Il contesto editoriale e l’opera di Sahra Wagenknecht
Contro la sinistra neoliberale di Sahra Wagenknecht, uscito in Germania nel 2021 e in Italia nel 2022 con una prefazione di Vladimiro Giacché, è insieme una requisitoria contro la sinistra liberal-progressista e un tentativo di delineare un’alternativa politica fondata su uguaglianza, sicurezza sociale, comunità e sovranità democratica.
Profilo politico e l’esperienza in Die Linke
Wagenknecht è una politica e giornalista tedesca, fondatrice e leader del partito BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht). Nel 2009 divenne vicepresidente del partito Die Linke, ovvero la sinistra radicale, simile ad AVS in Italia e movimento in cui approdò Karola Rachete a Bruxelles. All’inizio del 2012 la stampa tedesca ha riferito che Wagenknecht era uno dei 27 membri del Bundestag appartenenti alla Linke tenuti sotto sorveglianza dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione.
La rottura e la nascita del movimento BSW
Alla fine di settembre 2023 alcuni esponenti del circolo di Wagenknecht hanno fondato l’associazione “BSW – Per la ragione e la giustizia”. A metà ottobre più di 50 membri della Linke hanno presentato una richiesta per l’esclusione di Wagenknecht dallo stesso. I promotori affermavano di voler impedire a Sahra Wagenknecht di costruire un nuovo partito con le risorse della sinistra. “Questo non è più accettabile”, dichiarò Sofia Leonidakis, leader della Linke al parlamento di Brema. Nell’ottobre 2023 Wagenknecht ha abbandonato Die Linke, creando l’associazione “BSW – Per la ragione e la giustizia”, a cui aderiscono immediatamente altri nove deputati al Bundestag. Il sito dell’associazione chiarisce che l’abbreviazione BSW sta per “Bündnis Sahra Wagenknecht” (“Coalizione Sahra Wagenknecht”). L’associazione è destinata a fungere da precursore per un futuro partito, fondato e presentato ufficialmente in data 8 gennaio 2024.
La critica ai “liberali di sinistra” nel saggio Die Selbstgerechten
Nel 2021, ha pubblicato il libro Die Selbstgerechten (“Gli ipocriti”) in cui critica i cosiddetti “liberali di sinistra” (“Linksliberale”) per non essere né di sinistra né liberali, ma piuttosto dei sostenitori degli interessi delle classi dominanti e, in una certa misura, dei propri interessi. Il libro presenta, tra molti altri argomenti, una discussione in cui espone quelli che, a suo dire, sarebbero gli impatti negativi dell’immigrazione sulla classe lavoratrice tedesca. Il libro ha raggiunto la posizione numero uno nella classifica dei bestseller di saggistica tedesca pubblicata da Der Spiegel.
Una leadership eretica e le posizioni geopolitiche
Sposata, di ottima cultura e studi universitari, carismatica, è considerata leader di quella sinistra eretica, che affronta le criticità del nostro tempo, al di là dei dogmi radical chic, è contraria alle sanzioni verso la Russia perché si ripercuotono sul popolo tedesco, non è particolarmente gay-friendly e dichiara l’immigrazione come un problema sociale da gestire. In un discorso nel settembre 2022, ha accusato il governo tedesco di “lanciare una guerra economica senza precedenti contro il nostro più importante fornitore di energia”. Prima della guerra, oltre la metà del gas tedesco proveniva dalla Russia. A maggio la sinistra aveva votato a favore delle sanzioni economiche contro la Russia. Il suo discorso è stato applaudito dalla direzione di Die Linke e dall’estrema destra Alternativa per la Germania (AfD).
Un pragmatismo senza paragoni diretti in Italia
In pratica, la leader per metà iraniana e per metà tedesca, offre un’operazione politica più pragmatica, e più vicina alla realtà, che non ha un contenitore simile in Italia, sebbene vi siano pochi intellettuali italiani d’orientamento progressista a ricalcarne, di fatto, le posizioni. Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Enrico Mentana, ciascuno con le sue peculiarità, sembrano avere vari tratti comuni, negli ultimi anni.
