Matteo Renzi, Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Mario Draghi: in cosa si sono differenziati e differiscono, tra loro, tutti questi “leader” italiani?
Vabbè, la prima risposta è semplice: Salvini è stato solo un aspirante tale, rispetto agli altri quattro, “bruciato” dalle sue imprudenze prima ancora di scalare Palazzo Chigi, perdendo tutte le successive chanches, decidendo inopinatamente di supportare il governo dell’ex-banchiere.
La seconda, invece, è meno intuitiva, per quanto si palesi in modo solare.
Quando Mario Draghi è diventato presidente del Consiglio, è stato scelto – dall’establishment – esattamente per quello che era ed era sempre stato. Tutti sapevano cosa pensasse Draghi della società e dell’economia e tutti si attendevano che avrebbe fatto ciò che ha fatto, più o meno meglio, rispetto alle aspettative di chi ne aveva favorito l’ascesa.
Di contro, Renzi e Conte sono stati apprezzati – perché il sistema mediatico, sempre filogovernativo, li incensava, quando sembrano saldi in sella – e la Meloni è apprezzata per la ragione esattamente contraria: non hanno fatto nulla e non fa niente di ciò che avevano promesso per anno ai loro sostenitori e che gli elettori (o buona parte di essi) si aspettavano da loro.
Il web è implacabile: a fronti contrapposti, gli ultras della Sinistra, dei 5Stelle e di Fratelli d’Italia perdono giorni ed energie, per montare video o creare “contenuti”, evidenziando come, su questo o sul quel tema, Renzi aveva assunto un impegno disatteso, Conte si era rimangiato la parola, oppure la Meloni ha detto il contrario di quanto sostenuto fino al giorno prima, dai banchi dell’opposizione.
D’altro canto, basta seguire la stampa “neutra” – cioè, quelle testate che, almeno formalmente, non aderiscono a nessuno schieramento, tipo il “Corriere”; il “Messaggero” e via dicendo – per comprendere bene lo strano fenomeno tutto italiano della “lodevole incoerenza”. Renzi era di sinistra, certo, ma col Pd dette una mazzata mortale ai diritti del lavoro, spalancando le porte al peggior liberismo e ottenendo il plauso di un fetta di società che, prima, sarebbe stato impensabile vedere ammaliata da un esponente di quel partito. Conte non avrebbe dovuto, come una scatoletta di tonno, scoperchiare tutti i “poteri occulti” e ridare la piena libertà ai cittadini? E’ stato il truce scherano della dittatura sanitaria, con annesse gestioni allegre e truffaldine, mentre tutte le scatolette, comprese quelle della Nostromo, sono rimaste sigillate come non mai. La Meloni faceva paura perché definiva – parole sue – Vladimir Putin “salvatore” della società occidentale ed europea? Ragazzate, dai! Non appena diventata premier, si è ammantata di strisce e di stelle, a 5 e 6 punte, conducendo una politica estera ancor più “ortodossa” di quella che avrebbero condotto Vittorino Colombo o Gianni De Michelis.
L’elenco potrebbe diventare infinito, parlando di scuola, sanità, tasse e riguarderebbe tutti e tre i primi ministri suddetti. La Meloni, ultima della lista, si è pure rimangiata l’opposizione all’ideologia “woke”, con le assurde e incostituzionali leggi su “Femminicidio” e “Consenso ripetuto”. Ma il problema non è cosa si siano rimangiati, Renzi, Conte e la Meloni, ma il fatto che – appunto, contrariamente a Draghi – siano stati apprezzati, dai mezzi di comunicazione proprio per questo loro dimostrarsi diversi, se non contrari, alle aspettative o ai timori.
Ma che Paese è, quello in cui solo chi viene “cooptato” (Draghi) alla guida della “baracca” è lodato per la coerenza del suo agire, essendo stato scelto esattamente per fare ciò che, poi, ha fatto? Mentre chi viene eletto dal popolo si trasforma da “politico” in “statista” solo quando si dimostra capace di abbandonare tutte le idee, i progetti e i programmi, intorno ai quali aveva costruito la sua immagine “vincente”?
La risposta è banale: un paese dove, in realtà, governano sempre gli stessi e si tratta di “stessi” che non hanno visibilità, almeno a livello mediatico generale e comune, i quali, quando la situazione politica lo permette – vedi Ciampi, Dini, Monti, Draghi -, il governo lo esprime e lo impone direttamente al popolo; diversamente, pone il “vincitore di turno” dei “ludi cartacei” nella condizione di scegliere: restare a sbracare dai banchi dell’opposizione, oppure “normalizzarsi” e guidare (o far finta di) ltalia. Di norma, per un giro solo. Ma quest’ultima non è condizione draconiana.
E’ un riflessione utile: più s’erano proposti “incendiari” delle istituzioni e dei “poteri prestabiliti” – occupando per qualche anno i posti fissi nei talk-show televisivi, certamente sotto il controllo di “chi comanda” -, più si sono pavoneggiati nelle divise da pompiere, una volta scavalcato i banchi. Tanto è vero che, almeno in Italia, non vale proprio la pena di avvedersi e preoccuparsi di ciò che fa il governo, dato che, a parte qualche provvedimento di facciata, sulle partite sostanziali dell’economia, del lavoro, della burocrazia e via dicendo, tutti fanno sempre le stesse cose. Sarebbe più intelligente aver scrupolo e vagliare con la massima attenzione coloro i quali il “mainstream” propone o proporrà come alternativa all’esecutivo in carica; e ben consci del fatto che è impossibile che il “mainstream” permetta veramente a qualcuno di crescere tanto da spodestarlo davvero.





































































