di Sergio Saraceni
Quella che vi proponiamo non è una semplice intervista, ma un vero e proprio saggio a puntate. Abbiamo rivolto venti domande a Luigi Copertino — storico, giurista e voce tra le più lucide e controcorrente del pensiero tradizionale italiano — per attraversare le contraddizioni economiche, geopolitiche e antropologiche della nostra modernità. Per la densità e la profondità dei temi trattati, la Redazione ha scelto di suddividere questo lungo colloquio in sei parti, che scandiranno le prossime settimane del 2diPicche.
Questo il piano dell’opera:
- Parte 1: Il sacro e l’idolatria della moneta (In questo articolo)
- Parte 2: Proprietà diffusa contro Great Reset
- Parte 3: Il totalitarismo liberale e lo specchio di Drieu La Rochelle
- Parte 4: La terza via distrutta e il feticcio della destra radicale
- Parte 5: La fine dell’anglosfera e il suicidio geopolitico europeo
- Parte 6: La via “gramsciana” e l’orizzonte dello spirito
Buona lettura.
L’intervista:
Luigi Copertino, nato a Busto Arsizio nel 1963, dottore in giurisprudenza con tesi in Filosofia del Diritto e giornalista pubblicista, appartiene a quella rara schiera di intellettuali italiani capaci di tenere insieme rigore storico, profondità teologica e acume politico senza mai cedere al conformismo o alla semplificazione ideologica.
Specializzatosi in studi sui valori giuridici e monetari, Copertino ha costruito nel tempo un percorso di ricerca che attraversa la storia delle idee, la critica dell’economia finanziaria, la difesa della Tradizione cattolica e un’analisi spietata delle derive dell’Occidente contemporaneo.
Tra le sue opere principali ricordiamo “L’idolatria finanziaria o del culto di Mammona” (2016), imponente summa sulla sacralizzazione del denaro e sulla perdita del senso metafisico dell’economia; “Spaghetticons. La deriva neoconservatrice della destra cattolica italiana” (2008), analisi tagliente delle contaminazioni atlantiste e liberali nel mondo cattolico-conservatore; “Cristianesimo, proprietà e Great Reset” (2022), dove confronta la dottrina sociale della Chiesa con le nuove forme di tecno-totalitarismo distopico; “Stato e sindacato. Dal Corporativismo fascista alla Costituzione antifascista” (2022), studio sulle continuità e fratture tra esperienza corporativa e ordinamento repubblicano; e il recente “Drieu La Rochelle. Il socialismo, il fascismo, il totalitarismo” (2024), ritratto complesso di un intellettuale “in bilico tra due mondi” che diventa specchio delle contraddizioni europee del Novecento.
A questi si aggiungono “Occidente. Il bene che non abbiamo fatto” ma anche molti altri saggi che testimoniano una visione organica, radicata nella fede cattolica tradizionale, nella sovranità popolare e in una critica senza sconti al materialismo moderno quali: “Le colpe dei padri e le ambiguità dei figli”, “Tra ordoliberismo e sovranismo” e ancora “Reddito sociale garantito”, “Risorgimento?! Considerazioni a disincanto di una mitologia civile”, “I Borgia: padre e figlia” e “La tomba dell’Europa”. Senza poi contare le decine di articoli tra riviste digitali e cartacee, le prefazioni e i saggi a cui il nostro ha partecipato.
In questa intervista Copertino ci accompagna attraverso i nodi centrali del suo pensiero, con quella lucidità che da sempre caratterizza il suo lavoro.
Parte prima: Il sacro e l’idolatria della moneta
1. Dott. Copertino, la sua opera si distingue per la capacità di leggere la contemporaneità alla luce di una Tradizione viva. Quale è, secondo lei, il filo rosso che unisce tutti i suoi libri, dal primo all’ultimo?
R) Quel filo rosso è, appunto, la Tradizione viva. Nella mia formazione spirituale e culturale, che sin dagli anni adolescenziali è stata, contro ciò che mi insegnavano a scuola o mi veniva presentato dai media, una lenta crescita e presa di consapevolezza della prospettiva che discende dalla Tradizione, riveste importanza assoluta la costante presenza di un’apertura del cuore verso l’Alto. Dove per “Alto” intendo il Dio trinitario le cui vestigia, se gli occhi dello spirito non sono chiusi, possiamo vedere ovunque intorno a noi e nella nostra vita. Per questo possiamo vederle anche negli eventi della storia umana o in quelli ad esempio della geopolitica.
