La terza via distrutta e il feticcio della destra radicale
di Sergio Saraceni
In questo quarto appuntamento con l’intervista-saggio a Luigi Copertino, l’analisi si fa squisitamente istituzionale, storica e politica. Il giurista smantella le illusioni della destra radicale contemporanea, divisa tra nostalgie inattuali e un populismo neoliberista subalterno ai potentati tecnologici della Silicon Valley. Al contempo, Copertino ricostruisce la linea di continuità economica che unisce il corporativismo degli anni Trenta alla Costituzione del 1948, mostrando come il modello della “terza via” italiana sia stato smantellato negli anni Novanta per assecondare i processi di globalizzazione.
Ecco il piano completo della pubblicazione per seguire l’intero percorso o recuperare i capitoli precedenti:
- [Leggi la Parte 1: Il sacro e l’idolatria della moneta]
- [Leggi la Parte 2: Proprietà diffusa contro Great Reset]
- [Leggi la Parte 3: Il totalitarismo liberale e lo specchio di Drieu La Rochelle]
- Parte 4: La terza via distrutta e il feticcio della destra radicale (In questo articolo)
- Parte 5: La fine dell’anglosfera e il suicidio geopolitico europeo
- Parte 6: La via “gramsciana” e l’orizzonte dello spirito
L’Intervista:
9. Crede che esista oggi in Italia una destra veramente “radicale” capace di resistere alle sirene del liberalismo economico e del progressismo culturale, o il rischio di “Spaghetticons” rimane endemico?
R) Non la vedo una tale destra. In genere la destra radicale si masturba ancora con i cascami di un certo neopaganesimo in salsa nicciana, ormai scaduto, mentre in ambito cattolico conservatore e/o tradizionalista si persiste con nostalgie antimoderne che – non discuto degli aspetti dottrinari o liturgici, anche perché per questi ultimi non ne ho competenza – politicamente sono inattuali e inattuabili.
Mi chiedo infatti se la religione europea del futuro debba consistere nel ridicolo inno agli “dei” inscenato, in un video che circola su YouTube, dall’attuale ministro della cultura, Alessandro Giuli, in versione “fauno selvatico” tra i boschi, oppure se debba risolversi in uno scolasticismo su base aristotelica, più che tomista in sé, ossia in un razionalismo teologico che ha la pretesa di cosificare il Mistero nel sillogismo. Per poi, sul piano politico, dare quale risposta? Una improbabile mobilitazione delle masse stile “cattedrali di luce” o una ri-gerarchizzazione sociale in caste?
Ebbene, forse non si tiene conto che la mobilitazione delle masse, se non rituale quantomeno psichica e psichedelica, ovvero adattata alla nostra realtà, non ci restituirebbe affatto il “fascismo immenso e rosso” di Robert Brasillach ma porterebbe dritto – visto quanto osservato a proposito del neoconservatorismo nella risposta precedente – in un populismo neoliberista, magari condito con una spruzzatina del mito “giudeocristiano”, sul modello Vox, Afd, Trump, Bolsonaro o Orban.
D’altro canto, i tradizionalisti cattolici che sperano nella restaurazione o nel ritorno del Re potrebbero trovarsi di fronte ad uno strano Monarca, con pretese universali, come quello prefigurato, nella sua critica alla democrazia, da Peter Thiel intento a combattere tutto ciò che si oppone all’estensione del suo potere tecnologico mondiale.
Un neo-monarca a capo di una società che tornerebbe ad essere gerarchizzata in caste ma la cui aristocrazia sarebbe costituita da quella élite, tra i duemila e i cinquemila soggetti, composta da banchieri transnazionali, tecnocrati digitali, managers dell’algoritmo, gendarmi del capitale finanziario, mentre il popolo sarebbe costituito dal resto di una umanità destinata alla denatalità e al mantenimento oppiaceo a base di stordimenti ludici tipo Matrix e al reddito di cittadinanza universale in mancanza di lavoro sostituito dall’automazione. Non mi sembra proprio una “restaurazione”, casomai una contraffazione.
10. Nel suo “Stato e sindacato” lei esplora le convergenze e divergenze tra corporativismo fascista e Costituzione repubblicana. Quali elementi di quell’esperienza corporativa potrebbero ancora ispirare una riforma dello Stato sociale in chiave anti-liberista e anti-globalista?
R) “Stato e Sindacato” è stato scritto non solo per un mio peculiare interesse storico ma anche nella prospettiva di contribuire a far comprendere a fascisti e antifascisti che vi è una sostanziale e ininterrotta linea di continuità tra l’Italia degli anni trenta, allorché il regime pur tra mille contraddizioni comunque andava ponendo la basi di una terza via e dello Stato sociale (perché il fascismo, non bisogna mai dimenticarlo, è uno dei rami dell’albero socialista), e l’Italia post-fascista, perlomeno come disegnata in certe parti delle vigente Costituzione (il riferimento va in particolare agli articoli 39, 46 e 99 che costituiscono la versione democratica della socializzazione corporativa fascista).
