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Parliamo di egemonia culturale

Redazione di Redazione
23/09/2024
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Parliamo di egemonia culturale

 

Parliamo di egemonia culturale – Per riflettere sull’egemonia culturale, su cosa significhi, su come si manifesti, proponiamo alcuni fatterelli di cronaca.

Il primo riguarda il cinema: all’ultima Mostra del Cinema a Venezia, tre dei sei film italiani in concorso sono espressione della più pura propaganda di sinistra: antifascismo, antirazzismo, immigrazionismo: Lubo, una storia di “razzismo e segregazione” degli zingari in Svizzera; Io capitano, lacrimosa cine-cronaca del viaggio in Italia di due “migranti” neri, che un eccitato critico ha definito “una storia epica” (comunque trombato agli Oscar); Comandante, che stravolge e tradisce la figura del comandante sommergibilista Salvatore Todaro, eroe della X Mas, una medaglia d’oro, tre d’argento, due di bronzo, caduto per mano inglese nel 1942, trasformandola in uno “scafista buono” ante litteram, o in un membro di quelle ONG che favoriscono l’immigrazione clandestina.

La destra ignorante cade nel tranello

Ancora: durante lo psicodramma mediatico messo in scena lo scorso novembre dopo l’omicidio (“femminicidio” è una delle tante “parole trappola”) di Giulia Cecchettin, ben tre ministri del governo “di centrodestra” hanno usato il termine “patriarcato” attribuendogli un falsificante senso spregiativo e cadendo nella trappola semantica dell’inversione valoriale delle parole da parte della sinistra.

Dimenticando che “patriarcali” furono tutte le civiltà sulle quali venne costruita l’Europa.

Altro esempio (ma potremmo continuare per pagine e pagine): un’emblematica, quasi un’ammissione, dichiarazione di Sandro Ruotolo, giornalista e responsabile informazione del PD a proposito della RAI e di chi vi può avere accesso: Il servizio pubblico è di tutti, ma non può esserlo dei sessisti, dei razzisti e del pensiero fascista. Ma noi sappiamo come la sinistra intenda definizioni come “fascista” e “razzista”: sono termini “inclusivi” e “allargati” che possono identificare tutti coloro che si sottraggono alla vulgata progressista.

La dottrina gramsciana

In sostanza: solo chi è di sinistra ha diritto alla parola.

È ben noto come la definizione “egemonia culturale” sia di Antonio Gramsci che, deviando parzialmente dall’ortodossia marxista, teorizza che nelle società avanzate la vittoria rivoluzionaria di classe passi attraverso la conquista di quelle “casematte” (così le definisce), cioè le “sovrastrutture” della società civile come istituzioni, associazioni ecc. strumenti indispensabili per “formare” l’opinione pubblica e orientarla in termini di credenze e convinzioni profonde.

A ciò si aggiunga, afferma Gramsci, l’importanza quantitativa e qualitativa assunta nella società e nello Stato moderno dalla categoria degli intellettuali, da conquistare e trasformare in “intellettuali organici” necessari per la conquista e il mantenimento del potere.

Lo schiacciasassi comunista

È dal 1945 che la sinistra ha iniziato, con pazienza e lungimiranza, ad applicare questa strategia gramsciana di lenta conquista del potere culturale, favorita dall’ignavia politica della DC che si accontentava miopicamente del potere politico-economico, pagante sul breve periodo, e tollerando al suo interno quella “quinta colonna” filocomunista dei Dossetti e dei La Pira. Aggiungiamo l’assenza di una, vera, solida cultura cattolica, arresasi alla mitologia antifascista e al modernismo pre e postconciliare della Chiesa (salvo rari casi come un Augusto Del Noce, un Eugenio Corti e pochi altri).

