Le trasmissioni come Report di Ranucci non ne parleranno mai ma un dubbio gira da tempo tra i tribunali di mezza Italia, capire qual è stato il vero movente dell’omicidio del giudice Paolo Borsellino e capire se, due mesi prima, lo stesso movente non riguardò anche la morte del suo amico e collega Giovanni Falcone.
E’ un dubbio da eliminare e per questo vanno resi noti a tutti gli atti del tribunale di Palermo e del Csm, anche se coperti dal segreto istruttorio, poiché tale segreto si configurerebbe ormai come un segreto di Stato della cui copertura sta beneficiando da anni solo la sinistra. Basta segreti su questi atti perché il dubbio è grave e pesante e tutti devono valutare quale fu il vero movente di quegli omicidi.
Di seguito elenchiamo una serie di eventi descritti con la logica che appare più stringente (ce ne fossero altre, ben vengano) e per i quali chiederemo conferma a vari giudici coinvolti, e per i quali chiederemo ai ministri Meloni e Nordio di togliere il segreto.
Falcone e Borsellino e il vero movente del loro omicidio
Falcone e Borsellino stavano entrambi indagando sul dossier mafia-appalti, ovvero volevano capire i legami tra le aziende che vincevano gli appalti e la mafia in Sicilia, tutto ciò per sincerarsi che ci fossero gare d’appalto regolari e non aggiustate dai mafiosi in combutta con le aziende vincitrici.
Scarpinato propone un movente alternativo molto fantasioso
Il giudice Roberto Scarpianto, diventato poi senatore del M5S, invece sostiene che Falcone e Borsellino furono uccisi per un disegno di destabilizzazione dell’Italia volto, tramite delle trame nere, a consegnare il potere a forze oscure. Peccato che questa pista si sia rivelata subito farraginosa, tanto che l’attuale procuratore capo di Caltanisetta le ha dato il valore di “uno zero tagliato”. E il giudice di Caltanisetta, Salvatore De Luca è, guarda caso, l’attuale titolare delle indagini sulla morte di Falcone e Borsellino. Ma peccato anche, che questa presunta congiura si sia interrotta con le morti di Falcone e Borsellino i quali non indagavano affatto sulla fantomatica congiura. Ovvero nessun altro giudice rappresentava più un pericolo per la presunta congiura, a partire da Scarpinato. Forse perché la congiura era puro frutto della sua fantasia? E la teoria fumosa della congiura non può delinearsi come un depistaggio?
Scarpinato, Patronaggio e Lo Forte bloccano le indagini di Borsellino
Il 13 Luglio del 1992, sei giorni prima dell’omicidio di Borsellino, i giudici Lo Forte, Scarpinato e Patronaggio (quello dei migranti) bloccarono le indagini di Borsellino (che furono prima anche di Falcone) con una archiviazione. Perché ritenute irrilevanti.
Peccato che tra le posizioni irrilevanti c’erano boss mafiosi del calibro di Pino Lipari e Antonino Buscemi e che l’archiviazione trascurava la rilevanza indiziaria delle partecipazioni societarie. Senza parlare delle imprese di rilievo nazionale delle quali parleremo nel gran finale.
Poi, il giorno 14 Luglio 1992 Borsellino venne convocato in una riunione con presenti sempre i giudici Lo Forte, Scarpinato e Patronaggio e sembra che nascosero a Borsellino la chiusura della sua indagine su mafia-appalti.
