Parte 2: Proprietà diffusa contro Great Reset
Dopo aver analizzato nella prima puntata la natura teologica della moneta e le derive del controllo algoritmico, il nostro colloquio con Luigi Copertino entra nel vivo della sfera economica e sociale. In questo secondo appuntamento, lo storico e giurista smaschera l’agenda transumanista del Great Reset — definita come un vero e proprio “comunismo delle multinazionali” volto all’espropriazione universale — e rilancia l’alternativa radicale e dimenticata della Dottrina Sociale della Chiesa: il distributismo e la proprietà reale diffusa. (Sergio Saraceni)
Intervista:
4. Lei ha dedicato attenzione al tema della proprietà privata in relazione al cristianesimo, soprattutto in “Cristianesimo, proprietà e Great Reset”. Come si contrappone la dottrina sociale della Chiesa alla visione transumanista del Grande Reset?
R) La risposta a questa domanda è in continuità con quella data alla precedente. Il Great Reset prevede una concentrazione non solo finanziaria ma anche proprietaria nelle mani di pochi, di quei pochi che sono al vertice della piramide sociale. Oggi questo disegno è facilmente realizzabile perché la nostra è una società digitale nella quale anche le proprietà si risolvono in dati informatici controllati dai gestori capitalistici delle grandi reti mondiali. Si è parlato in proposito di “comunismo delle multinazionali”.
L’idea di fondo, che non è una invenzione dei “complottisti” giacché essa è espressamente attestata nei documenti del Word Economic Forum, almeno in quelli di qualche anno fa, è quella per cui i popoli devono imparare a vivere senza più la proprietà privata dei beni della vita ma usando in forma precaria, attraverso leasing, comodati, affitti, di quei beni loro offerti, non certo gratuitamente, dalle grandi multinazionali uniche detentrici della proprietà di essi.
Un modo per il grande capitale di assicurarsi un reddito costante a fronte della pauperizzazione dei popoli privati delle loro proprietà. Non è una cosa nuova perché si tratta dell’esito ultimo di un processo che risale quantomeno al XVII secolo allorché apparvero le prime forme di società di capitali, di società anonime, nella veste delle grandi “Compagnie” coloniali, come la britannica Compagnia delle Indie.
Fino al medioevo la proprietà era personale o comunitaria e le società commerciali avevano la forma delle società di persone, in genere a carattere familiare o amicale, con una base di comproprietà reale. Con le società anonime nasce la società persona giuridica, ovvero una figura giuridica distinta dalle persone dei soci, che diventa essa la proprietaria dei beni aziendali. Infatti il titolo azionario non è un titolo di proprietà ma soltanto un titolo di credito che dà diritto a una quota del dividendo, dell’utile, ma non della proprietà dei beni aziendali ovvero dei mezzi di produzione. Questi restano nella disponibilità degli amministratori della società anonima.
Nella prassi l’anonimato societario ha creato il presupposto per l’affermazione della borsa valori dove le azioni vengono commercializzate e scambiate. È stato questo il primo passo verso la finanziarizzazione dell’economia in luogo del suo più antico carattere patrimoniale. Ora, come tra gli altri notava il già citato Giacinto Auriti, questo schema della persona giuridica proprietaria, al posto delle persone concrete, è lo stesso dello Stato proprietario al quale il marxismo guardava come strumento, benché momentaneo, di espropriazione universale in attesa che nascessero l’uomo nuovo e la società, senza più Stato, del comunismo compiuto nella quale ciascuno avrebbe dato secondo le sue capacità per ottenere secondo i propri bisogni. Cosa che non si è mai realizzata mentre l’espropriazione statuale sì.
Sia chiaro: lo Stato, nell’economia moderna, ha, o dovrebbe avere, un ruolo indiscutibile in certi settori a valenza generale, energia, welfare, credito, moneta, ma non è giusta l’espropriazione universale che toglie ai cittadini ogni bene rendendoli dipendenti da una nomenklatura.
Lo stesso sta avvenendo nell’economia capitalista avanzata che la post-modernità va profilando. Orbene, in cosa si differenzia l’approccio cristiano alla proprietà? Lo abbiamo già detto parlando della concezione medioevale. Essa ha il suo fondamento nel noto passo degli Atti degli Apostoli 4,32-35, troppo facilmente equivocato con un supposto e mai esistito comunismo originario della prima comunità cristiana laddove invece da tale passo trapelano una etica e una prassi “distributista”: la proprietà non è da abolire semmai da distribuire a tutti.
Questo principio ritorna nella storia cristiana non solo sottoforma di opere di carità e di assistenza ma anche negli usi civici e nel godimento comune delle terre di villaggio, nel credito popolare e nell’idea comunionale della proprietà, che non è comunismo ma comproprietà, come approvata dal magistero, in particolare da Leone XIII in poi, o assunta a paradigma nella riflessione di autori cattolici, ad esempio in G.K. Chesterton.
Una economia sociale basata sulla proprietà reale diffusa, anche in forma di comproprietà, è quella propria della visione cattolica. Che, quindi, richiede cose quali la partecipazione dei lavoratori agli utili come anche alla gestione e alla proprietà delle imprese, politiche di favore verso la piccola e media impresa e di sfavore verso le grandi multinazionali e le concentrazioni capitalistiche, di controllo pubblico della moneta e del credito e dei movimenti di capitale, di allontanamento dalla economia reale se non proprio di abrogazione (come avrebbe voluto un Federico Caffè) della borsa valori luogo della speculazione e della rendita finanziaria.
5. Esiste ancora spazio, nel mondo contemporaneo, per una difesa cattolica e non liberale della proprietà, che non cada né nell’individualismo possessivo né nel collettivismo?
R) Potrebbe esistere nella misura in cui si avesse il coraggio di tornare ai fondamentali etici sopra citati che richiedono una ri-cristianizzazione dei cuori dalla quale far scaturire una ri-cristianizzazione della politica, delle nazioni, dell’economia. Non è questione di riforme o di aggiustamenti strutturali che pure sono necessari. Perché senza prima la metanoia interiore anche le riforme sono facilmente manipolabili nel senso contrario a quello voluto dai riformatori. Si tratta di ricostruire – ma senza più alcuna valenza “castale” quanto invece di dimensioni ontologiche in una rinnovata antropologia tradizionale – il rapporto, normativo perché cosmico, della tripartizione antica (si pensi a Platone) tra Sacro, Politico ed Economico. Esattamente in quest’ordine di gerarchia, ripetiamo, dimensionale e non di casta.
Se vi siete persi l’inizio del nostro viaggio, potete rileggerlo qui: Leggi la Parte 1: Il sacro e l’idolatria della moneta
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