Giovedì scorso, nel consueto appuntamento settimanale con Gianluca Versace a Canale Italia, ho difeso e preso le parti di Francesco De Gregori, grande cantautore italiano e uomo notoriamente di sinistra.
Sta suscitando un’ampia polemica, che mette in gioco il rapporto tra intellettuali, sportivi e artisti con la politica. Molti lo hanno accomunato a Erri De Luca, il quale, negli stessi giorni si è, invece, espresso in senso filosionista nell’annunciare la partecipazione al festival internazionale degli scrittori di Gerusalemme, invece disertato – contro lo stragismo antipalestinese del governo Netanyahu – da altri letterati come il premio Nobel J.M. Coetzee.
Sempre a Canale Italia, l’ho definita “un’uscita inopportuna” perché uno scrittore può scrivere e argomentare della questione, secondo il suo punto di vista, anziché lanciare uno slogan, che appare, di più, una provocazione per far parlare i media, quindi una caduta di stile.
Cos’ha detto De Gregori: «Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali di guerra perché tutto ciò, tutto che ci sta intorno va analizzato con estrema cura. Un proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente… C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo, ma è un ruolo che non mi sento di condividere. Io non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o Israele».
Il “Principe”, secondo il soprannome attribuitogli dall’amico Lucio Dalla ha stimolato la riflessione dimettendosi dall’obbligo di intervenire sempre, astenendosi dall’oracolare in virtù della notorietà, può essere un antidoto positivo al sensazionalismo tuttologo dominante.
Avvenire ha scritto: “tanto più in un Paese come il nostro dove il dibattito pubblico è spesso surriscaldato da vacue polarizzazioni proprie dell’«economia della fama» di cui scrive il saggista messicano Gabriel Zaid (Jaca Book 2010). È la deriva del protagonismo realizzata negli ultimi decenni dalla televisione, che ha tracimato nella vita quotidiana grazie ai social, dove Narciso si divide e impera, schizoide e impunito in un crogiolo spesso grottesco”.
«A suscitare l’attenzione è l’autore, mentre l’opera praticamente scompare», sostiene Zaid. Allora, chi valuta i libri, le canzoni o i film? Con quale metro, la filologia o la militanza?
«Suonare il piffero della rivoluzione»? No, grazie, rispose lo scrittore comunista Elio Vittorini al segretario del PCI Palmiro Togliatti che, nel 1947 accusava la rivista “Il Politecnico” di non essere sufficientemente schierata».
Pare di capire che ottant’anni dopo siamo ancora appesi a quel piffero. Mentre trionfano i cuoricini su Instagram in un’euforia di palpiti reciproci tra autori, registi, cantanti politicamente corretti, s’intende.
“A ciascuno il suo – ho detto a “Notizie Oggi” di Canale Italia – quindi ai giornalisti, agli opinionisti, ai saggisti, ai politici discutere pubblicamente di politica, ai cantanti cantare ed agli sportivi fare gli atleti, per questo ha ragione il settantacinquenne, artisticamente mai sfiorito, De Gregori”.
Quando, poi, nel servizio della trasmissione, egli ha aggiunto che è con le sue canzoni che lui lancia i messaggi del suo animo e del suo pensiero, così come, subito dopo, ha detto lo stesso Vasco Rossi, che, però, sembra, negli ultimi anni, preferire avere un ruolo di influencer politico, schierato contro Giorgia Meloni, Francesco De Gregori ha messo il carico.
Attraverso l’arte, infatti, si può rappresentare tutto: dall’amore all’odio, dalla politica ad una situazione particolare, ad uno stato d’animo, alla propria visione del mondo. Il grande artista sa in che modo esprimersi al meglio, sa incantare coi suoi versi, come un poeta, tanto che le canzoni di De Gregori e di Vasco hanno, da decenni, un successo trasversale.
Queste polemiche si aggiungono alle esclusioni di gruppi, artisti, sportivi e scrittori per la loro origine. Russi, iraniani, la Brigata Ebraica durante il corteo del 25 Aprile sono, paradossalmente, diventati il “male assoluto” da discriminare per la loro nazionalità, in quanto le sinistre, inclusive ad orologeria, odiano le politiche dei loro Paesi. I benpensanti usano la censura, ma van cianciando di libertà.
Nel loro delirio ideologico, diventano ridicoli e non si accorgono nemmeno che un corridore russo, una squadra di calcio iraniana, uno scrittore ebreo non hanno alcuna responsabilità per le politiche dei loro governi; quindi, è un’ingiustizia sociale la loro sistematica emarginazione. Per questo, ha ragione De Gregori a non voler esprimersi su tematiche che surriscaldano gli animi politici e friggono certi cervelli, già di per sé in fuga dalla realtà!
