Azione finanzia il think tank alleato con fondi pubblici e liquida le critiche della provincia
Legittimità formale e spocchia d’élite
Tutto perfettamente legale, ci mancherebbe altro. Le solite marche da bollo, le solite delibere, il consueto iter formale d’ordinanza della politica nostrana. Eppure, dietro l’impeccabile formalismo delle leggi di bilancio, la vicenda che vede protagonisti Carlo Calenda e la Fondazione Luigi Einaudi lascia in bocca il tipico sapore amaro dell’aristocratica spocchia liberal. Un copione tragicomico in cui il leader di Azione rivendica con orgoglioso cipiglio l’assegnazione di 1,2 milioni di euro di soldi pubblici a favore del proprio riferimento culturale.
Tra la salsiccia di Pordenone e la scrittura in corsivo
La narrazione calendiana non ammette repliche o esitazioni. Interpellato sul maxi-contributo garantito tramite due emendamenti alla manovra, l’ex ministro rifiuta ogni forma di imbarazzo e alza l’asticella del disprezzo intellettuale: «Gli altri partiti con la legge di bilancio finanziano sagre di paese, noi progetti per il recupero della scrittura e per la democrazia nei Balcani».
Il messaggio sottinteso alla plebe è chiarissimo: gli altri sprecano il denaro dei contribuenti per la sagra della salsiccia di Pordenone o per le bocciofile di provincia, mentre la sua parte fa alta cultura. Poco importa se le priorità della ricerca vengano qui identificate con lo studio del valore della scrittura in corsivo per la modica cifra di seicentomila euro o giù di lì, o con la fondazione di scuole di liberalismo da esportazione. La distinzione è netta: da un lato le “pizze e fichi” del popolo ignorante, dall’altro l’illuminismo in doppiopetto di chi si sente geneticamente e moralmente superiore.
Il cortocircuito della Fondazione e il bavaglio social
Un impianto argomentativo che scricchiola vistoso di fronte alla realtà dei fatti e delle opportunità politiche. La Fondazione Einaudi non rappresenta infatti un ente qualunque, bensì il medesimo think tank il cui presidente ha caldeggiato una coalizione liberale attorno alla figura dello stesso Calenda, additato da quest’ultimo in più occasioni come pezzo pregiato del proprio futuro cantiere elettorale. Un evidente cortocircuito di opportunità che tuttavia, agli occhi del leader dei Parioli, si trasforma nel più “aperto e trasparente” dei legami.
L’aspetto più ironico di questa crociata pedagogica risiede però nell’applicazione pratica del tanto decantato pensiero liberale. Di fronte alle polemiche sollevate in rete da esponenti e studiosi dell’area centrista — da docenti universitari a ricercatori che chiedevano trasparenza e meritocrazia nell’assegnazione di cifre che superano i più ricchi bandi competitivi della ricerca pubblica —, la Fondazione Einaudi e il suo ecosistema non hanno risposto con la forza del dibattito, bensì con il blocco sistematico sui social. Una silenziosa ed efficiente epurazione digitale a colpi di ban per zittire le domande più spinose.
Alla fine della fiera, resta l’istantanea surreale di un liberalismo che censura la dialettica sui propri canali e liquida come roba da cafoni la vita reale delle province, mentre usa la cassa comune per finanziare il proprio gotha intellettuale. Di fronte a tanta olimpica superiorità morale pagata con le tasse dei cittadini, non resta che rispolverare la celebre massima del Principe De Curtis, in arte, Totò:
E io pago!
Il 2diPicche lo puoi raggiungere
Attraverso la Community WhatsApp per commentare le notizie del giorno:
Unendoti al canale WhatsApp per non perdere neanche un articolo:
Preferisci Telegram? Nessun problema:





































































