Il totalitarismo liberale e lo specchio di Drieu La Rochelle
di Sergio Saraceni
Giunti al terzo appuntamento del nostro lungo colloquio con Luigi Copertino, lo sguardo si sposta sulla crisi antropologica e culturale dell’Europa. Attraverso la tragica e lucida figura di Drieu La Rochelle, il saggista e giurista smaschera le sembianze inedite del totalitarismo contemporaneo: non più legato ai carri armati o alle camicie di forza del Novecento, ma perfettamente mimetizzato dietro la gestione tecnocratica della UE, la censura digitale e le lusinghe del mercato globale. Un’analisi che non risparmia la deriva “Spaghetticon” delle destre occidentali.
Per chi si mettesse in ascolto solo ora, ecco il piano completo della pubblicazione con i link per recuperare i capitoli precedenti:
- [Leggi la Parte 1: Il sacro e l’idolatria della moneta]
- [Leggi la Parte 2: Proprietà diffusa contro Great Reset]
- Parte 3: Il totalitarismo liberale e lo specchio di Drieu La Rochelle (In questo articolo)
- Parte 4: La terza via distrutta e il feticcio della destra radicale
- Parte 5: La fine dell’anglosfera e il suicidio geopolitico europeo
- Parte 6: La via “gramsciana” e l’orizzonte dello spirito
L’Intervista:
6. Nel suo libro su Drieu La Rochelle lei ricostruisce la figura di un intellettuale che ha attraversato socialismo, fascismo e nichilismo con tragica lucidità. Quali lezioni può trarre l’Europa di oggi da questo “uomo in bilico tra due mondi”?
R) Drieu La Rochelle è stato uno degli intellettuali più inquieti e tragici del novecento. Non era cristiano ma comunque aperto alla dimensione spirituale dell’uomo, tanto è vero che è morto reclinando il capo tra le pagine delle Upanishad indù. Egli sentiva sulla sua pelle tutto il dramma della decadenza dell’Europa che era, ed è, un dramma di sconsacrazione della vita umana in tutti i suoi ambiti.
Non essendo un nostalgico dell’Ancien Regime, come lo sono in genere i tradizionalisti o i controrivoluzionari, individuò nella Rivoluzione conservatrice europea, ossia nei fascismi, che prometteva l’unione di Tradizione e modernità, nazione e socialismo, autorità e democrazia, spiritualità e tecnica, la soluzione idonea alla crisi dell’Europa già assediata ai suoi tempi dai due suoi nemici ovvero il cosmopolitismo individualistico del capitalismo statunitense e il comunismo sovietico.
Benché, a onor del vero, Drieu avversava più il capitalismo che il comunismo, tanto che lasciò questo mondo declaring di morire comunista. Ma, in realtà, lui del comunismo aveva piuttosto una visione aristocratica, platonica, eroica e guerriera che non corrispondeva affatto né al marxismo né al comunismo reale ovunque insediatosi. Ma l’orrore che provava per il plebeismo borghese della democrazia liberale, dietro la quale agivano e agiscono i poteri apolidi della finanza speculatrice, lo spingeva a preferire quella parvenza di ordine tradizionale che erano in fondo tanto i fascismi quanto il comunismo sovietico.
E che essi tali fossero, ossia una contraffazione della Tradizione, Drieu se ne accorse e lo ammise alla fine della sua vita in un suo poco noto saggio del 1944, ripubblicato da Solfanelli, titolato “Le radici giacobine dei totalitarismi”. In questo saggio Drieu esaminava l’origine rousseviana e robesperriana del fascismo, del nazismo e del comunismo. Non solo dello stalinismo ma del comunismo in sé.
Nella seconda parte del libro, che ho dedicato a questa tragica figura di intellettuale, ho cercato di riprendere il filo del suo discorso da dove egli lo ha lasciato ovvero dal suo ammonimento che la fine dei fascismi (egli non poteva prevedere anche quella del comunismo) non dava affatto garanzia sul fatto che il totalitarismo non si ripresentasse sotto qualche nuova forma. Infatti, come ho cercato di evidenziare, esso si è ripresentato proprio sotto la veste formale e quindi apparente della democrazia liberale, per quanto questo può sembrare un paradosso.
I fenomeni sopra esaminati del Great Reset, dell’ormai incontrollabile estensione del potere finanziario, sono il segno più evidente del sorgere in atto di una nuova forma di totalitarismo perfettamente “liberale”. Non ne capiamo il pericolo perché nella mentalità comune il totalitarismo è associato ai carri armati, alla repressione poliziesca, alla mobilitazione delle masse, al leaderismo plebiscitario. Ma queste sono le sue forme antiche, quelle dell’epoca di Drieu.