Anche la Destra, che pure non mancava di validi intellettuali, ottime riviste, buone case editrici non riuscì a costruire un argine al dilagare della sinistra nelle istituzioni culturali, vuoi per la micidiale, feroce conventio ad excludendum imposta dai vincitori della guerra civile, vuoi per la modestia dei mezzi rispetto agli avversari, vuoi, soprattutto, per una certa indifferenza e incomprensione dell’importanza dell’agire intellettuale da parte dei vertici del MSI.

Le infiltrazioni nella magistratura

L’azione erosiva della sinistra fu lenta ma totalitaria e mirante al lungo periodo. Qualche esempio. Una leggenda metropolitana narra come Togliatti nei suoi incontri con i capi cellula e capi sezione li invitasse a far iscrivere a Giurisprudenza i loro figli e poi a farli entrare in magistratura. Dati gli esiti e lo stato attuale della magistratura, la leggenda se non è vera, è veritiera. Ancora: ci viene in mente la confessione che ci fece, qualche anno fa, un vecchio “barone” universitario (nonostante la vulgata progressista i diffamati “baroni”, giustamente autorevoli se non “autoritari”, erano competenti, preparati e certamente molto migliori persino dei più affermati accademici attuali): Noi sceglievamo come assistenti gli studenti migliori, i nostri colleghi di sinistra solo gli studenti di sinistra. Dopo trent’anni l’Università è quasi totalmente in mano loro e il livello accademico è semplicemente deplorevole.

L’editoria a senso unico

Altro esempio: la casa editrice Einaudi, uno dei più potenti strumenti utilizzati dalla sinistra per la conquista dell’egemonia nel mondo editoriale e non solo.

Dominata da marxisti o para-marxisti come Cesare Pavese, Elio Vittorini, Italo Calvino, Luciano Foà, Beppe Fenoglio e molti altri che, dopo settant’anni, possono essere serenamente considerati sopravvalutati anche letterariamente.

Einaudi non ebbe alcuna remora a rappresentarsi come editrice di sinistra, lanciando e imponendo solo scrittori organici alle strategie di conquista del potere culturale. Non per nulla pubblicò integralmente il Gramsci dei quaderni e delle lettere dal carcere.

Non solo: rifiutò la pubblicazione di capolavori come Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – il marxista Elio Vittorini, responsabile di una collana, non solo lo rifiutò per Einaudi, ma anche per Mondadori, di cui era consulente – o come i romanzi di Guido Morselli: Luciano Foà, direttore editoriale della casa editrice, addirittura smarrì (o disse di aver smarrito), nel 1956, il manoscritto di Fede e ricerca negli archivi dell’Einaudi e, sempre per la stessa casa, Italo Calvino, nel 1965, rifiutò la pubblicazione de Il comunista.

La colpa di Tomasi di Lampedusa e di Morselli (e di altri)? Quella di non essere ligi alla dottrina e alla disciplina del PCI. Di non essere “organici”, insomma.

Arriviamo così alla situazione attuale: quella del dominio della sinistra in ogni ambito della vita culturale: la scuola, l’università, gli assessorati alla cultura delle amministrazioni locali, le case editrici, i testi scolastici, i premi letterari, le mostre librarie, le fondazioni culturali, la stampa tutta o quasi, le rubriche di recensione libraria, l’informazione televisiva, le fiction di ogni genere, il cinema, gli spot pubblicitari, le radio.

Egemonia culturale significa censurare le idee “non conformi” impedirne l’accesso ai canali di comunicazione, diffamare e calunniare i valori sottostanti, falsificare la storia e la realtà.

Un bombardamento mediatico e culturale

Contribuiscono a questa egemonia anche i sindacati, le cooperative rosse, i centri sociali, le associazioni ecologiste-animaliste, le lobby omosessualiste-genderiste, quelle eutanasiche e abortiste. Quando poi qualcosa sfugge alla sistematica occupazione di tutti gli spazi da parte del goscismo più prevaricatore, quando la polizia del pensiero non riesce a spegnere qualche fiammella d’indipendenza che ancora si accende qua e là sul campo culturale, “loro” ricorrono alla violenza, come negli anni ’70: con aggressioni, picchettaggi e interruzioni contro riunioni e conferenze, come è accaduto al Salone del libro di Torino con il ministro Roccella, l’aggressione a incontri di associazioni cattoliche e antiabortiste, le minacce alle presentazioni di best-seller come Il mondo al contrario del generale Vannacci, l’impedimento allo svolgimento di dibattiti organizzati da associazioni di Destra nelle Università.

