Il malessere giovanile è attuale. Il nichilismo tra i giovani è attuale. Un tempo qualcuno avrebbe parlato di uno spettro che si aggira per l’Europa. Ma questo spettro serpeggia solo tra le strade di questo continente? Una domanda che andrebbe posta anche a chi abita gli altri angoli del pianeta; tuttavia, al momento non è possibile né tantomeno il luogo.
Sono tante le parole che vengono spese per questo malessere, tante le teste pensanti che tentano di penetrare questo spettro, o meglio demonio, nell’accezione classica di demònio, che a sua volta deriva dal termine dèmone: spirito, genio che si agita nell’essere interiore dell’uomo, una passione che scalpita e spinge oltre il limite, un’agitazione tremenda che come un terremoto scuote le viscere, occupa la mente e senza tregua risucchia e prosciuga le energie.
Nel 1950 vide la luce Über die Linie per i tipi di Klostermann, saggio di Ernst Jünger, originariamente pensato come contributo per un’opera miscellanea dedicata al filosofo tedesco Martin Heidegger per il suo sessantesimo compleanno (1949); un’opera breve, densa e agile nella lettura poi uscita autonomamente.
Il nichilismo viene affrontato con instancabile dedizione e occhio sopraffino, una riflessione originale come una porta che viene spalancata e apre a nuovi orizzonti di riflessione che furono gentilmente riconosciuti e accolti da Heidegger, che in quella fase storica della sua vita riemergeva lentamente e con fatica da un periodo esistenziale oscuro a causa del rigetto della sua figura da parte delle autorità politiche, i colleghi universitari e molti esponenti della cultura dell’epoca per via del suo passato e ambiguo legame con il nazionalsocialismo. Nel 1989 viene poi pubblicata la prima edizione Adelphi, intitolata Oltre la linea, dove ritroviamo l’accorpamento di entrambi i testi con un Itinerarium mentis in nihilum che introduce efficacemente il lettore al confronto dialogico tra i due autori.
La linea di Junger
Nella prima parte, Junger parla di un nichilismo oltre la linea, dove in questo caso la linea rappresenta il nichilismo stesso, è il demarcatore oltre il quale si spinge la sua riflessione, un vero attraversamento. Posizione che non rispecchia quella di Heidegger, che rispose all’opera con un saggio nel 1955, in occasione del sessantesimo compleanno di Junger. Il filosofo di Meßkirch elabora invece una prospettiva d’analisi diversa, per lui la preposizione assume il connotato semantico di su, perciò la traduzione in italiano del titolo della sua risposta è Su «La linea». Un punto di vista che delinea la posizione di chi è sopra la linea di demarcazione, al di sopra della questione in atto e non oltre il nichilismo, poiché la riflessione heideggeriana non crede ancora in un vero superamento del nichilismo, piuttosto essa si sofferma sul senso di vuoto, sul niente che è parte costituente dell’essere.
Le prospettive da cui dialogano i due autori non si escludono, anzi, Heidegger scorge nella riflessione jungeriana un punto di partenza fondamentale per sviluppare la sua diagnosi su che cosa significa trovarsi su la linea, e al contempo Junger riconosce l’indulgere di Heidegger, un atteggiamento temporeggiante poiché il nichilismo è più che mai presente.
Un cardine attorno al quale costruire il resto
Di fronte a questo dialogo di ampia portata, che riecheggia ancora oggi nell’indagine metafisica dell’essere – almeno dal punto di vista di Heidegger – non è azzardato affermare che Oltre la linea è di acuta attualità. Non sarebbe errato sostenere che al senso di vuoto si accompagna un grave disorientamento dell’essere, inteso come ente cosciente del suo essere esistente ma incosciente della propria condizione dispersiva, nel senso latino del termine dispersus, sparso, disseminato, data l’assenza di un cardine che funziona da punto di riferimento, ossia un’idea-comburente che a contatto con il corpo-combustibile possa originare la combustione in grado di entrare nel circuito meccanico e permettere alla macchina di intraprendere il percorso e oltrepassare la linea.
L’essere ed il vuoto
È una sfida dell’essere pensare che prima o poi, un giorno, supereremo la linea, questa dimensione nichilistica che ci appartiene, poiché il nichilismo non è associabile soltanto a un’epoca, bensì a tutti gli individui che l’attraversano. Il punto della questione è prendere coscienza che questa dimensione di vuoto che abita nella collettività e cammina quanto noi, che vaghiamo disorientati.
Ed è il senso di vuoto a decidere quando affacciarsi, e spesso lo riconosciamo, scatenando in noi una paura acuta; nondimeno, si rivela meno pericoloso quando appare nei momenti di solitudine, quando la distrazione non è padrona e cediamo al bisogno di colmare il nostro calpestio quotidiano nell’illusione di una pienezza interiore che non è mai realmente sazia.
Riccardo Giovannetti
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