Invece oggi il totalitarismo sta assumendo la veste del controllo digitale, della manipolazione informatica, della censura sui social, della privazione dell’accesso telematico ai flussi finanziari, della discriminazione del dissenso con il ricorso a categorie infamanti presupposto dell’ostracismo civile. Tutto ciò in apparenza non versa sangue. In apparenza.
Intuendo un futuro in quel momento già allorizzonte, negli anni ottanta del secolo scorso il grande pensatore cattolico Augusto Del Noce, riferendosi alla deriva occidentale, osservava ciò che abbiamo di fronte è una nuova forma di totalitarismo la quale, sebbene più raffinata e apparentemente meno cruenta, è molto più capace di dominio totale dei suoi vecchi antesignani hitleriani e staliniani.
7. Drieu rappresentava una critica radicale alla decadenza borghese dell’Occidente. Quanto di quella diagnosi rimane attuale di fronte alla gestione tecnocratica dell’Unione Europea e alla liquefazione delle identità nazionali?
R) Quella di Drieu è attualissima non solo per il merito di aver intuito che il totalitarismo avrebbe potuto assumere in futuro altre forme ma anche per i contenuti stessi della sua critica alla decadenza dell’Europa. Egli metteva in evidenza che quella dell’Europa è una decadenza innanzitutto antropologica determinata dalla perdita del Centro spirituale dell’uomo.
Il trionfo del “feticcio tecnocratico” si spiega soltanto alla luce di un processo di sostituzione di Dio con una serie di idoli di volta in volta apparsi sulla scena negli ultimi secoli. Dato che l’essenza della natura umana è religiosa – l’uomo è sempre homo religiosus – privato di Dio l’essere umano, come osservava Chesterton, si fabbrica idoli sostitutivi.
Si pensi a quanto molti dicevano durante la pandemia covid allorché qualcuno sollevava dubbi sui sieri transgenici spacciati per vaccini nell’interesse delle multinazionali del farmaco. Il ritornello era “io credo nella scienza” come se la scienza sia una religione e non invece il luogo deputato al dubbio metodico che la fa avanzare.
Da ultimo anche le religioni politiche, dominatrici della scena novecentesca, hanno finito per cedere il passo a una nuova forma di religione posticcia consistente nell’idea dell’organizzazione e del governo del mondo attraverso la tecnica. Che, poi, a ben vedere, è una idea ottocentesca perché risale a Saint Simon e Auguste Comte. Oggi però essa è ritornata in una forma aggiornata allo scenario dell’età cibernetica. La gestione tecnocratica della UE è soltanto una applicazione “localistica” in attesa di quella più globale.
Le identità nazionali, che nel novecento, trasformate in nazionalismo, erano state a loro volta usate come idoli, vengono ora abbandonate e dissolte per far posto alla nuova idolatria. La quale sembra essere quella definitiva. Tuttavia non lo sappiamo con certezza, altre potrebbero in futuro apparire.
In questo senso, Drieu, l’ultimo Drieu soprattutto, ci indica una via di uscita che è in fondo la stessa indicata da Ernst Jünger, un altro grande inquieto del secolo scorso, ovvero il “passaggio al bosco”. Ma non come abbandono definitivo del campo di battaglia ma soltanto come ritorno al Centro per da lì ripartire non appena la storia svolterà verso l’ineluttabile fine dell’Occidente attuale. Sarà allora, in quel momento, che la lezione di Drieu, di Jünger, ma anche di tanti altri critici ostracizzati della deriva occidentale, apparirà preziosa all’umanità futura.
8. Nel volume “Spaghetticons” lei ha analizzato con durezza la deriva neoconservatrice di larghi settori della destra italiana. A distanza di anni, come giudica l’evoluzione di quel fenomeno? È ancora in corso o ha preso nuove forme?
R) “Spaghetticon” è stata una denuncia, dall’interno, di quella sorta di “apostasia” culturale, che evidentemente presupponeva una apostasia spirituale, che ha colpito ampi settori del Cattolicesimo conservatore ma anche tradizionalista e perfino popolare.
Ero rimasto impressionato, nel primo decennio del nuovo secolo, da come nel giro di pochi anni certi circoli, magari sostituendo al nemico comunista l’islamismo, avessero accolto una visione dell’Occidente postcristiano come frutto naturale e conseguenziale del Cristianesimo stesso, ad iniziare dall’economia svincolata da ogni vincolo sociale ed etico per arrivare all’esaltazione dell’individualismo come fosse una invenzione cristiana.