Chi mi segue sa che, sul piano giornalistico, il mio maestro e riferimento è Indro Montanelli, colui che rifiutò la nomina di senatore a vita propostagli da Cossiga, per rimanere assolutamente indipendente, che non poté esimersi dall’esprime un giudizio sprezzante nei confronti della censura che veniva esercitata nel dopoguerra e per tutto il XX secolo, in pieno sistema democratico.
Anzi, Guendalina Sertorio ha il merito di averne raccolto un’antologia di scritti nel saggio intitolato “Contro ogni censura: un rimedio peggiore del male” (ed. Rizzoli).
Marcello Veneziani ne curò l’introduzione, scrivendo: «Diciamo la verità: che la censura sia di per se stessa un grosso malanno per tutte le insidie che racchiude contro la libertà, e che in Italia la si eserciti male, in mezzo a imprecisioni e contraddizioni che schiudono la porta a qualunque arbitrio, credo che nessuno potrà metterlo in dubbio.
Più che un liberale, un libertario o un anarchico, come amò definirsi con civetteria, pur temperato dalla definizione opposta di conservatore, Indro Montanelli fu un solista. Assoluto. Incorreggibile. Fu solista nella scrittura, nel temperamento e nella vita. Fu solista rispetto alle ideologie e ai partiti politici». Credo che per questo sia rimpianto anche da chi non la pensa come lui, ed è rimpianto da me, che non sono affatto d’accordo con diverse sue posizioni, quali l’ateismo e l’assenso verso l’eutanasia.
Per i suoi detrattori, ma anche per gli ammiratori, come me, delle sue geniali qualità di scrittore e lucidità d’analisi, Montanelli non ebbe altra fedeltà, altro amore, che se stesso. Rifiutò ogni appartenenza, ogni famiglia, ogni chiesa. E fu sempre allergico alla censura; passò una parte della sua vita professionale a scansarla, e un’altra a fustigarla.
Egli se la prende con la censura al cinema, in tv ma anche sui giornali, e con le sorelle infami della censura che penalizzano la realtà, la qualità, l’eccellenza: dalla spartizione dei partiti alla lottizzazione nella Rai e pure nei giornali, dalla pigrizia mentale del conformismo alla negazione della verità storica. Per dirla in breve con le sue parole: «Dove c’è censura, io non ci sono».
Montanelli considera tossica la propaganda ideologica in tv, intravede già negli anni Sessanta la serpeggiante influenza della sinistra nella televisione pubblica; giudica falsa e faziosa la ricostruzione storica della Resistenza in tv, piena di omissioni, come nel caso di via Rasella.
Arriva poi a vagheggiare la liberazione dalla pubblicità nella tv di Stato, come nella Bbc e nelle reti pubbliche francesi, e come aveva fatto il Minculpop in epoca fascista; a finanziarla bastano gli utenti coi loro canoni. Il tutto era condito da Montanelli con la denuncia degli sprechi in Rai, di cui Indro fu precoce censore.
Sulla censura vera e propria, Montanelli è realista: non chiede di abolirla, pur detestandola, ma di limitarne i danni e l’incidenza. L’ideale sarebbe che il cinema stesso sappia autodisciplinarsi, senza ricorrere alle forbici del potere. La censura per lui resta un male inevitabile, però non serve agli scopi per cui viene invocata e usata: perché non sa distinguere tra opere d’arte e film scadenti di cattivo gusto, è inutile e controproducente con i suoi divieti;
l’ottanta per cento dei film, osserva, è un oltraggio al pudore, e dunque l’unico criterio di distinzione è artistico, di qualità. E prefigura uno scenario preoccupante: se il pudore è così di frequente oltraggiato, qualunque pubblico ministero può disporre il sequestro di un film su territorio nazionale, così paralizzando la cinematografia.
Nella censura Montanelli vede l’indole vile e puerile degli italiani, che hanno bisogno di scaricare su un’autorità il peso delle scelte che invece toccherebbero a loro, cittadini adulti. La censura morale può farla Catone, non un commissario governativo; appartiene all’etica più che al Codice penale.
Per me, può farla la Chiesa Cattolica, che, infatti, aveva l’“Indice” dei libri proibiti, in quanto Istituzione la cui Morale è la tradizione e l’identità plurisecolare italiana, che la usava per il Bene delle anime, onde evitarne la possibile corruzione da parte di idee perniciose.
Ancor di più, nel Terzo Millennio servirebbe quell’autodisciplina che impone il pudore e la continenza, perché non è lo scandalo, non è la trasgressione, non è la blasfemia, non è l’eresia a rendere bella l’espressione artistica, quanto il talento, fatto fruttare con lo studio e il sacrificio. Altrimenti vien da pensare che l’immoralità o peggio, sostituiscano la mancanza di qualità, per far parlare la tv e discutere i media e i social. Sarebbe triste, perché si supererebbe nel male, il decadentismo contemporaneo.
