazionale di una nazione

L’Italia nella Triplice Alleanza è dunque molto più di una raccolta di documenti sulla politica estera dell’Italia liberale. È la biografia internazionale di una nazione osservata attraverso il suo principale vincolo diplomatico. La Triplice è il ponteggio che consente al nuovo Stato di consolidarsi, accrescere il proprio prestigio e imparare a negoziare; ma è anche la struttura che, a un certo punto, diviene troppo stretta per il soggetto che ha contribuito a sostenere.

La sovranità come capacità di azione

La grande intelligenza del libro consiste nel non scambiare la liberazione da un vincolo con l’assenza di dipendenze. Ogni scelta produce nuovi condizionamenti, ogni autonomia è relativa, ogni amicizia dura finché interessi e rapporti di forza la rendono praticabile. Per Volpe, la maturità politica non consiste nel non avere legami, ma nel saperli usare senza esserne assorbiti. Una nazione conta non quando proclama astrattamente la propria sovranità, bensì quando possiede la lucidità e la disciplina necessarie per trasformarla in libertà d’azione.

Pilastro di Langhirano, 24.07.2026

Matteo Pio Impagnatiello

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