LA DISABILITA’ A BOLOGNA: QUANDO “L’INCLUSIONE” INTERESSA MENO. INTERVISTA A EGIDIO SOSIO.
Il Dott.Egidio Sosio, nato a Como ma bolognese di adozione, già presidente della sezione provinciale dell’Unione Italiana ciechi di Bologna, ha lavorato come coordinatore e formatore dell’Istituto per ciechi Francesco Cavazza e attualmente ricopre l’incarico di Presidente della Consulta per superamento dell’Handicap di Bologna. E’ stato il primo e sinora unico disability manager del Comune di Bologna, nominato nell’ottobre del 2016 dall’allora sindaco Virginio Merola. Il suo incarico è terminato con la giunta Lepore, che ha sostituito la figura del disability manager con 5 “diversity manager” . Lo abbiamo intervistato.
D – Quali sono i compiti della Consulta per il superamento dell’handicap?
R – In sintesi è un organismo del consiglio comunale che serve a fornire proposte e sollecitazione per l’amministrazione nell’ambito delle tematiche della disabilità, oltre a svolgere funzione di rappresentanza delle associazioni in ambiti istituzionali.
D – Come è stata, a suo parere, la breve esperienza del disability manager a Bologna?
R – Sono assolutamente convinto che tutte le città con oltre 50.000 abitanti dovrebbero avere un disability manager, con il compito di omogeneizzare le politiche dell’amministrazione, rendendole compatibili con le esigenze delle persone con disabilità. Chi può ricoprire questo incarico in maniera più diretta e più consapevole, secondo me, è una figura che le stesse associazioni propongono o esprimono.
Ecco, è un po’ quello che è avvenuto all’epoca, quando io sono stato nominato disability manager. Nel periodo in cui ho ricoperto questo ruolo, anche città tipo Roma, Palermo, Milano, Parma e molte altre hanno opportunamente seguito questa impronta. Diciamo che Bologna ha un po’ lanciato questa figura ma, nella stessa maniera in cui siamo arrivati, noi disability manager siamo anche scomparsi. In effetti, dopo che è finita questa esperienza, questa figura è caduta in disuso.
Non mi risulta che oggi a Roma, Torino o Milano abbiano disability manager, e c’è bisogno di riflettere su questo. Tener conto delle esigenze diverse sui provvedimenti che abitualmente l’amministrazione assume è un paradigma ovviamente molto diverso rispetto a ciò che avveniva in precedenza. Vuol dire che un progetto, un provvedimento, un piano da parte dell’amministrazione dovrebbe contenere delle impostazioni che, inevitabilmente, pongano al centro della situazione le esigenze delle persone con disabilità.
Ecco, io penso che questa sia stata la forza di questa figura ma che probabilmente sia anche stata la causa della fine di questo ruolo, perché le amministrazioni italiane non sono pronte a processare queste nuove esigenze. Esiste probabilmente una consuetudine amministrativa e operativa all’interno delle amministrazioni che va oltre la volontà politica, una modalità di funzionamento delle amministrazioni che probabilmente non gradisce di doversi aggiornare, di doversi modificare, di voler assumere dei contesti diversi, di dover prendere delle tecniche e delle modalità nuove
D- Come è cambiata in seguito la situazione con i 5 “diversity manager” dell’attuale amministrazione Lepore?
R – oggi a Bologna è presente un insieme di figure chiamate diversity manager che si occupano contestualmente di temi legati allo svantaggio sociale, alla fragilità sociale compresa la disabilità, ma che, dal punto di vista operativo e sostanziale non hanno inciso in maniera indicativa nel contesto dell’operatività dell’amministrazione. In pratica, se anche non ci fossero stati, sarebbe stata esattamente la stessa cosa.
A Bologna è stata fatta questa scelta che, secondo me, nella sua presentazione ha già un vizio di fondo, vale a dire il non conoscere la dinamica della disabilità. Il problema della disabilità non è un problema di svantaggio sociale è un problema di condizione, che è diverso. Una persona che ha uno svantaggio sociale è una persona che, volendo, con determinate condizioni, può risolvere questo vantaggio sociale, ma nel caso di un disabile, bisogna intervenire con dei correttivi sostanziali.
A Bologna quindi è stata fatta una scelta che, a mio giudizio, dimostra il non conoscere la disabilità nelle sue più profonde dinamiche, che sono molto diverse l’una dall’altra. Posso dire che alla fine dei 5 anni avevamo impostato una modalità di comportamento dentro l’amministrazione assolutamente in linea con queste esigenze. Con il passaggio di legislatura questa modalità si è interrotta.
Si è interrotto un dialogo costruttivo tra associazioni e amministrazione. Si è interrotto anche un dialogo cooperativo, cosa che avevamo a suo tempo invece instaurato in alcuni procedimenti amministrativi di rilevanza, tipo il regolamento edilizio, dove si era instaurato un confronto tra il personale tecnico dell’amministrazione e quello delle associazioni.
D – Il 20 settembre 2023 scadeva il termine per l’adeguamento in termini di visitabilità degli esercizi commerciali di Bologna. Si tratta di un progetto partito già nel 2021, quindi durante il Suo incarico. Girando per il centro cittadino si ha la netta sensazione che sia passato tutto in cavalleria, i gradini agli ingressi dei negozi sono ancora privi di rampe. Che cosa è, o meglio, che cosa non è successo?