Naturalmente questo non deve essere un pretesto per confondere apologetica e storiografia o filosofia, o altre scienze umane, che devono restare su piani distinti, ciascuna con la propria dignità nel suo ambito. Ma, allorché scrivo di filosofia o storia o economia, pur cercando di rispettare la distinzione dei piani ritengo che non sarebbe giusto non tenere sullo sfondo quale riferimento ultimo la mia identità spirituale. Questo innanzitutto per onestà intellettuale verso me stesso e anche verso i lettori che mi premuro comunque sempre di avvertire sulle mie convinzioni spirituali. Infatti, non esiste nessuno studioso che prescinda in senso assoluto dalla propria visione del mondo nell’interpretare idee o fatti. È praticamente impossibile per noi uomini coinvolti come siamo nella nostra dimensione esistenziale e valoriale.
Chi si presenta dicendo di essere portatore di una assoluta neutralità di giudizio è un falsario e bisogna sempre diffidarne. Precisato questo si deve, però, pretendere perlomeno quel minimo sindacale di obiettività nell’approccio all’oggetto di uno studio che appunto fa la differenza tra apologetica e analisi il più possibile neutrale, senza, ripeto, spacciare questa tensione alla neutralità del giudizio come affermazione di verità inoppugnabile, che sul piano immanente non esiste affatto. Un metodo per restare quanto più possibile obiettivi è quello di riportare anche le tesi contrarie a quella che eventualmente si sposa. Quindi, per tornare alla domanda, il filo rosso dei miei studi è sempre la Tradizione cattolica ma non museificata quanto invece, per l’appunto viva, che è un po’ come la lanterna che ti fa luce nel caos insensato, a viste soltanto umane, delle vicende immanenti.
2. Nel suo monumentale “L’idolatria finanziaria o del culto di Mammona” lei traccia una vera e propria storia sacra e profana del denaro. Può spiegarci come la moneta abbia progressivamente assunto una dimensione idolatrica, sostituendosi ai valori trascendenti?
R) L’idolatria finanziaria o del culto di mammona” fu scritto negli anni della crisi economica mondiale che ha travolto i fasti trionfanti dell’ideologia neoliberista che si era imposta con la globalizzazione. Oggi quella ideologia, benché persista, non è più indiscutibilmente accettata da destra o da sinistra. È un testo che rivela un approccio poundiano ma, andando oltre lo stesso Pound che comunque ebbe intuizioni del genere, in esso ho voluto mettere in luce che la moneta non è una fattispecie economica e neanche, come diceva un grande giurista quale Giacinto Auriti, prioritariamente giuridica ma innanzitutto “religiosa”. Non solo perché la moneta – checché ne pensino gli economisti, in particolare quelli liberali che la ritengono un succedaneo del baratto (ma non è così) – non nasce dal mercato o dalle sue esigenze ma dalla sfera sacrale, inizialmente come segno cultuale e votivo, ma anche perché alla moneta è connessa una etica che rinvia al biblico «Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male … Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita» (Deuteronomio 30,15 – 19).
Nella Rivelazione biblica il termine usato per indicare il debito e il peccato è il medesimo, sicché il debito è peccato e il peccato è debito. Il peccato è un debito contratto con Dio nel momento nel quale l’uomo rifiuta la gratuità del suo Amore, ossia la Grazia. Ecco perché ci è stato insegnato a pregare «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» e in una nota parabola evangelica si narra dello sdegno del Padrone verso il servo al quale egli aveva condonato il debito ma che a sua volta, invece di usare la misericordia ricevuta, quasi strozza un altro servo indebitato con lui (Mt. 18, 21-35). Nel greco del testo evangelico le ultime parole di Gesù Cristo sulla Croce, prima di spirare, comunemente mal tradotte come “tutto è compiuto”, significano invece, secondo la giusta traduzione, “il debito è saldato”.
L’economia diventa usuraica, dura, antiumana, antisociale, quando prevale ciò che Pio XI nella “Quadragesimo Anno” (1931) chiamava “imperialismo internazionale del denaro” ovvero ciò che oggi definiamo “finanziarizzazione dell’economia”. Il problema della cosiddetta “moneta-debito” non è innanzitutto un problema giudico o politico o economico – certo è anche quello – ma un problema spirituale. La moneta, come anche tutti gli altri strumenti finanziari, è uno strumento benefico o malefico a seconda che chi ne ha il possesso, il governo, il potere di emissione – oggi vieppiù, tanto nei sistemi esogeni che in quelli endogeni, che sono quelli maggioritari, illegittimamente detenuto dalle banche transnazionali e non dagli Stati – opera mosso da finalità umane, sociali, di supporto benefico al lavoro umano o, al contrario, opera invece per sete di dominio, non solo di profitto, per voluttà di reddito senza lavoro, per finalità di speculazione intesa come estrazione di ricchezza dal lavoro umano a danno della produzione reale, per scopi di concentrazione finanziaria dei capitali.