Il significato del titolo e l’adattamento italiano
Il titolo originale, Die Selbstgerechten (ed. Fazi), significa approssimativamente “gli autocompiaciuti” o “i presuntuosi”. Il sottotitolo annuncia il progetto costruttivo: un controprogramma per il senso comunitario e la coesione sociale. L’edizione italiana accentua invece la polemica contro il neoliberismo, abbracciato da Schlein, Conte, Bonelli e Frantoianni.
Il tradimento della funzione storica della sinistra
Secondo Wagenknecht, gran parte della sinistra occidentale ha abbandonato la propria funzione storica: rappresentare lavoratori, disoccupati, pensionati, piccoli imprenditori e persone socialmente vulnerabili. Al posto della lotta contro disuguaglianza, precarietà e concentrazione della ricchezza, avrebbe adottato la cultura dei ceti urbani istruiti, che hanno tratto vantaggio dalla globalizzazione. Questa sinistra si definisce progressista nei valori, ma accetta sostanzialmente, l’ordine economico neoliberale. Da tempo, e da destra, dico e scrivo la stessa critica. Finché la sinistra parlerà solo di gay, migranti e fascismo immaginario, il proletariato e la classe media voteranno a destra o, delusi, ingrasseranno l’astensionismo.
La nascita della “Lifestyle Left”
L’autrice, che mantiene l’ideologia socialista, sostiene dunque che si sia formata una combinazione fra: liberismo economico; cosmopolitismo; individualismo; politiche dell’identità; multiculturalismo; ambientalismo centrato sui consumi personali; linguaggio politicamente corretto. Questa sintesi viene definita “sinistra neoliberale”, “sinistra alla moda” o “lifestyle left”: una sinistra trasformata da movimento sociale in stile di vita e segno di distinzione culturale. Di qui, probabilmente, chi in Parlamento, chi nei centri sociali, si sente “antagonista” e i media continuano a definirli così, errando, perché sono funzionali alla globalizzazione neoliberista più dei partiti ultraliberali di destra.
Struttura dell’opera: polemica e proposta
L’opera è particolarmente interessante e stimolante. Va letta con attenzione perché l’autrice ci tiene a spiegare concretamente le sue idee, in oltre 450 pagine, che possiamo dividere in due parti: La prima parte è la più polemica. La seconda propone un progetto che combina redistribuzione economica, protezione sociale, regolazione dei mercati, sovranità nazionale e valorizzazione della comunità.
Il ritratto del nuovo ceto medio accademico
Wagenknecht descrive “la sinistra alla moda” tramite il suo prototipo, come appartenente al nuovo ceto medio accademico: possiede un titolo universitario (evidentemente non ha la stessa concezione del non laureato Bonaccini, per il quale chi vota a destra ha studiato poco…); vive prevalentemente nei grandi centri urbani; lavora nell’informazione, nella cultura, nell’università, nelle professioni, nella tecnologia o nell’amministrazione; dispone di mobilità geografica e competenze linguistiche; interpreta la globalizzazione come opportunità; attribuisce grande importanza allo stile di vita e alle scelte individuali; considera le proprie preferenze culturali moralmente superiori.
L’idealtipo polemico e la deriva identitaria
Non tutti gli istruiti o gli abitanti delle città appartengono naturalmente a questa categoria sociale. Wagenknecht costruisce un idealtipo polemico, non una categoria sociologica applicabile indistintamente. Il problema non sarebbe la difesa delle minoranze in sé, ma il fatto che una parte della sinistra abbia trasformato gusti e abitudini di una classe privileged in parametri universali di progresso. Credo sia per questo che l’autoreferenziale campo largo non abbia mai considerato questa coraggiosa donna progressista. La sinistra storica organizzava interessi condivisi: salario, orario di lavoro, sanità, casa, pensioni, istruzione e diritti sindacali. La nuova sinistra, secondo Wagenknecht, tende invece a organizzare identità e preferenze individuali.