R – Quella che lei descrive è la realtà a cui si assiste quotidianamente. Prima le ho accennato il fatto di come siamo arrivati alla definizione di questo allegato al regolamento edilizio, attraverso quel lavoro tra tecnici dell’amministrazione e tecnici delle associazioni per produrre un piano operativo. Essendo una delibera votata dal Consiglio Comunale, avrebbe dovuto avere la sua pubblicazione, ma i due anni di tempo concessi per adeguarsi sono scaduti senza che fosse fatto nulla da parte dell’amministrazione.
Abbiamo chiesto ripetutamente in questi due anni e mezzo di amministrazione Lepore che vi fosse un provvedimento efficace, visto che si parlava di rinnovo del regolamento edilizio.
Ebbene, stiamo ancora aspettando una risposta, e, quando c’è stato il tentativo di dare una risposta, devo dire che l’abbiamo respinta al mittente perché ci sembrava talmente vergognosa da non prenderla in considerazione. Uno dei problemi per cui l’amministrazione era particolarmente turbata era quello delle multe per chi non si sarebbe messo in regola. Si tratta di una cosa banale rispetto alla dimensione del problema, che si può risolvere giuridicamente. Inoltre, la rampa è l’ultima delle questioni. Prima di arrivare al discorso della rampa mobile, che è un semplice palliativo, l’esercizio avrebbe dovuto intervenire in senso strutturale sui locali.
Questo era l’obiettivo di questo allegato al regolamento edilizio. Queste innovazioni del regolamento avrebbero dovuto poi essere pubblicizzate, informando i diretti interessati circa l’obbligo di sistemare o di mettere a norma i propri locali. Ci vuole un ufficio apposito che si occupi di questo, ci vuole un controllo amministrativo, in modo che anche le modalità con cui vengono realizzate queste cose abbiano una valenza condivisa, senza lasciare gli esercenti alla propria iniziativa personale.
D- Lo scorso 2 luglio è stata annunciata trionfalmente dal Comune e Tper l’introduzione dell’identità alias per gli utenti del trasporto pubblico bolognese, presentata come conquista di inclusione. Dell’inclusione dei disabili non se ne parla mai e lo dimostra, sempre in tema di trasporto pubblico, la drammatica carenza di taxi prioritari. Qual è la situazione a Bologna?
R – Per quanto riguarda i taxi prioritari, Il Comune ha pubblicato un bando recentemente, senza discuterlo con le associazioni. Questo è un altro un altro tema che ci mette in difficoltà rispetto all’amministrazione, perché solitamente questi temi li abbiamo sempre discussi.
Questo bando prevederebbe un certo numero di cosiddetti taxi prioritari che avrebbero l’obbligo di essere in condizione di trasportare persone di carrozzina, con costi delle licenze più contenuti. Io non sono convinto che questa cosa risolva il problema, per una questione di principio. Se un’amministrazione decide di avere un trasporto pubblico per tutti, allora il problema lo risolve utilizzando automobili che devono essere tutte accessibili. Se si chiede questo, il problema si risolve da sé: tutti i taxi saranno prioritari.
Se il trasporto è riferito alla cittadinanza, quindi anche alle persone disabili, che fanno parte della cittadinanza, allora bisogna agire di conseguenza. Mi rendo conto che sia un’enunciazione di principio, però forse bisogna cambiare il paradigma, bisogna mettersi d’accordo su cosa sia il servizio pubblico, bisogna mettersi d’accordo su come vogliamo che sia rispetto ai bisogni della città. Le persone con disabilità hanno tutti i diritti di muoversi come gli altri.
Quando ero Disability manager di questa cosa gli abbiamo parlato più volte in incontri e discussioni tecniche proprio per stabilire come affrontare questa esigenza globale del trasporto pubblico, ma da quando non c’è più questa figura non mi risulta che ci siano interlocuzioni tra i diversity manager e le aziende dei trasporti.
Per quanto riguarda i taxisti, nell’accordo fatto con il Comune, la scontistica riservata ai disabili è scesa dal 15% al 10%. Quindi anziché migliorare, siamo andati a peggiorare. Io non ne faccio una questione politica, ne faccio una questione di buon senso.
Nella mia esperienza in Disabity manager ho avuto modo di relazionarmi con la città di Barcellona e la cosa che mi ha colpito molto è che a Barcellona c’è una commissione costituita da persone disabili esperte in diversi temi. Questa commissione viene regolarmente pagata dal Comune, quindi non è composta da persone che a cui è richiesto di essere volontari pur portando un know how interno all’amministrazione.
Ebbene, ciò che delibera questa commissione ha valore cogente, quindi l’amministrazione non può deliberare in contrasto con essa. Questo è il modo di fare di fare politica dell’accessibilità, altrimenti sono chiacchiere. Manca una programmazione davvero studiata e soprattutto qualificata dal punto di vista dei contenuti nelle amministrazioni italiane.
Ringraziamo il dott. Sosio per la sua preziosa testimonianza, auspicando che a Bologna il tema della disabilità venga affrontato sempre di più con un approccio moderno, efficace e concreto.
Raffaele Amato
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