C’è anche un’azione preventiva da poter fare, che Montanelli giustamente suggerisce, rimanendo di grande attualità: anziché censurare meglio non sovvenzionare a pioggia, ma solo quello di reale valore e interesse artistico, senza aiutare chi fa film volgari e banali. Non aiutiamo il brutto, ma preferiamo il bello, ovvero l’eccellenza, da qualunque parte del mondo arrivi.
Se la prende con la censura delle idee e cita il caso assurdo del dissidente russo Andrej Sinjavskij che fugge dalla censura dell’Unione Sovietica e viene censurato dai soviet della Rai nostrana.
Pochi anni prima di lui anche Curzio Malaparte aveva scritto contro la censura. Nei suoi memorabili Battibecchi notava che «le leggi autoritarie in materia di costume sono dannose». Un esempio dello zelo censorio è il suo ritratto impietoso di Oscar Luigi Scalfaro, moralista, all’epoca sottosegretario allo Spettacolo; o di Mario Scelba e altri censori democristiani. Anche Malaparte, come Montanelli, inveisce contro la Rai, «strumento dell’imbecillità tartufesca, dell’ipocrisia e del vile conformismo ormai dominanti nella vita italiana» (Battibecchi, Shakespeare & Company, 1993). Per una volta Malaparte e Montanelli furono d’accordo.
Veneziani ci racconta che “Montanelli subì una duratura e subdola forma di censura con «il Giornale», dal 1974 in poi, perché di destra; negli anni Settanta, in città, fu temerario comprarlo in edicola e mostrarlo in strada”.
“Eppure, Montanelli aveva spiegato in una lettera ad Alessandro Galante Garrone, il 10 agosto 1974, che si era assunto col «Giornale» il compito di rappresentare la «maggioranza silenziosa», per ricondurla all’ovile della democrazia, non per sospingerla verso il Msi di Almirante; nella convinzione che fossero su una falsa strada, ma c’erano, tra loro tante brave persone” (cit. in S. Gerbi, R. Liucci, Montanelli, l’anarchico borghese, Einaudi, 2009, p. 113).
Poi la gambizzazione da parte delle Brigate Rosse e la censura nelle notizie sulla stampa, a partire da un memorabile titolo apparso sul «Corriere della Sera» che ometteva il suo nome.
Indro Montanelli scrisse anche una mirabile confessione, molto sincera, sul periodo fascista, usando lo pseudonimo di Antonio Siberia, il 4 febbraio 1955, sul «Borghese» di Leo Longanesi, in un articolo intitolato “Proibito ai minori di quarant’anni”, che in realtà parlava più di passioni e illusioni giovanili che di censure e divieti di regime.
Per raccontare in sintesi il suo difficile cammino di libertà nel tempo del conformismo, che è una censura viscida e informe, gommosa e infame, conviene citare le sue parole a chiusura dell’avventura di direttore della «Voce», il 12 aprile 1995: «Per tenere e difendere le mie posizioni, ho dovuto, in questi ultimi anni, fondare due giornali contro: contro la sinistra quando era la sinistra a minacciarle: e ora contro l’attuale parodia di destra che le sta – cosa ancora più pericolosa – discreditando. Due battaglie, due sconfitte, di cui vado ugualmente fiero, ma che mi hanno lasciato addosso – nel morale ma anche nel fisico – troppe cicatrici».
Montanelli fu la sintesi giornalistica di un antitaliano dichiarato come Prezzolini e un arci taliano confesso come il suo caro nemico Malaparte. Rimase il Re del giornalismo italiano. I suoi pari, i suoi grandi compagni d’armi e di penna erano già andati: i Malaparte e i Longanesi, i Barzini e gli Ansaldo, i Missiroli, i Flaiano e i Guareschi.
Marcello Veneziani continua così: Montanelli “fu di destra ma non adorò né Dio, né la patria, né la famiglia. Fu arci taliano nei gusti e nei disgusti, oltre che arci toscano come i due predetti scrittori. Fu arci taliano pure nello stile, nell’umorismo e nell’improvvisazione, negli umori e malumori, lievemente qualunquista e ondivago, come gli italiani, sempre all’opposizione, ma poi governativo per fatalismo e per male minore (turarsi il naso e votare Dc), intransigente per tigna ma accomodante per pessimismo.
Benché antitaliano fu tipico italiano, virtuosamente provinciale, fascista e frondista, femminiero e vanitoso. Individualista, e anarchico come tutti gli italiani, ma conservatore e centrista come loro. Estremista per prudenza, disse Longanesi degli italiani; o all’opposto, prudente per eccesso di estremismo. Ribelle ma ammiratore dei potenti e del loro cinismo. Ci manchi, Indro, assieme alla tua penna usata come un fioretto e alla tua libertà, che, forse, oggi più di ieri, troverebbe come ostacolo la mannaia della censura del Pensiero unico, che certamente avresti rigettato.
Matteo Castagna
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