Al bando le idee non conformi

In sostanza, la violenza liberticida esercitata dalla sinistra è solo la prosecuzione dell’egemonia culturale con altri mezzi. O meglio, lo strumento “di ultima istanza” di questa egemonia culturale.

Di fronte a questo “sistema della menzogna”, come lo definiva Solženicyn, totalitario, oppressivo e disposto a tutto, dalla violenza fisica alle inevitabili indagini della magistratura per opinabilissimi reati d’opinione come “apologia di fascismo” o “istigazione all’odio razziale”, la risposta della destra (ammesso che una destra esista ancora), è debole, superficiale, frammentaria. Talvolta questa destra pare persino collusa, come quando accetta il lessico imposto dalla politically correctness per modificare inconsapevolmente il pensiero attraverso la manipolazione delle parole: vedi il caso, sopra citato, dell’uso demonizzante del termine “patriarcato” o l’accettazione acritica del falsificante termine “femminicidio”. E potremmo continuare con “omofobia”, “maschilismo”, “sessismo”, “specismo”, “omofobia”, “xenofobia”, “islamofobia”, “gay”, “migrante” e tutto l’apparato linguistico manipolatorio imposto con l’egemonia culturale.

Diceva Nicolás Gómez Dávila: Chi accetta il lessico del nemico si arrende senza saperlo.

I limiti dell’MSI

Eppure, ci fu un momento in cui la destra politica degli anni ’70 e ’80, soprattutto grazie all’ambiente dei cosiddetti “rautiani”, ma non solo, provò a costruire un’alternativa di “contropotere culturale”: radio, gruppi musicali, riviste, associazioni, raduni musicali e momenti di aggregazione (i famosi Campi Hobbit), mentre la cosiddetta Nuova Destra in Francia con Alain de Benoist e il GRECE e in Italia con Marco Tarchi, la sua rete culturale e le sue riviste richiamavano l’esigenza “metapolitica” di studiare la strategia gramsciana di presa del potere attraverso la conquista dei fortini della cultura e della società.

Ma il solito disinteresse dei politici del MSI, in genere orientati al piccolo cabotaggio elettorale, con poche, ammirevoli eccezioni come quella rappresentata dall’indimenticato Marzio Tremaglia, che fu un ottimo Assessore alla Cultura alla Regione Lombardia, non permise uno sviluppo organico di queste suggestioni.

Non dimentichiamo neppure un intellettuale di rango come Alfredo Cattabiani che, con l’editrice Rusconi, creò una sorta di anti-Einaudi rilanciando la cultura “alta” di destra, pubblicando, con successo editoriale, autori come Mircea Eliade, J.R.R. Tolkien, Cristina Campo, Carlo Alianello, René Guénon, Hans Sedlmayr e molti altri.

Hanno le armi e non esitano ad usarle

Oggi non sembra che da parte dei politici della presunta destra ci sia neppure la consapevolezza della pervasività dell’egemonia culturale della sinistra pervertente, decivilizzatrice e decostruzionista.

Una sinistra esaltatrice del wokismo e della cancel culture, dominante ormai in ogni interstizio, anche il più minuto, della società e del viver comune. Egemonia culturale non è soltanto l’occupazione manu militari della RAI, delle case editrici o della Mostra del Cinema di Venezia. L’egemonia culturale non è qualcosa che riguarda solo gli strati alti e presunti “colti” della società: riguarda, quotidianamente, tutti noi, anche se non sempre ne siamo consapevoli.

