Parte seconda
L’amore di tutti i presidenti statunitensi per Israele e per il popolo ebraico è un amore da gigolò…questione di quattrini, né più né meno.
Chi vuole conquistare la Casa Bianca ha bisogno di una valanga di soldi e le valanghe di soldi, negli Usa (e non solo), hanno proprietari ebrei.
Il buon candidato che non voglia rimanere tale deve mettersi la kippah in testa proprio come tutti i primi ministri europei, almeno quelli occidentali, fare l’inchino al generoso sponsor, dare convinte testate al muro del pianto e rigare dritto nella direzione indicata dal suo finanziatore, sempre molto esigente e solitamente ben informato su tutto ciò che al futuro presidente non farebbe piacere il mondo sapesse sul suo conto.
L’amore di Trump per i suoi “sostenitori” si è trasformato in passione autentica ed imperitura per una questione di riconoscenza, ma la riconoscenza, che è cosa bella e lodata nel Vangelo, non s’addice ad un politico perché essere riconoscenti significa rimanere legati e un politico dovrebbe, nel migliore dei mondi possibile, essere indipendente.
Figlio di un ricchissimo costruttore, Donald è stato un imprenditore prestigiatore che ha saputo buttare molto fumo negli occhi di tutti realizzando, costruendo, comprando, spendendo e spandendo troppi soldi non suoi.
Il trucco di accettare prestiti esorbitanti dura finché la buona sorte ti assiste, ma appena gli affari si mettono non dico a marciar male, ma a rilento, un casinò, la conversione di un vecchio ospedale, la costruzione di un resort in Florida possono rappresentare un fardello insostenibile soprattutto se hai avuto la pessima idea di acquistare una compagnia aerea che perde soldi come uno scaldabagno bucato perde acqua.
Giocando d’astuzia in borsa, Trump, negli anni Ottanta, era riuscito a recuperare parte dei novanta milioni di euro di perdite, ma scoperti i trucchetti, leciti, ma piuttosto prevedibili, la diligenza rischiava di ribaltarsi ed ecco che arrivano i nostri, cioè i suoi: i Rotschild. I quali, nella persona di Wilbur Ross, mettono a disposizione capitali ingenti, mentre negli anni 90 sono state un gruppo di banche (si parla, forse non a sproposito, di 70!) appartenenti direttamente o indirettamente ai soliti noti, a impedire che il nostro finisse a cantare nei ristoranti.
Non si contano le attività fallite, le bancarotte, i salvataggi, i miliardi mossi per evitare che il disastro lo coinvolgesse anche personalmente.
Giochi, casinò, bevande, giornali, linee aeree…tutte fallite, con l’inossidabile yankee che, pur riuscendo nella notevole impresa di perdere 50 milioni di euro in pochi mesi, diventa per due volte presidente…tanto possono i soldi….degli altri!
E a loro, a questi altri cui tanto deve, Trump, continua, riconoscente e, credo, spaventato, ad inchinarsi!
Irma Trombetta
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