Il TAR del Veneto ha pronunciato la sentenza definitiva: il rischio percepito e i soli reati patrimoniali non giustificano il porto d’armi.
A farne le spese è un imprenditore che, per pura ironia del destino, ha ricevuto una commessa per lo studio di un prodotto a prova di proiettile. L’uomo, che ha già dribblato con successo precedenti “pericoli scampati” ed è quotidianamente esposto ai rischi del mestiere, si è visto rifiutare la sacrosanta possibilità di difendersi da quello stesso Stato che incassa le sue tasse e non gli garantisce un’adeguata sicurezza.
La logica del diritto in Italia sfiora le più elevate altitudini dell’assurdo. Se sviluppi armi o affini sei un pilastro della tecnica e dell’economia, ma se solo ti azzardi a chiedere il porto d’armi per legittima difesa, diventi improvvisamente paranoico e pericoloso.
La soluzione, secondo la magistratura veneta, si può configurare nell’ironia più demenziale: se subisci un’aggressione, una rapina, e chi più ne ha più ne metta, non sparare, ma invoca Sant’Antonio da Padova.
Paradosso sicurezza all’italiana
Il paradosso della sicurezza “all’italiana” si condensa nel ragionamento del coltellino svizzero sul cruscotto di un incensurato, che scatena perquisizioni, denunce e processi penali, mentre i delinquenti possono tranquillamente ignorare la legge, girando armati di machete. I giudici filosofeggiano sulla paura che attanaglia l’onesto cittadino: niente armi di qualsivoglia natura e più ceri votivi.
Dunque, se un delinquente spara, l’onesto cittadino deve semplicemente percepire il proiettile come un chiaro invito al dialogo, sperando che il Santo di Padova interceda per lui.
In Italia la legge sarà anche uguale per tutti, ma la Divina Provvidenza deve fare gli straordinari per tappare i buchi della giustizia.
All’imprenditore non resta che affidarsi a Sant’Antonio affinché, tra una grazia in Kevlar e una in acciaio balistico, faccia il miracolo di far ritrovare il buon senso a chi guida il Paese.
Cristian Borghetti
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