In tal modo questo genere di contraffazione, non a caso di provenienza statunitense e quindi con un sottofondo protestante, faceva del Cristianesimo il responsabile di tutto quanto nella storia l’Occidente post medioevale aveva prodotto in termini di volontà di potenza, di colonialismo moderno, di intolleranza verso le culture native. Una posizione che, in fin dei conti, forniva argomenti ai nemici dichiarati del Cattolicesimo, comunisti, nicciani, neopagani, gnostici di ogni risma.
Essendomi formato sui libri di Franco Cardini mi era ben chiaro che non sussiste storicamente alcuna perfetta coincidenza tra Cristianità, Europa e Occidente e che queste tre realtà sono state oggetto di un processo di disarticolazione e separazione con l’Europa cristiana dei secoli XVI-XVIII a far da provvisorio punto di passaggio tra la Cristianità medioevale e l’Occidente moderno che ne rappresenta l’imitazione/rovesciamento spirituale. La stessa cosa desumevo da quei classici del pensiero filosofico-politico-giuridico che sono le opere di Carl Schmitt, in particolare “Il Nomos della terra”.
Quindi ho cercato di porre un argine, e lanciare un grido di allarme, contro una operazione politico-culturale ben orchestrata per irretire ampi settori del Cattolicesimo non progressista in un disegno volto a trasformare il Cristianesimo nella religione dell’Occidente neoconservatore. Ed infatti quel mio libro, nei suoi primi capitoli, premetteva una sintetica analisi su chi fossero e da dove provenissero i neoconservatori americani. Essi sono dei liberal, ex troskisti, assaliti dal realismo pessimista hobbesiano sulla scia della “nobile menzogna” del pensatore ebreo-tedesco-statunitense Leo Strauss, secondo il quale la verità non esiste ma bisogna nascondere tale nichilistica consapevolezza alle masse per riservarla soltanto alle élite capaci filosoficamente di sopportarne il peso.
Per questa via i principi tradizionali di “Dio, patria e famiglia” vengono strumentalizzati ad uso del progetto del “Nuovo secolo americano”, elaborato dall’omonimo think thank, per portare le masse cristiane verso politiche unilaterali favorevoli all’egemonia occidentale in uno scenario huntingtoniano di “scontro di civiltà”. Ho quindi esaminato come tale deriva sia penetrata a fondo nel Cattolicesimo italiano attraverso associazioni e organizzazioni conservatrici e tradizionaliste, da Alleanza Cattolica fino al Centro Lepanto, da Tradizione Famiglia Proprietà fino a Comunione e Liberazione.
Perfino attraverso una potente emittente, seguita da milioni di fedeli, come Radio Maria il cui direttore, padre Livio Fanzaga, mischia, con totale disinvoltura e inverecondia, la mariologia, la fenomenologia delle apparizioni mariane, l’escatologia e la propaganda alla politica statunitense e occidentale. Mi hanno a suo tempo riferito che quel mio libro, del 2008, fu un fulmine a ciel sereno in una situazione di quasi totale silenzio sulla deriva in atto e che molti trovarono in esso un testo critico cui finalmente potersi abbeverare per resistere all’ondata dei neocons nostrani, gli “spaghetticon” per l’appunto.
Ora a distanza di anni mi sembra di poter dire che, nonostante talune differenziazioni nel frattempo emerse, i temi del libro sono ancora di estrema attualità. Basti pensare all’imporsi di figure come Elon Musk e Peter Thiel, dell’entourage trumpiano, che hanno rovesciato persino il ruolo tradizionalmente assegnato dall’escatologia rivelata al Katechon e all’Anticristo, facendo del primo il secondo e del secondo il primo, per rendersi conto come quell’operazione di manipolazione che denunciai, ormai quasi vent’anni fa, ha germinato i suoi frutti peggiori.
E purtroppo, negli ambienti cattolici conservatori sono ancora molti quelli che abboccano, visto il genere di pubblico selezionatissimo convocato a Roma per la conferenza di Thiel di qualche mese fa e visto che l’evento fu condito addirittura con una Messa in liturgia latina preconciliare. Quel che tutto ciò rappresenta è nient’altro che la via destra all’unificazione tecnico-economica mondiale che la Rivelazione e sulla sua scorta molti pensatori, due per tutti il Vladimir Soloviev de “Il Racconto dell’Anticristo” e il Carl Schmitt de “L’unità del mondo” o di “Aurora Boreale”, indicano come la “massima impostura” per dirla con l’attuale catechismo della Chiesa cattolica di Giovanni Paolo II.
Una via destra opposta ma complementare alla via sinistra del woke. Entrambe mirano ad irretire i cattolici che vengono così incantati dalle sirene di un versante o dell’altro, a seconda della loro formazione teologico-politica, e indotti a confondere l’unità spirituale e trascendente del Regno di Cristo con l’unificazione tecnico-finanziaria immanente del regno della sua scimmia.
Segue….

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