Ogni giorno o quasi, quasi con tutte le posizioni politiche che assumono, gli esponenti di Fratelli d’Italia insultano e dileggiano la storia e la memoria del fu Movimento sociale italiano. Attenzione: il Nostalgismo non c’entra nulla, in questa questione. I “nostalgici”, infatti, seppur in modo diametralmente opposto, offendono quella storia alla stessa maniera.
Un articolo è certamente poco cosa, per spiegare cosa sia stato il Msi, ma non ci vuole molto per illustrare la “ipocrisia” di certi “post”, con cui, da ieri, esponenti più o meno autorevoli di Fd’I hanno fatto credere di voler celebrare l’anniversario della nascita di quel partito. Ma è sufficiente richiamare la recentissima polemica sollevata da Marcello Veneziani, per sottolineare le enormi differenze che esistono tra gli epigoni di una parte di Forza Italia e la comunità politica fondata da Pino Romualdi, Arturo Michelini, Giorgio Almirante e altri ancora.
Già, se lo dimenticano sempre, i “fratellini”. Il partito di Giorgia Meloni non è nato su chissà quale base ideologica e programmatica, ma, principalmente, sulla necessità, da parte di alcuni ormai ex-parlamentari, di costruirsi una possibilità di ottenere nuovamente una poltrona, dopo l’annuncio di Silvio Berlusconi di non voler più ricandidare al Parlamento una parte dei deputati e dei senatori uscenti, buona parte dei quali provenienti dalla ex-Alleanza nazionale.
Anche allora era dicembre, quello del 2012, e le elezioni si sarebbero svolte a fine febbraio 2025.
Forse, è stata la coincidenza di date, quel nascere a ridosso del Natale, ad aver convinto molti ex-dirigenti del Msi e di An, già allontanatisi dalla politica attiva, a credere che fosse possibile ricostruire una Destra che, pur orientata al futuro, come accadeva nel Movimento sociale, lottasse per costruire e affermare una visione realmente diversa della società italiana. E’ stata illusione di poco momento, però. Ormai al governo da anni, forse la Meloni governa l’Italia meglio di come avrebbe fatto Elly Schlein o di come aveva fatto Giuseppe Conte, ma allo stesso modo di come l’aveva guidata il suo predecessore e mentore Mario Draghi.
Ma non si vuol parlare della Meloni, qui, ma del partito.
Cosa mai avrebbe in comune Fd’I col Msi, quando i suoi esponenti celebrano a ogni pie’ sospinto e nel modo più ortodosso e diligente la Resistenza? Possibile che tra il Nostalgismo e il “baciapilismo partigiano” non vi sia un’altra, possibile opzione ideale e ideologica? Certo, se si trattasse meramente di Storia, poco male: il fatto è che si tratta – ancora! – del “paradigma” in base al quale si pretende di valutare, giudicare, ammettere o espellere ogni proposta politica e sociale, ogni provvedimento amministrativo, qualsiasi iniziativa culturale e via dicendo. Da questo punto di vista, per esempio, la differenza è abissale anche col partito originario, sempre che si ricordi che la Meloni, non altri, volle caratterizzare le prime elezioni europee a cui partecipò con la nuova sigla, candidando Gianfranco Stella, i titoli dei libri del quale – “I grandi killer della liberazione”, “Compagno mitra”, “Crimini partigiani” – testimoniano sentimenti affatto differenti sul tema.
Qualcuno, poi, ha memoria della mai nata “commissione parlamentare sugli anni di piombo”? Non era uno degli “impegni elettorali” dei meloniani alle ultime consultazioni? A parte il fatto che il Msi non avrebbe mai accettato, potendola anche presiedere, di non etichettarla, come accaduto nei trent’anni precedenti, “commissione Stragi”, certamente si sarebbe arreso, assumendo per “verità” le interpretazioni che di quegli anni e di quella tristi vicende ha imposto l’ex-Partito comunista. Una “calata di mutanda” senza precedenti e senza dignità e che avrebbe inorridito proprio i dirigenti della Fiamma, i quali, pur prendendo le massime distanze dalle formazioni extraparlamentari e terroristiche “nere”, si erano sempre battuti con coraggio e senza paura contro le strumentalizzazioni politiche di quei tragici eventi dentro e fuori le aule dei tribunali.
A fronte della manifestazione ignobile della violenza vendicativa che ha colpito e sta colpendo Gilberto Cavallini – il quale non è stato uno stinco di santo, anzi, ma è pur sempre un essere umano che, da detenuto, avrebbe pur sempre dei diritti da rispettare -, dal Msi si sarebbe elevata ben più di una voce, per protestare contro questa ignominia giudiziaria. Certo, Cavallini è stato un omicida, ma lo è stato e in modo ben peggiore Alaa Faraj, a cui incredibilmente e sconciamente è stata appena concessa la grazia da Sergio Mattarella.
D’altro canto, come aspettarsi un tale atto di coraggio da gente che, da un anno a questa parte, con la sola eccezione di qualche manifestazione di solidarietà personale, non ha assunto una vera e concreta iniziativa per liberare dalla prigione uno dei suoi fondatori – perché anche Alemanno è stato uno dei fondatori di Fd’I -, in carcere per aver violato degli obblighi derivanti nemmeno da una condanna, ma dal patteggiamento di una pena ingiusta, accettata per porre finalmente termine a un duro, crudele calvario giudiziario che lo aveva visto uscire completamente assolto dalle accuse più numerose, gravi e infamanti?
Quest’ultima vicenda – se ne potrebbero citare altre cento – dimostra vieppiù l’incolmabile distanza che esiste ed esisterà sempre tra il Msi e Fd’I, dato che la malcelata ostilità o indifferenza verso Alemanno è stata certamente determinata proprio dalle posizioni politiche che lui ha assunto, uscendo dal “cerchio meloniano” proprio quando avrebbe fatto comodo restarvi all’interno. Nel Msi, anche in quello del “secondo Almirante”, quello appesantito da un “culto del capo” che non sempre ebbe effetti positivi, sarebbe stato possibile assumere una posizione diversa, anche se minoritaria, sulla guerra ucraino-russa, sul genocidio palestinese, sulla implicita accettazione della sudditanza energetica dell’Italia agli Stati uniti e via dicendo. Di contro, pur nella smisurata inferiorità di caratura tra Giorgio e Giorgia, in Fd’I ogni esitazione è sospetta, ogni perplessità è sospetta, ogni contrarietà è tradimento. Altro che erede del Movimento, altro che partito: Fd’I non è neanche una “caserma” – dove la disciplina è imposta e osservata da soldati, magari un po’ ottusi, ma pur sempre soldati -, ma un collegio, dove gli scolaretti devono ubbidire e attenersi alle “buone maniere”.
Poi, com’è ben noto in Italia da sempre, negli istituti privati, nei collegi, per ottenere la promozione non è necessario capire le lezioni, apprendere le materie, sviluppare l’ingegno: è sufficiente pagare la retta e comprendere che non bisogna mai “rompere. i coglioni”.
Il Msi è stato ben altro.






































