Indottrinarli da piccoli

Egemonia culturale è quando i genitori devono controllare il linguaggio di tutti i giorni: se sfugge loro di dire “negro”, il bambinetto, plagiato a scuola da maestrine dalla penna rossa intinta nel veleno dell’oikofobia, li redarguisce con un: “ma allora siete razzisti” (il fatto è vero).

Egemonia culturale è quando, se vuoi trovare delle famiglie normali (è chiaro cosa intendiamo per “normali”?) nelle fiction televisive (di tutti i canali), devi tornare a Sandra Mondaini e Raimondo Vianello se non alla tv di Carosello.

Egemonia culturale è quando persino gli spot pubblicitari ci presentano spesso come testimonial omosessuali e coloured di ogni sfumatura. Egemonia culturale è quando studenti della Bocconi vengono sospesi per sei mesi, rovinando la loro carriera accademica e obbligandoli a umilianti corsi di rieducazione alla cultura trans-omosessualista, perché hanno sghignazzato goliardicamente per la cretinissima trovata dell’Università di istituire dei grotteschi “bagni gender”.

Egemonia culturale è quando un bravo docente di storia delle dottrine politiche, Marco Bassani, dell’Università statale di Milano, viene sospeso dall’insegnamento, e poi sostanzialmente costretto a cambiare Università, per aver condiviso un meme, giudicato “sessista” (parola priva di senso) che diceva la verità sulla vicepresidente USA, Kamala Harris, ovverossia che costei, ventinovenne, aveva avuto una relazione “interessata” con un potente politico sessantenne.

Egemonia culturale è quando vengono cambiati i nomi delle vie o delle scuole perché i precedenti “intestatari”, pur illustri, avevano qualche legame con il fascismo. Egemonia culturale è quando personaggi come Roberto Saviano e Mario Tozzi intimano alle televisioni di non invitare a trasmissioni e dibattiti i molti scienziati e ricercatori che sono scettici, e molto, sull’origine antropica dei presunti cambiamenti climatici.

La destra impotente

A fronte di questa situazione, ci si aspetterebbe una reazione intelligente, forte e decisa di chi si ispira a valori diversi da quelli della sinistra. Una reazione volta alla riconquista della società civile e delle sue espressioni, un contrattacco culturale che non s’impantani come quello degli ucraini.

Invece il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, con un prestigiosissimo curriculum accademico e giornalistico, che da giovane è stato militante del Fronte della Gioventù e consigliere circoscrizionale del MSI, ha dichiarato: Non vogliamo sostituire un’egemonia culturale con un’altra.

Che spirito di liberale tolleranza, di educata moderazione, di bon ton istituzionale. Certo, c’è da considerare purtroppo l’improbabilità, sul breve periodo, di un Grand Remplacement culturale. Ha osservato pessimisticamente Marcello Veneziani: …non esiste e non può esistere un’egemonia culturale della destra. Non ne ha il carattere, non ha i numeri e gli esponenti, non ha la forza, non ne ha l’indole e non ha nessuna strategia organica all’opera. Anche se è vero, questo non legittima l’attuale, sostanziale resa senza condizioni.

Non bastano le nomine

Non basta, ad esempio, la nomina di qualche presidente o direttore di testata in RAI se poi, nei palinsesti nulla cambia e i programmi, tutti i programmi, non solo i tiggì e i programmi d’informazione, sono veicoli di velenosa propaganda della sinistra più estrema. Già in passato ci sono stati direttori di rete e di testata con fama (quanto meritata non si sa) “di destra”. Nulla è cambiato. Così, anche con un governo “di destra”, le trasmissioni informative, culturali e storiche della RAI continueranno a essere dominate dall’ideologia più biecamente liberal-comunista, antifascista, ecologista, omosessualista.

Così come c’è un deep state che, con qualsiasi governo, impone politiche gradite al mainstream e boicotta ogni tentativo di cambiare strada, così c’è una “deep RAI”, stratificata nei decenni, con un onnipotente, rossissimo sindacato dei giornalisti a coordinare l’intossicazione informativa ad opera di una inespugnabile TV di Stato. E anche le produzioni di fiction continueranno a essere intrise dei disvalori e dalle ideologie che negano la realtà, attualmente dominanti.

