La vuota euforia dei feed
Quella che segue non è una notizia. È la conferma di una banalità. La cosiddetta “manifestazione degli influencer di destra” si è svolta esattamente come doveva svolgersi: con la prevedibile mescolanza di slogan, euforia da feed e una totale assenza di sostanza. Non c’è nulla da analizzare nei dettagli dell’evento, perché l’evento stesso di questi poser low-cost è già l’analisi. È il prodotto naturale di un pensiero che premia la velocità sulla profondità, la vuota reazione animale sulla riflessione, il posizionamento “alla buona” sulla formazione. Il risultato si è dimostrato. Nessuna partecipazione, a differenza delle diecimila persone presenti a Roma lo scorso giugno per la manifestazione del Comitato Remigrazione e Riconquista.
Visione del mondo contro brama di apparire
In un mio precedente intervento su questa testata scrivevo che «il grande lavoro dei “nostri” autori si basa su un rigore nelle ricerche, una particolare profondità d’analisi, sensibilità ed una visione metafisica». In quel contributo parlavo dei gruppi che spacciano formazione senza averne. La frase resta valida, e anzi acquista un peso maggiore quando la si mette a confronto con ciò che oggi viene spacciato per “identità” sui social. Da una parte esiste chi ha una visione del mondo, costruita con fatica, lettura, discernimento e capacità di tenere insieme il particolare e l’universale. Dall’altra parte esistono figure che posseggono, nel migliore dei casi, una telecamera sul proprio telefonino e la voglia di apparire: questa voglia è priva di memoria lunga e di qualsiasi orizzonte che non sia quello dell’algoritmo e del like.
Il danno della merce identitaria
Queste seconde non sono semplicemente voci e personalità “meno colte”. Sono strutturalmente incapaci di portare avanti una battaglia identitaria seria. La loro presenza pubblica non eleva i temi; li riduce a merce, li sporca e inquina le acque. Getta, indirettamente ma con efficacia, fango su questioni che generazioni di militanti hanno affrontato con impegno, rischio e profondità. Non è questione di “tono” o di “stile comunicativo”. È questione di sostanza: chi non ha strumenti di analisi autonoma non può che produrre chiasso, e il chiasso, in questi ambiti, è sempre complice dell’appiattimento e del danno.
Il riflesso dello “scrollo”
Il becerismo non è un incidente di percorso. È il prodotto naturale di un ambiente in cui la lettura viene sostituita dallo “scrollo”. Chi cresce in quel contesto non sviluppa la capacità di giudizio: sviluppa solamente dei vuoti riflessi. E i riflessi, per quanto rumorosi, non costruiscono nulla che resista al tempo.
La volgarizzazione di un valore
Non c’è sensibilità in chi misura il valore di un’idea dal numero di interazioni; non c’è rigore in chi confonde l’indignazione con il pensiero. L’identità autentica, quella che si è costruita nei decenni con fatica e impegno, non può permettersi di essere rappresentata da chi ne riduce la portata a contenuto di consumo. Ogni volta che si concede attenzione a queste figure, si collabora alla volgarizzazione di ciò che dovrebbe restare alto.
Il rifiuto netto come abitudine
Per questo la risposta non può essere la polemica continua, né il tentativo di “recuperare” o “educare” queste figure. La risposta dev’essere il rifiuto netto di qualsiasi spazio. Non una visualizzazione, non un “mi piace”, non una ricondivisione. Emarginare questi tipi non deve essere un’eccezione indignata: deve diventare abitudine. Solo così si evita che le sirene del momento (per usare un eufemismo generoso) continuino a occupare il campo che appartiene a chi ragiona e lotta da anni con autonomia. La buona formazione identitaria non passa dai profili più seguiti. Non passa attraverso il citazionismo e le chat, ancor meno su insulsi canali YouTube. Fatto salvo che ci sono persone, di valore e preparazione che utilizzano questi mezzi nel modo opportuno e che la differenza sostanzialmente è visibile a tutti.
La dissoluzione mascherata da difesa
Chi continua a concedere attenzione a questi cosiddetti “influencer” collabora, consapevolmente o meno, alla dissoluzione di ciò che pretende di difendere.
Sergio Saraceni
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