Il passaggio storico dalla dimensione sociale a quella neoliberale
Il cambiamento è decisivo è costituito dal passaggio nell’ultimo secolo da sinistra sociale a sinistra neoliberale, che passa dall’uguaglianza economica al riconoscimento delle identità, gli interessi collettivi divengono autorealizzazione individuale, il lavoro e la sua distribuzione sono linguaggio e rappresentazione, la solidarietà di classe è diversità degli stili di vita, l’organizzazione popolare è egemonia culturale, i servizi pubblici diventano consumo moralmente qualificato. Wagenknecht non afferma che discriminazioni, sessismo o razzismo siano irrilevanti. Sostiene, però, che la loro interpretazione, esclusivamente identitaria, separa problemi collegati dalla comune struttura economica e favorisce la competizione fra gruppi, per ottenere riconoscimento.
La convergenza tra capitalismo e progressismo culturale
L’autrice individua una convergenza fra capitalismo neoliberale e progressismo culturale. Il capitalismo contemporaneo richiede lavoratori: mobili, flessibili, individualizzati, disponibili a cambiare città, paese, professione, privi di vincoli collettivi troppo forti, responsabili personalmente dei propri successi e fallimenti. La cultura progressista celebra qualità analoghe: mobilità, apertura, reinvenzione personale, superamento delle tradizioni e libertà da appartenenze ereditate. Per Wagenknecht, quindi, la retorica dell’emancipazione può diventare l’autogiustificazione culturale del mercato globale. La liberazione dai legami oppressivi si trasforma nella richiesta di essere permanentemente adattabili alle necessità dell’economia.
Le illusioni e le ingiustizie della meritocrazia
La nuova élite progressista considera la propria posizione il risultato di istruzione, talento e impegno. Da ciò deriva una visione meritocratica della società: le gerarchie sarebbero accettabili purché tutti avessero formalmente la possibilità di competere. Wagenknecht contesta questa idea perché: le condizioni familiari di partenza sono molto diseguali; l’accesso all’istruzione migliore dipende anche dal reddito; le reti sociali favoriscono chi proviene da ambienti privilegiati; non tutti possono occupare le posizioni superiori; molti lavori essenziali restano poco retribuiti anche quando sono svolti bene. La meritocrazia promette mobilità individuale, ma non elimina le gerarchie. Invita alcuni a salire, senza migliorare necessariamente la condizione di chi rimane in basso.
La colpevolizzazione morale dei perdenti
Produce inoltre un effetto morale: se il successo è attribuito esclusivamente al merito, la povertà appare come conseguenza di incapacità personale. I vincitori possono sentirsi virtuosi e i perdenti vengono privati non solo del reddito, ma anche del rispetto, di cui le sinistre occidentali si riempiono la bocca, ma le loro élite sono funzionali o direttamente responsabili di questa mancanza di rispetto.
Formazione accademica di Wagenknecht ed errore delle élite
La critica di Wagenknecht riguarda soprattutto la forma assunta dall’identitarismo nei settori più istruiti della sinistra. Alla faccia di Bonaccini, che da lei sarebbe definito esponente della “sinistra alla moda”, ha studiato filosofia e letteratura tedesca a Jena e Berlino. Si è poi iscritta all’Università di Groninga, dove ha conseguito un MA nel 1996 con una tesi sull’interpretazione di Hegel da parte di Karl Marx, pubblicata nel 1997. Ha studiato economia presso la TU Chemnitz, dove ha conseguito un dottorato di ricerca con una tesi su “I limiti della scelta: salvaguardare decisioni e esigenze fondamentali nei paesi sviluppati”, pubblicato successivamente da Campus Verlag. Guardate che caso, una donna di sinistra che ha studiato, è autrice di critiche fondamentali al Pd e ai suoi compagni quali Bonaccini, che al confronto, è uno scolaretto dietro la lavagna.
Verso un universalismo concreto
Ciò che lei propone è un universalismo concreto: uguali diritti, protezione dalle discriminazioni e rispetto della vita privata, ma costruzione politica intorno a ciò che accomuna la maggioranza, come lavoro, sicurezza, servizi pubblici e dignità. Questa posizione non equivale, nelle intenzioni dell’autrice, a negare i diritti delle minoranze. Wagenknecht teme, però, che un linguaggio moralistico e specialistico trasformi cause giuste in strumenti di distinzione sociale. Non le piacciono le “categorie protette” o i “paria”, come la narrativa sinistroide italiana imposta la sua narrativa nei confronti dei diversi.
