Il sintomo dell’eversione e il ruolo dello Stato
Quando anche l’applicazione della legge, attraverso le sentenze, è il sintomo di eversione, è il momento storico, culturale e politico in cui lo Stato, in virtù di quella delega ricevuta dal popolo, riaffermi con la forza, anche estrema, le ragioni della sua stessa esistenza; altrimenti è finita ogni idea di convivenza pacifica di quella comunità che nello Stato si riconosce.
Questo limite credo sia ormai superato costantemente, ad esempio quando, dalla commissione di un crimine anche grave, quella che ancora chiamiamo giustizia permette che si riconosca al criminale, o ai suoi discendenti o affini, un vero diritto al risarcimento dei danni subiti per aver infranto la legge. Insomma, da un crimine nasce un diritto per il criminale: una vera aberrazione con finalità eversiva.
Il caso del Gibus Caffè e la sentenza del Tribunale di Milano
Un esempio paradigmatico e chiaro di quanto prima affermato proviene sempre, guarda caso, da una sentenza del Tribunale di Milano, poco commentata dai media. Si tratta di un fatto accaduto a Milano nel 2025 al Gibus Caffè di viale Tunisia, dove una volante della Polizia doveva procedere all’arresto del titolare, straniero, che ovviamente oppone resistenza; ma soprattutto i clienti presenti, tutti extracomunitari, gli danno man forte aggredendo gli agenti che richiedono rinforzi. Ne nasce una violenta aggressione agli operatori di polizia, tanto che tre di loro rimangono feriti. I bravi poliziotti riescono ad ammanettare il gestore ed arrestare o identificare anche sei dei delinquenti aggressori.
Conclusione pochi giorni fa con sentenza di primo grado: i sei maranza aggressori assolti, i poliziotti indagati. Non solo, ma i giudici, oltre a ritenere irrilevante la violenza verso la Polizia, contestano anche la veridicità delle lesioni subite dagli operatori. Scrivono poi nelle motivazioni che i poliziotti agirono in “modo certamente rapido ed efficiente, ma anche palesemente violento”.
Le manette, la realtà operativa e il parere della magistratura
Violento perché i poliziotti, per mettere le manette all’esagitato e resistente arrestato, sono stati obbligati a bloccarlo a terra, come è previsto. E mi chiedo: allora chi di voi è mai stato costretto ad un corpo a corpo per portare a compimento un arresto? Lo ha mai fatto un magistrato? Certamente NO. Allora, cari colleghi, la prossima volta che il malvivente, alla vostra proposta di offrirgli un fiore per le manette, vi risponde con un calcio negli attributi, chiamate il PM e chiedetegli cosa fare!
È evidente allora che il parere di gran parte della magistratura, visto il ripetersi, sia pure con meno chiarezza, di decisioni simili, è che questo Stato è illegittimo e che (questa è la parte che più mi interessa per ovvi motivi) i suoi difensori e rappresentanti, in special modo le Forze dell’Ordine, sono dei mentitori, nemici del popolo (il loro) e spesso assassini.
Il clima anti-divisa e i fatti di Bologna
È lo stesso pensiero che accomuna la giustizia al mondo, per citarne uno, degli assistenti sociali: ovvero colpire chi non si adegua ai criteri distorti e distruttivi delle minoranze dominanti. La violenza è solo degli uomini in divisa, e in certi ambienti circola già la tesi che uccidere uno sbirro non è reato! Come non pensare che questo non sia alla fine un tentativo di eversione dell’ordine statuale costituito?
E quando, come nel recente caso di Bologna, su chiamata di cittadini già aggrediti la Polizia interviene e, per bloccare l’esagitato ed impedire che faccia ancora del male ad altri oltre che a se stesso, è costretta ad immobilizzarlo con la forza, come è suo dovere fare, e questi muore per cause ancora da accertare, il Sindaco convoca la “piazza” che poi distrugge parte della città e aggredisce le Forze dell’Ordine al grido di “Polizia assassina”, che cosa è se non il tentativo di distruggere, rovesciare con atti violenti l’ordine costituito e le istituzioni democratiche dello Stato, ovvero eversione? Altro che dimissioni: si applichi la legge (art. 280 c.p.*).
Giovanni Preziosa
*Legge art. 280 c.p. – l’evocazione della norma intende sottolineare la necessità che lo Stato applichi con fermezza gli strumenti previsti dal codice per tutelare la propria sovranità e l’incolumità delle forze dell’ordine di fronte ad atti di violenza politica o eversiva.
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