Chi l’avrebbe mai detto che la teoria dell’Ubermensch avrebbe avuto una seconda giovinezza grazie alla polizia di Sua Maestà Britannica. Eppure è così. Cos’altro avrebbe potuto, altrimenti, spiegare, quel “Non credo proprio che tu sia stato accoltellato, amico” rivolto a un giovane, a terra, rantolante. Cosa avrebbe portato la polizia ad ammanettare un giovane solo sulla base delle dichiarazioni di un altro, armato apertamente in quanto Sikh? Dicono “razzismo al contrario”. Ma non esiste un verso preferito del razzismo. O credi esistano le razze, e queste possano essere messe in ordine gerarchico, o non ci credi. E se ci credi, allora devi anche decidere chi sta al vertice.
E chi è al vertice? Un bianco che, da solo, aggredisce tre asiatici, armati restando impossibile da ferire (come erroneamente crede abbia fatto Henry Nowak la polizia inglese) o tre asiatici armati che, dopo aver neutralizzato questo bianco, devono anche chiamare le guardie temendo per la propria incolumità? Mi pare evidente la risposta. Se qui c’è razzismo, la razza padrona è chiara. Certo, voi mi direte che c’è un odio profondo e viscerale per i bianchi, pure quelli non autoctoni. Ma da quando in qua le razze padrone sono amate?
Io tendo, naturalmente, a pensare che la vera motivazione qui sia che il veleno del politicamente corretto, come ogni ideologia marxista, abbia fritto il cervello anche della gente normale. E che credere alla realtà che so ha davanti agli occhi sia divenuto più difficile che credere a quella che ti hanno insegnato negli inclusivity training. Ma quello che io penso non è rilevante, per quanto vi sia abbondanza di precedenti. Ve li ricordate gli stupri di massa, che sono diventati di massa quando è stato impossibile nascondere l’identità di chi li perpetrava e di chi li subiva? Ecco, la dinamica è identica.
Però qui il problema è più profondo. L’ideologia woke nasceva per dare ai neri strumenti di difesa contro i bianchi del Sud degli Stati Uniti. To be woke, significava, in un inglese corrotto, stare all’erta. Essere consci dei pericoli. L’evoluzione è stata brutale: stiamo all’erta, creiamo pericoli che non esistono, diventiamo noi il pericolo. La via che porta all’inferno è in discesa: un percorso che parte dall’odio di ciò che si è stati, passa per l’odio di chi siamo e culmina con l’odio per tutto ciò che potremo diventare. La definizione pura di nichilismo. E questo, purtroppo, spiega l’abisso.
Il padre di Henry Nowak si domanda perché il figlio, morente, sia stato ammanettato, mentre il suo assassino Vikcrum Digwa no, nemmeno un minuto. La risposta, anche qui, è esistenziale: perché in caso di errore, nessuno avrebbe pagato per le manette a Henry, tutti avrebbero dovuto rispondere per le manette a Digwa. Che non è uno straniero. È un figlio dell’Impero. Le colpe dei padri stanno ricadendo sui figli. E l’oscura ironia è che il prodromo della sentenza si intitola: decolonizzazione.
Riposa in pace, Henry Nowak. Nessuno devasterà le città in tuo nome. Nessuno tirerà giù le statue. Se Digwa è figlio dell’Impero, tu e i tuoi amici, ne resterete gli eredi. E non lo dico io. Lo dicono le azioni di chi ti ha condannato e vilipeso. Sono dettate, tutte, dalla paura. Dalla consapevolezza che c’è più forza in te, sanguinante, a terra che nella gang che ti ha ridotto così.
E questa è la forza che il mondo, in fondo, teme.
Brian Curto

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