Ezra Pound definiva l’usura «un’imposta prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività, e sovente senza riguardo persino alla possibilità di produrre» (Canto XLV). In effetti basta pensare a quale peso insopportabile oggi grava sui popoli, in particolare quelli del terzo mondo, vessati dal debito essi imposto dai fondi di investimento, rectius speculativi, internazionali e quale effetto liberatorio sarebbe una condono di quel debito, eticamente illegittimo, con grande beneficio per l’economia delle nazioni che, liberate da quel peso, potrebbero volgere le loro risorse alla spesa sociale e allo sviluppo anziché a foraggiare i detentori privati di denaro che vivono della rendita degli interessi finanziari improduttivi. Non è un caso se gli antichi hanno sempre connesso l’usura alla lussuria, alle perversioni sessuali.
Il recente caso Epstein, che ha rilevato quale immondo coacervo sussiste tra la sessualità deviata e la finanza apolide, ce ne ha dato una ulteriore prova di ampiezza addirittura mondiale, dimostrando la natura perversa delle élite al vertice dell’Occidente globale. Alla fine torniamo lì, alla verità biblica: «Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua discendenza, perché tu ami il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima e viva». È la circoncisione del cuore, quella che Cristo ha chiesto in luogo di quella del prepuzio, a fare la differenza tra la vita e la morte. Anche nella politica e nell’economia.
3. Rileggendo oggi quel volume, pubblicato esattamente dieci anni fa, quale evoluzione dell’“Idolatria finanziaria” vede all’opera nel mondo post-pandemia e nell’era dell’intelligenza artificiale e della finanza algoritmica?
R) Benché si sia aperta una dinamica geopolitica che lascia sperare in prossime svolte storiche, mentre il potere dell’Occidente a trazione statunitense sembra essere entrato in una crisi definitiva, la situazione per altri versi è molto peggiorata. Lo strapotere della finanza sui popoli e sugli Stati è pressoché totale. I governi sono diventati, per parafrasare Marx, il comitato d’affari della speculazione finanziaria. Una cosa, del resto, inevitabile dal momento che i governi, a causa del dogma loro imposto della indipendenza delle banche centrali dopo che ad essi già da secoli era stato tolto il potere di creazione monetaria trasferito alle grandi banche private, sono costretti a finanziarsi presso i fondi di investimento mondiali devolvendo al “servizio del debito” ingenti risorse così sottratte al welfare e allo sviluppo dell’economia nazionale su basi autocentriche.
«Una nazione che non vuole indebitarsi fa rabbia agli usurai» per dirla ancora con Ezra Pound. L’introduzione della digitalizzazione della moneta, in questo contesto, appare come la via del non ritorno. Si tratta di un ulteriore passo verso la dematerializzazione monetaria, dalla moneta oro alla moneta carta fino alla moneta virtuale. Un certo mondo libertario crede che la nuova tecnologia apra la possibilità all’auto-creazione della moneta, indipendentemente dalle banche, come nel caso dei bit coin. Ma a parte il costante rischio di frodi, sta diventando invece evidente che proprio la digitalizzazione della moneta, ampliata nelle sue potenzialità dall’intelligenza artificiale e dalla algoritmizzazione finanziaria, consente e sempre più consentirà alle banche centrali ma anche alla grandi banche di speculazione internazionale, attraverso i flussi di moneta digitale ossia dei meri input numerici, senza alcun sottostante, che passano o sono accreditati o addebitati da un conto corrente all’altro su scala planetaria, di controllare la vita di tutti noi e persino di sanzionare coloro che risulteranno refrattari o di fastidio per questa resettazione mondiale dell’economia e del potere.
Non c’è molta differenza tra Cina e Occidente in questo, salvo che a Pechino il potere di controllo attraverso la moneta digitale è nelle mani del partito mentre in Occidente nelle mani della consorteria bancario-finanziaria. Comunque si tratta di nomenklature verticistiche. Abbiamo già avuto diversi casi in Occidente di soggetti che, per la loro notorietà o per aver dato fastidio al potere, sono stati impediti ad accedere ai propri conti correnti per via amministrativa e non giudiziaria. In altri termini condannati, teoricamente, a morire di fame. Da ultimo è capitato al lobbista belga Federic Baldan che, per aver denunciato alla procura della repubblica del suo Paese i conflitti di interessi di Ursula von der Leyen, è stato radiato dall’albo dei lobbisti della Ue e si è visto chiudere dalle banche non solo i suoi conti correnti ma anche quelli della madre, della moglie e perfino quello intestato al figlioletto di quattro anni.
«Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei» (Apocalisse, 13,16-18). Ancora una volta, per capire verso quali scenari ci stiamo muovendo, ci soccorre la Rivelazione purché si eviti di cadere in troppo facili escatologismi. La Rivelazione – Apocalisse significa appunto “svelare” – deve servire per comprendere l’essenza di certe dinamiche che in fondo riguardano tutte le epoche, e non a proclamare l’improbabile fine del mondo domani mattina.
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