C’è una frase che ricorre spesso nei rapporti tra uomo e uomo e tra comunità e comunità: «La mia libertà finisce dove inizia la tua». Di fronte a questo luogo comune, mi viene spontanea l’interiezione: «Embè!?».
Il perché sia spontanea è presto detto: la frase, attribuita via via a Voltaire, Kant o Martin Luther King, ha il sapore di quei modi di dire a cui si ricorre per chiudere un discorso che non porta da nessuna parte. E infatti non vuol dire nulla; sembra buttata lì per dire qualcosa che salvi capra e cavoli. Ma essendo assurta a mantra per la disciplina dei rapporti umani, adesso che le culture e le persone entrano in conflitto a causa di una promiscuità forzosa in cui prevale la tracotanza di chi è ospite, è bene uscire dall’impasse.
Dalla teoria astratta al limite concreto
La mia libertà di italiano ha un limite che né Voltaire, né Kant, né MLK e neppure il pacifista per antonomasia, Gandhi, possono ignorare: quel limite sono i miei piedi. Ed ecco che il tutto viene riportato a un discorso più concreto: la tua libertà è legittimata ad agire fino a quando non rischi di pestarmi i piedi.
Il margine di manovra sta proprio in quell’etereo «non rischi di», che deve diventare un limite concreto. Pertanto, la mia libertà è uno spazio che prevede non solo un’area privata dove la esercito, ma anche una zona di rispetto che impedisca una promiscuità tale da permettere al più arrogante di tracimare nella mia sfera privata e pubblica. È esattamente quella zona di rispetto che noi, stante la tracotanza di certa immigrazione, dobbiamo a tutti i costi ristabilire.
La ridefinizione del confine e la sfera d’identità
Quindi il principio non deve più essere «La mia libertà finisce dove inizia la tua», bensì: «Con la tua libertà ti stai apprestando a pestarmi i piedi (o hai già iniziato a farlo)». È ora che io faccia di tutto (prima con le buone – ed è quel che è stato fatto finora – poi con le cattive) per respingere oltre quella zona di rispetto chi si appresta a pestarmi i piedi, e a maggior ragione chi me li sta già pestando.
L’area in cui i piedi dell’italiano non devono essere pestati mi piace definirla con la descrizione prosaica che ne fa Ugo Foscolo: «Certezza di campi, di are, di tetto, di sepoltura». È intorno a quell’area che deve essere realizzata la zona di rispetto che impedisca a persone e comunità di tracimare con il loro carico fatto di irrispetto, boria, risentimento e volontà di cambiarci i connotati.
I segnali dell’ostentazione e il ruolo della da‘wa
A me piace parlare chiaro, pertanto indico chi, in questo momento, non ha remore a pestare i piedi dell’italiano: si tratta di quelle comunità islamiche che sono oggetto della da‘wa (*) da parte della Fratellanza Musulmana.
La recente iniziativa di effettuare la preghiera islamica in San Pietro e prima ancora in Piazza del Duomo a Milano, ma anche l’ostentazione del vestiario islamista (con il suffisso «ista» indico la militanza) e i vari Allahu Akbar gridati da immigrati musulmani esagitati o da qualche maranza, testimoniano che quelle persone ci stanno scientemente pestando i piedi. Le comunità islamiche oggetto di questa azione sono poche, ma rischiano di trascinare anche qualche musulmano di buona fede e buona volontà (che sono i più) a causa di una mancata integrazione o in forza di una religione caratterizzata da una forte e invidiabile connotazione identitaria.
Un richiamo alle autorità preposte
L’argomento è vasto e non può essere trattato in uno stringato articolo di giornale. Tuttavia, le autorità preposte alla nostra sicurezza farebbero bene a prendere sul serio la questione e a dare concretezza a quella frase su dove inizia e dove finisce la mia e la tua libertà.
(*) La da‘wa è l’azione di proselitismo che può essere indirizzata a genti musulmane o a genti di altre religioni. La da‘wa operata dalla Fratellanza Musulmana sulle comunità islamiche incistate da noi le orienta al proattivismo e all’ostentazione di comportamenti individuali e di gruppo.
Corrado Corradi
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