Le polemiche scatenate dall’intervista con Roberto Savi di Francesca Fagnani sono destinate a durare giorni. Anzi, c’è da sperare che si scriva e si commenti ogni singola frase del grottesco cocktail di bugie e mezze verità che si sono ascoltate nel secondo “frame” del nuovo “format” della nota giornalista televisiva.
A partire dalla diffamazione ai danni di Pietro Capolungo, l’ex-carabiniere in pensione, collaboratore dell’armeria Volturno, ucciso proprio dai killer della “Uno bianca”, il 2 maggio 1991. Quel passaggio del colloquio tra la conduttrice e l’ergastolano, infatti, è stato il vero elemento caratterizzante dell’intera trasmissione.
Cosa ha rivelato e dove ha mentito, il poliziotto-assassino, in merito a quella vicenda? E a quale fine può aver fatto certe dichiarazione?
Roberto Savi ha ammesso come, quella maledetta mattina, Pietro Capolungo fosse il vero obbiettivo dell’operazione criminale e che la rapina delle pistole sarebbe stato solo un movente inventato in sede processuale. E’ stata una novità sentirlo dire da colui che aveva sempre detto che lo scopo di quella azione fosse stato proprio impossessarsi delle due “Beretta”, poi, effettivamente sottratte all’armeria, ma non è certo chissà quale rivelazione. Gli assassini della Ansaloni e di Capolungo arrivarono in armeria ben prima d’iniziare a sparare, quando nel negozio era presente solo la donna, aspettando proprio il rientro del collaboratore. Fin dall’inizio, insomma, era chiaro che fosse l’ex-carabiniere la vittima designata e che il furto delle armi non c’entrava niente, dato che, se l’intenzione fosse stata quella, sarebbe stato certamente più semplice portarla a buon fine quando nel negozio era presente, appunto, solo la titolare.
Dunque, perché uccidere Capolungo?
Savi adesso dice: perché era dei servizi segreti dei Carabinieri, coinvolto in non meglio precisati. E la decisione di assassinarlo non sarebbe stata sua, ma di qualcuno dei servizi segreti stessi, il quale gli avrebbe ordinato di farlo.
E’ palese che sia solo una spudorata menzogna. Una diffamazione, però, montata ad arte su un dettaglio ormai noto della vicenda e non completamente risolto, dalle precedenti indagini e dal processo ai Savi.
Poco prima della Strage del Pilastro – lo si è scritto anche ieri – dall’armeria Volturno erano “usciti” molti proiettili “calibro 222”, quelli necessari per sparare col fucile “Ar 70”, una delle due micidiali armi lunghe con cui erano stati sterminati Domenico Moneta, Otello Stefanini e Mauro Mitilini. L’acquisto di quelle munizioni, a quanto risulta, era stato registrato a carico di 3/4 altri clienti dell’armeria, ovviamente ignari della cosa. Questo aspetto della vicenda è stato indagato, interrogando gli inconsapevoli intestatari della vendita – i quali avevano chiarito facilmente la rispettive posizioni -, dimenticandosi, però, a quanto pare, di effettuare una perizia calligrafica per stabilire chi, tra i quattro abituali addetti all’armeria – i due titolari, Capolungo e un altro ex-carabiniere che prestava aiuto in negozio – avesse compiuto quella iscrizione irregolare.
Pur essendo possibile che fosse stato Capolungo, questo, tutt’al più, dimostrerebbe che egli avrebbe accettato di “coprire” una vendita di munizioni a qualcuno, il quale, per ragioni che probabilmente non gli avrebbe certo compiutamente spiegato, avrebbe chiesto di non comparire nel registro. Una persona misteriosa che, conoscendo l’abituale rigore dell’uomo nella gestione delle cose dell’armeria, Capolungo avrebbe dovuto conoscere bene, fidandosi assolutamente del fatto che l’esigenza di tanta riservatezza non fosse funzionale a qualche progetto criminale. Oppure, potrebbe anche essersi accorto che un altro degli addetti della Volturno aveva compiuto la mendace trascrizione. La verità incontrovertibvile potrebbe stabilirla, come detto, solo una perizia calligrafica su quelle annotazioni.