Ma la continuità tra l’Italia dell’esperimento corporativista fascista e quella post-fascista del dopoguerra è evidente anche per il mantenimento delle strutture dello Stato imprenditore e banchiere inventate dal fascismo, ossia IRI, AGIP (che Enrico Mattei avrebbe ampliato in ENI), la Legge bancaria del 1936 (che, dopo quella del 1926, che aveva a essa assegnato il monopolio dell’emissione monetaria, ha pubblicizzato la Banca d’Italia). Lo Stato sociale in Italia nasce negli anni ’30 ed ha resistito alla caduta del fascismo trovando continuazione e ampliamento nell’Italia post-fascista.
La parte sociale ed economica della nostra Costituzione è opera di studiosi, politici e sindacalisti come Amintore Fanfani, che negli anni trenta scriveva con favore del corporativismo fascista quale realizzazione dettagli a parte del corporativismo cattolico, o come Giuseppe Di Vittorio che nel 1915 collaborava a Il Popolo d’Italia di Benito Mussolini ed era vicino al sindacalismo rivoluzionario della sinistra fascista. Il socialista democratico Bruno Buozzi, prima di morire, nel 1944, aveva indicato nelle strutture sindacali del regime, debitamente democratizzate e liberalizzate, e nella efficacia erga omnes della contrattazione collettiva introdotta dal sistema corporativo, la soluzione idonea, per l’Italia del dopoguerra, onde governare, a favore dei lavoratori, il conflitto distributivo.
Già questo genere di constatazioni storiche toglie molto alla reciproca e inutile polemica tra gli epigoni del fascismo e quelli dell’antifascismo. I quali invece dovrebbero piuttosto ragionare su come quell’Italia della terza via, tollerata per opportunità politica dagli americani fino al 1989, sia stata invece smantellata negli anni novanta, in particolare dai governi di sinistra, per favorire i processi di globalizzazione e di europeizzazione monetaria.
Questo, insieme al fatto che il mondo è nel frattempo profondamente cambiato, mi porta ad un certo pessimismo sulla possibilità di riproporre le same soluzioni dell’esperienza corporativa pre e post bellica. Oggi l’automazione del lavoro sta eliminando la realtà stessa del lavoro umano e quindi della suddivisione per professioni e ceti o classi che il corporativismo fascista e quello democratico del dopoguerra avevano inteso governare onde risolvere in un contesto di unità nazionale il conflitto sociale possibilmente, come voleva a suo tempo la sinistra fascista e come effettivamente realizzato nei primi trent’anni della Repubblica, in un senso più favorevole al lavoro che al capitale ma senza utopie marxiste.
Se il principio organico resta, anche perché manifestazione ideale di una metafisica eterna, diverse sono oggi le soluzioni da escogitare per applicarlo nell’era del digitale e dell’automazione. Personalmente non ho ricette – a queste dovrebbero lavorare chi ha competenze approfondite in materia – ma credo che tutto ciò che va verso forme di comproprietà reale, di partecipazione, di uso sociale della finanza, di auto-centrismo selettivamente aperto, di controllo dei movimenti di capitale, va nella giusta direzione.
11. In un’epoca di gig economy, precariato digitale e smantellamento dei diritti dei lavoratori, è ancora possibile pensare a un sindacalismo identitario e nazionale, o il modello corporativo appartiene irrimediabilmente al passato?
R) Come dicevo nella risposta alla precedente domanda è questione di trovare soluzioni inedite che siano l’applicazione possibile nell’era digitale del principio organico. Bisogna valutare come e se le trasformazioni tecnologiche daranno, o meno, vita a nuove forme sociali di aggregazione comunitaria analogamente a quanto è accaduto, a suo tempo, durante la prima e la seconda industrializzazione ottocentesca allorché si formarono i sindacati quali novelle gilde ma adeguate ai nuovi tempi, ad iniziare dal fatto che, come rilevò Leone XIII nella Rerum Novarum, erano sodalizi di soli lavoratori, contrapposti a quelli di soli imprenditori, e non più misti come le gilde medioevali.
Solo il tempo potrà dirci se la quarta rivoluzione industriale produrrà nuovi corpi intermedi e di che genere. Credo che quella all’organicismo sia comunque una tendenza innata nell’uomo e che alla fine essa tornerà ad imporsi. Ma come, quando, in che forme non saprei ora dire.
Segue
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