La trappola del controllo linguistico e della cancel culture
È critica verso l’idea che modificando le parole, si possano correggere automaticamente i rapporti di potere (neolingua, tipica del movimento woke). Per Wagenknecht, il controllo linguistico presenta tre rischi: sostituisce la trasformazione materiale con quella simbolica; crea codici continuamente aggiornati, dominati soprattutto dai ceti istruiti; permette di giudicare moralmente chi non conosce o non condivide quei codici. La scelta delle parole può naturalmente ridurre umiliazioni e stereotipi. Il bersaglio dell’autrice è la trasformazione del linguaggio in prova di appartenenza morale, attraverso cui una classe colta dimostrerebbe la propria superiorità. Da qui emerge la critica alla cancel culture: invece di confutare opinioni sbagliate, si cercherebbe di delegittimare chi le esprime, riducendo gli spazi del confronto.
Cosmopolitismo d’élite versus radici locali
La sinistra neoliberale tende, secondo Wagenknecht, a presentare il cosmopolitismo come posizione naturalmente progressista. Chi attribuisce valore alla patria, alla tradizione, all’identità, o alla comunità locale viene invece sospettato di nazionalismo, chiusura, addirittura neofascismo. Il cosmopolitismo vissuto dalle élite, che possono studiare, lavorare e abitare in paesi diversi; lo sradicamento subito da chi perde industria, stabilità lavorativa e servizi nel proprio territorio sono, altresì i problemi attuali cui la sinistra dovrebbe fornire risposte concrete.
Il valore dell’appartenenza e delle comunità
Per un professionista altamente qualificato, la mobilità può essere libertà. Per un lavoratore costretto a emigrare o ad accettare la delocalizzazione della propria fabbrica, può rappresentare una perdita. Wagenknecht difende quindi il bisogno umano di appartenenza. Le persone costruiscono solidarietà più facilmente all’interno di comunità dotate di storia, istituzioni, lingua e obblighi reciproci. Questi legami non sarebbero necessariamente reazionari.
La rivalutazione dello Stato nazionale e del nazionalismo civico
Uno degli aspetti più controversi del libro è la rivalutazione dello Stato nazionale. Wagenknecht non identifica la nazione con superiorità etnica o aggressività militare. La considera principalmente lo spazio nel quale, almeno nelle condizioni presenti, esistono: una legislazione comune; un sistema fiscale; previdenza e sanità; istituzioni democratiche; responsabilità politica; redistribuzione fra territori e gruppi sociali. La solidarietà economica richiede che i cittadini accettino obblighi reciproci. Secondo l’intellettuale tedesca, questa disponibilità è più forte in una comunità politica delimitata che in un mercato mondiale senza confini. Il suo nazionalismo è quindi presentato come civico e sociale, non etnico: appartiene alla comunità chi vi vive stabilmente, ne rispetta le leggi e partecipa alla vita comune.
Critica alla globalizzazione e alle sovrastrutture dell’UE
Wagenknecht critica una globalizzazione che consente al capitale di spostare produzione e profitti mentre lavoratori e istituzioni democratiche restano territorialmente vincolati. Anche l’Unione europea viene criticata quando impone liberalizzazioni, austerità, concorrenza e limiti alle politiche industriali nazionali. L’internazionalismo autentico, secondo Wagenknecht, non consiste nel trasferire potere a istituzioni tecnocratiche, ma nel promuovere la cooperazione fra democrazie sovrane.