Poi, accade la tragedia del Pilastro e Capolungo, forse, inizia a farsi domande e a fare domande su quella partita di munizioni. Quel che è certo, è che Capolungo non poteva né essere uno degli occulti complici della Banda della Uno bianca né appartenere alla rete di protezione, altrimenti che necessità ci sarebbe stata di ammazzarlo? Delle due, l’una: o Capolungo aveva fatto inconsapevolmente un favore alla persona sbagliata, oppure si era accorto he qualcun altro aveva fatto quella scellerata cortesia. Ma non è stato e non poteva essere un “complice”, nemmeno in senso lato, di coloro che lo hanno assassinato.
Dunque, perché Roberto Savi ora tenta di gettare nel fango la memoria di quest’uomo?
Le ragioni possono essere diverse e le sue parole, più che dichiarazioni alla Fagnani, suonano come “pizzini” per qualcuno che sa e deve capire.
In primo luogo, che senso ha che Roberto, a trent’anni dai fatti, ammetta di aver compiuto un delitto su commissione, senza dire chi gli avrebbe commissionato il delitto? Sì, creato, ha lasciato intendere che sarebbero stati i “servizi dei Carabinieri”, ma in modo generico e inaccettabile. Se è vero quanto ha raccontato, non può certo essere scordato il nome e il ruolo della persona che gli avrebbe detto: <Va e uccidilo!>. Tra coloro che hanno ascoltato l’intervista, però, ci potrebbe esser stato proprio anche questo misterioso personaggio o altri di quella rete, ai quali, quindi, Roberto ha fatto capire che potrebbe decidersi a parlare, se dovessero accadere o non accadere chissà quali cose.
In secondo luogo, potrebbe trattarsi – anzi, in ogni caso si tratta – di un attacco ad Alberto Capolungo, il figlio oggi presidente dell’associazione dei familiari, il quale, coraggiosamente, ha sciolto i dubbi che, inizialmente, albergavano in parte dei suoi iscritti, unendo tutti i parenti delle vittime e i superstiti dei crimini della Uno bianca nella richiesta pressante di nuove indagini e nuove risposte da parte della magistratura. A tanti, infatti, non è sfuggito l’eco di certe parole di Roberto, che sono sembrate significare: <State attenti a scavare troppo, perché potreste farvi del male da soli>. O meglio: <Potremmo buttare melma sulla memoria dei vostri cari>.
Roberto Savi, infine, ha fatto più volte riferimento ai Carabinieri, parlando dei “servizi segreti”. Anche questa non è una novità né un inedito. Così come non è nuova la sua dichiarazione di non aver mai conosciuto Domenico Macauda, anche se poi, qualcuno lo avrà notato, quando la stessa Fagnani stava per cambiare discorso, lui ha lasciato cadere la frase sibillina: <Macauda, il siciliano>, facendo capire di conoscere molto meglio di quanto non sia disposto ad ammettere la controversa questione dei primi depistaggi orchestrati a loro favore.
Ora, che qualche altro carabiniere di Bologna fosse implicato nella storia della Uno bianca non emerge dalle parole di Savi di ieri o da quelle – poi ritrattate – di un interrogatorio del 1995. Emerge dagli atti delle inchieste sulla rapina di Casalecchio (uccisione di Carlo Beccari e depistaggio in danno dei fratelli Moncada); da quelli sulla morte di Cataldo Stasi ed Umberto Erriu prodotti anche prima e dopo che Macauda desse il suo personale contributo al depistaggio; dalla genesi grottesca (i tormentati dubbi del carabiniere Casella) dell’inchiesta Banda delle coop che portò in carcere, per i delitti compiuti dai Savi nella prima fase della loro attività una pletora di pregiudicati estranei a quei delitti. Vicende che andrebbero chiarite e che prefigurano – va detto – anche responsabilità anche a livello della magistratura inquirente bolognese dell’epoca.







































































Complimenti Max.
Continua su questo linea sicuramente verrà fuori la verifica.
Noi ti stiamo vicini🙏🙏.
Concordo esattamente con mazzanti,anzi per me ancora prima di questa trasmissione con domande pilotate avevo forti dubbi sul fatto che savi roberto poteva rivelare novità quando si fanno certe affermazioni bisogna fare nomi e cognomi.questa trasmissione per rispetto delle vittime e dell associazione famiglie vittime uno bianca è un insulto al loro impegno alla ricerca della verità e non ha fatto che gettare fango sulla buonanima del carabiniere capolungo assassinato perché probabilmente vicino alla verità e con l intento oggi di screditare l associazione e il suo presidente. Buona giornata marco Andrea panzani