Il blocco delle indagini viene nascosto a Borsellino? Sembra proprio di sì
Come si vede, la riunione del 14 luglio 1992 alla Procura di Palermo, avviene solo cinque giorni prima della strage di Via D’Amelio. Scarpinato sostiene che quasi tutti i magistrati erano presenti, che nessuno ha mai affermato che l’archiviazione del procedimento mafia-appalti non fu discussa. La ricostruzione della Procura di Caltanissetta, tuttavia, è di segno opposto. Il documento firmato dal procuratore Salvatore De Luca afferma che la richiesta di archiviazione dell’inchiesta mafia-appalti, firmata il 13 luglio 1992 da Lo Forte e Pignatone, non fu comunicata a Borsellino. I
l testo lo afferma senza ambiguità: i sostituti procuratori «ci parlano di una riunione in cui il Giudice Borsellino chiede al Dottore Lo Forte gli approfondimenti e il Dottore Lo Forte gli nasconde che il 13 aveva firmato un’archiviazione». La parola «nascosta» compare nel documento in modo esplicito, senza attenuazioni. La Procura nissena fonda questa affermazione sulle audizioni desecretate del Csm e sulle testimonianze raccolte nel processo sul depistaggio, sottolineando che la mancata comunicazione non fu un incidente, ma una scelta.
Antonio Ingroia sente una frase pesante di Borsellino
In questo quadro si inserisce la frase attribuita ad Antonio Ingroia: «Paolo Borsellino, uscendo da quella riunione, fa: “voi non me la raccontate giusta”». Per i magistrati di Caltanissetta quella frase è la spia di una percezione immediata – da parte di Borsellino – di un’informazione trattenuta, di un quadro che non gli veniva mostrato nella sua interezza.
Borsellino prosegue l’indagine nonostante il blocco di Scarpinato e Patronaggio
Paolo Borsellino il giorno prima di morire (e cinque giorni dopo il blocco della sua indagine) studiava il fascicolo che riguardava mafia-appalti, e più precisamente stava analizzando le carte dell’omicidio di Luigi Ranieri, noto imprenditore morto per la sua resistenza alle pressioni mafiose, confermata da vari pentiti tra cui Salvatore Cancemi, Giovanni Battista Ferrante, Leonardo Messina e Balduccio Di Maggio. Come si legge sul documento firmato dal procuratore della Repubblica Vittorio Aliquò e indirizzato al procuratore della Repubblica di Caltanissetta “si è recentemente riscontrato presso l’archivio di questo ufficio che il fascicolo riguardante l’omicidio di Ranieri Luigi, noto imprenditore di questa città non trovasi al suo posto, essendo invece sostituito da un foglio, a firma autografa del Dr Paolo Borsellino, recante l’attestazione che esso era stato prelevato il 18 luglio 1992”.
Quindi Borsellino andò avanti come un treno, nonostante il tentativo di blocco dei giudici di sinistra.
Il giorno dopo, il 19 Luglio, Borsellino salta in aria con la sua scorta
Purtroppo, l’eroe che aveva proseguito con coraggio le indagini dell’amico Falcone viene ammazzato e vengono fatti sparire la sua agenda “rossa” e il fascicolo su Luigi Ranieri. Chissà perché sparirono visto che secondo l’oscura pista di Scarpinato gli appalti collegati alla mafia non dovevano interessare ai congiurati di cui egli fantasticava.
La dimenticanza di Patronaggio
Patronaggio, venne ascoltato dal Csm il 31 luglio ’92, si legge nelle carte dell’inchiesta di Caltanissetta, solo 12 giorni dopo l’attentato a Borsellino. Riferì sull’incontro del 14 luglio, senza far menzione della richiesta di archiviazione del dossier mafia e appalti. Ma come, si era veramente dimenticato di un dettaglio così grave? Poi, 31 anni dopo, ascoltato il 29 novembre 2023, racconta invece di tale circostanza. Scrivono gli inquirenti nisseni: «È quantomeno singolare che il dottore Patronaggio, che in occasione della sua audizione del 1992 non aveva fatto cenno alla richiesta di archiviazione, ricordi improvvisamente la circostanza solo nel 2023, soprattutto se si considera che, come dallo stesso evidenziato, dopo “trentuno anni” appare difficile che il ricordo di circostanze così puntuali sia più solido di quello che si aveva a distanza di due settimane dai fatti».
Ovvero Patronaggio non riferì circa il più probabile evento collegabile al movente per la morte di Borsellino? Davvero?
Ranucci sostiene Scarpinato con tutte le forze, strano?
