C’è qualcosa di intrinsecamente fantozziano nel tentare di imporre una celebrazione obbligatoria del buonismo a chi, giustamente, del tuo Pride Match Day se ne infischia altamente. La scena è degna del miglior Megadirettore Galattico: a Seattle, città simbolo dell’occidente liberal, avevano deciso di trasformare una partita dei Mondiali in un’apoteosi dell’inclusione. Una roba da lacrime agli occhi, un trionfo di bandierine colorate e paillettes destinato a diventare, nelle intenzioni dei soliti strateghi del marketing arcobaleno, la “cosa più bella del mondo”.
La brusca frenata
Poi, però, il calcio — quello vero, quello sporco e cattivo — ha presentato il conto. Il sorteggio ha messo di fronte Iran ed Egitto. E qui la Corazzata Potemkin della retorica inclusiva si è schiantata contro un muro di cemento armato. Perché se è vero che l’inclusione è il mantra universale che ti permette di pontificare su tutto, il problema nasce quando le lobby LGBTQ+ si scontrano con chi, di queste esternazioni, non solo non ne vuole sapere, ma le considera fumo negli occhi.
Il risultato è una gag che nemmeno Paolo Villaggio avrebbe potuto immaginare meglio: la FIFA, che per restare “sul pezzo” si era tuffata a pesce nel politically correct, ha dovuto fare marcia indietro. Niente arcobaleno. Niente cerimonie. Niente visibilità a comando. I regimi hanno battuto il pugno sul tavolo e il castello di carta dei “valori universali” è crollato alla velocità della luce, rivelando la natura puramente commerciale e di facciata di questa kermesse di giugno.
Inflessibili con chi dissente
È il cortocircuito perfetto dell’ipocrisia contemporanea: inflessibili con chiunque osi dissentire in Occidente — subito etichettato come omofobo e reazionario — ma improvvisamente diventati diplomatici, remissivi e “rispettosi delle diversità culturali” non appena qualcuno fa davvero sul serio. Curioso notare come, nella solita corsa a raccontare solo ciò che fa comodo, ci si dimentichi persino di ricordare che il Senegal, altro convitato di pietra in questa fiera delle vanità, ha appena raddoppiato le pene per certe esibizioni pubbliche.
Ma tranquilli: l’importante è che la FIFA rimanga coerente con il suo nuovo ruolo di ufficio stampa del moralismo globale. Peccato che, tra un tweet di condanna e una passerella mancata, a qualcuno inizi a venire il sospetto che di tutta questa necessità di sbandierare — orgogliosamente — le proprie abitudini sessuali, al tifoso medio, non importi, effettivamente, nulla.
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