La gestione dei flussi migratori e l’impatto sulle classi popolari
L’immigrazione è, probabilmente, il tema più controverso del pensiero di questa politica progressista. Wagenknecht distingue il dovere di proteggere i perseguitati, dall’idea che l’immigrazione economica debba essere illimitata. L’afflusso di manodopera può aumentare la pressione sui salari più bassi; i costi dell’integrazione ricadono soprattutto sui quartieri popolari; alloggi, scuole e servizi possono subire maggiore pressione; le imprese possono beneficiare dell’espansione dell’offerta di lavoro; i paesi d’origine possono perdere personale qualificato. Secondo l’autrice, le élite cosmopolite godono dei vantaggi culturali e professionali della mobilità, mentre le conseguenze più difficili sono affrontate dalle classi popolari. La soluzione proposta combina: diritto d’asilo; controllo dei flussi; integrazione nella lingua e nelle istituzioni comuni; contrasto allo sfruttamento del lavoro migrante; sviluppo economico nei paesi d’origine; politiche estere meno destabilizzanti.
I limiti delle politiche migratorie correnti e il rifugio a destra
Questa impostazione nega, di fatto, il presunto contributo economico dell’immigrazione, la varietà delle esperienze migratorie e legittima la distinzione fra solidarietà interna ed esterna, con politiche necessariamente escludenti. Perché le classi popolari votano a destra? Secondo lei, etichettare quelle persone come ignoranti, razziste o retrograde consolida la rottura. La destra può così presentarsi come unica forza che ascolta paure e risentimenti, lasciando la sinistra nella più totale distopia.
Una nuova ecologia: politica industriale contro pedagogia punitiva
Wagenknecht non nega la crisi ambientale, ma critica l’ambientalismo fondato soprattutto sulla moralizzazione dei comportamenti individuali. Aumenti del prezzo dell’energia, divieti e tassazioni possono essere facilmente sostenuti dai benestanti. L’ecologia deve quindi diventare politica industriale e infrastrutturale, non pedagogia punitiva. Servono investimenti pubblici, trasporti efficienti, tecnologie pulite, riqualificazione degli edifici e tutela dei lavoratori coinvolti nelle riconversioni. Il costo della transizione dovrebbe ricadere soprattutto su grandi patrimoni, monopoli e imprese inquinanti, non sui redditi bassi.
Il conservatorismo dei valori al servizio della giustizia sociale
Recupera quindi parole abbandonate dalla sinistra: patria; tradizione; sicurezza; responsabilità; famiglia; appartenenza; coesione. Il suo “conservatorismo dei valori” non intende restaurare gerarchie, discriminazioni o autoritarismo. Vuole conservare ciò che protegge le persone dalla dissoluzione prodotta dal mercato: relazioni stabili, territori, servizi, culture locali e obblighi comunitari. La formula può essere riassunta come sinistra economica e moderazione culturale: radicalità contro disuguaglianza e potere finanziario, ma rispetto verso forme di vita tradizionali che non ledano i diritti altrui.
Sintesi della tesi centrale di Sahra Wagenknecht
Il ragionamento complessivo di Wagenknecht è questo: la globalizzazione ha aumentato insicurezza e disuguaglianza; una minoranza urbana e istruita ne ha tratto vantaggio; questa minoranza è diventata la nuova base culturale della sinistra; la sinistra ha sostituito la redistribuzione con riconoscimento, linguaggio e stile di vita; le classi popolari, sentendosi ignorate o disprezzate, si sono allontanate; la destra ha occupato lo spazio politico lasciato libero; per riconquistarlo, la sinistra deve unire giustizia economica, democrazia, sicurezza sociale e appartenenza. La sua tesi più forte è che una sinistra incapace di parlare di salario, proprietà, welfare e potere economico smette di essere sinistra, anche quando conserva un linguaggio progressista.
Prospettive per un confronto politico futuro
Una sinistra alla Wagenknecht diviene un autentico soggetto politico col quale, nella differenza ideale, spirituale, politica ed economica, diventa possibile un confronto, dal quale, in varie occasioni può fornire una sintesi originale ma efficace che cambi questa UE, le cui falle sono visibili a tutti coloro che non hanno fette di prosciutto sugli occhi.
Matteo Castagna





































