Il geometra Li Pera, per Mondani di Report a Palermo «si era cucito la bocca» mentre Li Pera avrebbe detto ai pm etnei che i suoi avvocati avevano chiesto invano di farlo sentire a Palermo, ma che i pm palermitani non erano interessati. E Report fa finta di non sapere? Ma, ancor di più, Ranucci si allinea a Scarpinato e tenta di sostenerlo nella sua fantasiosa pista della congiura il cui unico supporto sarebbe un finto pentito (Alberto Lo Cicero), finto perché scaricato dalla mafia ben sei anni prima degli attentati a Falcone e a Borsellino. Ovvero, non era più al corrente di niente da almeno sei anni prima e quindi non poteva pentirsi di niente (sentenza 434/1995 del processo). Appare quasi disperato questo tentativo da parte di Ranucci di distogliere l’attenzione dalla pista mafia-appalti come movente dell’uccisione di Borsellino. Perché?
C’erano di mezzo le coop rosse dell’Emila e della Romagna?
Come si sa, il giudice Paolo Borsellino non era certo considerato un giudice di sinistra e forse sarebbe stato molto pericoloso lasciare in mano a uno come lui l’indagine mafia-appalti se in questa indagine fossero state coinvolte le cooperative rosse dell’Emilia-Romagna. Per questo è fondamentale saper se la Cmc di Ravenna, il Consorzio cooperative di Bologna e la «cooperativa comunista di Comiso», fossero presenti nelle ricchissime gare d’appalto in Sicilia. Perché quei nomi girano come trottole anche nell’ultima querela del generale dei Ros Mori.
Scarpinato coordina ancora oggi i giornalisti di sinistra?
Il 15 giugno 2026, sarebbe avvenuta una riunione di giornalisti che si oppongono alla pista mafia-appalti, ovvero si oppongono alla pista seguita invece da Falcone e Borsellino. Stranamente, a quella riunione di giornalisti era presente anche Scarpinato, con qual ruolo? Dava istruzioni su come comportarsi? Temono che vengano fuori delle accuse pesanti per la sinistra?
Togliere i segreti delle procure e del Csm
E’ importante che i ministri Meloni e Nordio tolgano il segreto dai documenti delle procure e del Csm e che facciano interrogare i giudici e gli ex giudici coinvolti, perché questi segreti giovano solo alle piste fantasiose della sinistra e ai conseguenti depistaggi:
- Vengano diffusi i verbali del Csm con gli interrogatori dei giudici sulla riunione del 14 luglio 1992 dove fu convocato il giudice Borsellino.
- Venga diffuso il verbale della riunione dei giudici di Palermo del 14 Luglio 1992.
- Venga chiesto ai giudici Lo Forte, Scarpinato e Patronaggio se nascosero a Borsellino che gli avevano bloccato l’indagine.
- Venga interrogato l’ex giudice Ingroia in relazione alla frase di Borsellino “voi non me la raccontate giusta” in uscita dalla riunione del 14 Luglio.
- Venga chiesto al giudice Patronaggio se il 31 Luglio 1992 (pochi giorni dopo la strage) non riferì al Csm del blocco delle indagini di Borsellino.
- Venga chiesto a Lo Forte, a Scarpinato e a Patronaggio se ritennero irrilevante l’indagine di Borsellino sui boss mafiosi Pino Lipari e Antonino Buscemi.
- Venga chiesto a Lo Forte, a Scarpinato e a Patronaggio se erano al corrente che Borsellino stava continuando l’indagine mafia-appalti nonostante il loro tentativo di bloccarlo.
- Venga chiesto a Lo Forte, a Scarpinato e a Patronaggio se erano al corrente di una presenza delle cooperative rosse nell’indagine di Borsellino.
- Venga chiesto a Lo Forte, a Scarpinato e a Patronaggio se non ascoltarono il geometra Li Pera sugli appalti e sulle cooperative rosse.
- Venga chiesto alle cooperative Cmc di Ravenna, al Consorzio cooperative di Bologna e alla «cooperativa di Comiso» se stavano partecipando a delle gare di appalto in Sicilia e con chi si stavano rapportando localmente.
Carlo Maria Persano
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