Muovere guerra al deep state nostrano

Provochiamo: è troppo pretendere di avere telegiornali “di destra”, programmi “di destra”, ricostruzioni storiche “di destra”, talk show “di destra”? E lasciamo perdere, per ora, cosa voglia dire “di destra”.

Possiamo pretendere di vedere fiction e film quantomeno non di sinistra? Non ce ne sono? Che si producano.

Se ci si fa bloccare dall’accusa di essere “epuratori”, vinceranno sempre loro e nulla cambierà. Recuperiamo un po’ di sana barbarie. Tanto, per “loro” noi saremo sempre, qualunque cosa noi si dica o si faccia, quelli brutti, sporchi e cattivi. E allora tanto vale esserlo davvero. E non è vero che non esistono registi, attori, giornalisti, scrittori, intellettuali, romanzieri, direttori di teatro, architetti, esperti d’arte ma anche docenti di scuola superiore e di università diciamo genericamente “non di sinistra”.

Ci sono eccome. Solo sono infrattati o silenti perché l’apparato culturale gauchista li ricatta: se vuoi lavorare, devi dichiararti dei nostri.

Certo, sappiamo bene che non è facile ideare e attuare una strategia di lungo periodo di riconquista del territorio. Servono lucida consapevolezza della situazione, saldezza ideale, sensibilità culturale, lungimirante perseveranza, intelligente capacità di aggregazione e coordinamento. Francamente, non vediamo queste caratteristiche nella presunta destra oggi al potere. Ma non per questo dobbiamo rinunciare, per restare a Gramsci, all’ottimismo della volontà.

Organizzare la reazione

Ad esempio, esistono ampli spazi per una reazione “dal basso”: individuali, di gruppi, associazioni, singoli intellettuali che non hanno rinunciato a tener viva la sensibilità riguardo alle menzogne diffuse dalle dominanti “agenzie culturali”: scuole, università, media mainstream, case editrici, cinema, teatri, televisioni e così via.

Qualche sassolino nei meccanismi delle fabbriche di falsità, di calunnie, di diffamazioni, di bieca propaganda è ancora possibile gettarlo, partendo dalla lucida consapevolezza della sua esistenza e della sua perversa azione. E poi occorre non rinunciare alla contro-propaganda con tutti i mezzi a disposizione, anche se talvolta apparentemente modesti: buon uso dei social media ancora liberi, pubblici appelli di protesta e raccolta di firme, boicottaggio di prodotti pubblicizzati con spot con testimonial cosiddetti “inclusivi”, acquisti d’informazione e di cultura ben mirati e selezionati sostenendo riviste, siti, case editrici (c’è una certa vivacità nell’editoria non conforme), autori “nostri”, partecipazione a conferenze ed eventi, sostegno a quelle realtà associative che si battono per la libertà di parola contro la politically correctness e le sue traduzioni contemporanee: il wokismo e la cancel culture.

Il caso Vannacci ci conforta

Lo straordinario, inaspettato successo del libro di Vannacci, pur con tutti i suoi ben evidenti difetti, dimostra che c’è uno spazio che può essere occupato. Molti sono gli strumenti che possiamo utilizzare.

Se la cosiddetta “società civile”, qualunque cosa questa abusata definizione significhi, desse concreti, visibili segni di ribellione all’egemonia culturale della sinistra, allora qualche politico della cosiddetta destra potrebbe risvegliarsi dal suo sonno di Biancaneve e darsi veramente da fare per un “assalto al cielo” per riconquistare, in modo organizzato e pianificato, in nome della verità e della nostra libertà, quei “fortini” culturali – senza rinunciare a crearne di nuovi e liberi – da cui influenzare e governare quelle credenze comuni, quelle idee condivise e accettate che formano (nel senso tradizionale di “dare forma”) le opinioni pubbliche.

Antonio de Felip

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