Il recente rapporto ISTAT sulla povertà pubblicato recentemente dal Secolo d’Italia ha fatto emergere un dato che molti media hanno scelto di ignorare: la povertà tra gli stranieri in Italia è in crescita, e a sostenerne il peso economico sono soprattutto gli italiani con redditi medio-bassi.
Non i ricchi, non le élite finanziarie, ma le famiglie che ogni mese vedono svanire nel fisco buona parte del proprio lavoro. I dati ufficiali mostrano che oltre il 58% degli stranieri risiede al Nord, il 24% al Centro e appena il 17%nel Mezzogiorno.
Eppure, sebbene la concentrazione maggiore sia nelle regioni più produttive, le diseguaglianze sociali tra Nord e Sud restano evidenti: al Nord l’immigrazione grava su un’economia ancora attiva, ma già sotto pressione fiscale e abitativa; al Sud, dove il tessuto economico è più fragile e la disoccupazione più alta, ogni peso aggiuntivo sul welfare diventa insostenibile.
Così, due Italie continuano a convivere in uno squilibrio permanente: una che paga, l’altra che sopravvive. Da anni, la narrativa progressista ripete che “gli immigrati pagano le pensioni” e “mantengono il welfare”.
Ma i numeri ISTAT raccontano tutt’altro: la maggioranza delle famiglie con stranieri vive con redditi inferiori alla soglia di povertà assoluta, spesso in condizioni di precarietà lavorativa e con scarsa capacità contributiva. Consimili redditi, la contribuzione fiscale e previdenziale è minima se non nulla, mentre l’accesso a sussidi, sanità gratuita, alloggi pubblici e sostegni sociali è elevato. Di fatto, gli stranieri più poveri non alimentano il sistema: ne sono beneficiari netti, e a coprire la differenza sono gli italiani che lavorano e pagano le imposte.
L’onere di questa “solidarietà” cade sul ceto medio, il motore economico del Paese. Lavoratori dipendenti, artigiani e piccoli imprenditori – la spina dorsale dell’Italia reale – si trovano schiacciati da un welfare che redistribuisce sempre meno verso chi produce e sempre più verso chi riceve. L’aumento dei costi sociali impone nuove tasse, nuovi balzelli, nuove trattenute, in un circolo vizioso che impoverisce i produttori e deprime i consumi interni.
Come giustamente descritto da Keynes, chi ha un reddito basso tende a spendere la totalità delle proprie entrate per esigenze primarie, alimentando così la circolazione della ricchezza reale; al contrario, chi dispone di redditi alti risparmia una parte crescente del proprio reddito, sottraendolo al ciclo economico produttivo. In questo quadro, è il ceto medio – quello che consuma, produce e paga – a sostenere tutto il sistema, mentre le fasce più ricche restano immuni e le fasce più povere (italiane e straniere) diventano dipendenti dallo Stato.
Il continuo aumento della spesa sociale, unito a una politica migratoria priva di visione, trasforma la solidarietà in un costo strutturale. Ogni nuovo arrivo, ogni nuovo sussidio, ogni nuova voce di welfare pubblico grava su un corpo fiscale già esausto.
Il risultato è una progressiva erosione del ceto medio, che non trova più rappresentanza né tutela, ma solo l’obbligo di “sostenere” chi non contribuisce.
L’immigrazione di massa, in un Paese economicamente stagnante, non è una risorsa, ma un moltiplicatore di squilibri. Gli italiani poveri mantengono gli stranieri poveri, mentre i ricchi guardano altrove.
E finché questa verità resterà taciuta, la “solidarietà” imposta continuerà a essere l’altra faccia dell’ingiustizia sociale.
Gianluca Mingardi
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