Una tredicenne. Un’accusa di violenza sessuale. Un arresto. Due notti in carcere. Poi la scarcerazione e l’obbligo di firma.
Il provvedimento non è una sentenza e non stabilisce la colpevolezza dell’indagato: siamo nella fase delle misure cautelari e sarà il processo ad accertare le responsabilità. Si tratta quindi di un’ordinanza del Gip che ha escluso la necessità della custodia cautelare in carcere, sostituendola con una misura meno afflittiva.
È una distinzione giuridicamente essenziale che non impedisce a chi legge di considerare assurda la decisione. Perché “assurda”, nel linguaggio di un cittadino, non significa necessariamente “illegittima”. Significa che il risultato appare sproporzionato, incomprensibile, lontanissimo da ciò che ci si aspetterebbe davanti a un’accusa di questa gravità: e nessuno dovrebbe sentirsi dire che non ha il diritto di pensarlo. Secondo quanto riportato, nell’ordinanza sarebbero stati riconosciuti gravi indizi di colpevolezza.
Sarebbe stato inoltre individuato un concreto e attuale pericolo di reiterazione. Le immagini delle telecamere avrebbero avuto un ruolo nell’inchiesta e dalle stesse registrazioni sarebbe emerso anche un precedente episodio ai danni di un’altra donna. Il pubblico ministero aveva chiesto la custodia cautelare in carcere. L’esito è stato diverso: dopo due notti, l’uomo è tornato libero con l’obbligo di firma.
È perfettamente possibile che esistano ragioni giuridiche solide alla base di questa scelta. È altrettanto possibile che quelle ragioni, lette negli atti, siano molto più articolate di quanto possa emergere da una cronaca giornalistica. Ma questo non rende irragionevole lo sconcerto di chi, di fronte alla notizia, si trova davanti a un risultato che non riesce a conciliare con la gravità dei fatti contestati.
Qui si scontrano due idee diverse di giustizia. Da una parte c’è la giustizia degli atti, delle norme, dei presupposti cautelari, delle valutazioni sul pericolo di reiterazione, della proporzionalità della misura. È la giustizia che deve essere applicata da chi conosce il diritto e ha il compito di interpretarlo. Dall’altra c’è la giustizia percepita da chi quei procedimenti li osserva da fuori.
Quella di un genitore, di un commerciante, di un insegnante, di un cittadino qualsiasi che legge di una ragazzina di tredici anni probabile vittima di una violenza sessuale e scopre che l’uomo accusato è già fuori dal carcere. Non sono necessariamente due verità contrapposte. Ma quando arrivano a un esito che sembra così distante, il problema non può essere semplicemente attribuito all’ignoranza di chi non conosce il diritto. Il cittadino non ha il compito di stabilire se siano presenti tutti i presupposti previsti dal codice di procedura penale per la custodia cautelare.
Ha però tutto il diritto di dire: questa decisione, per come mi viene raccontata, mi sembra assurda. E non c’è nulla di scandaloso in questo. Anzi, sarebbe un errore pretendere che il cittadino rinunci al proprio giudizio soltanto perché non è un giurista. L’indipendenza della magistratura è una garanzia prevista dalla Costituzione ma questo non significa che le decisioni giudiziarie debbano essere sottratte al dibattito pubblico o all’esame critico dell’opinione pubblica.
Criticare una decisione non significa accusare il magistrato che l’ha adottata. Significa esercitare, nel rispetto dei fatti, la libertà di giudicare ciò che accade nel proprio Paese. E qui la critica può essere anche molto netta. Perché se il sistema giudiziario considera una determinata misura sufficiente a tutelare una minore e a prevenire la reiterazione di condotte analoghe, è necessario che questo passaggio sia comprensibile anche al di fuori delle aule di tribunale.
Una giustizia che nessuno riesce più a capire rischia di perdere credibilità proprio nel momento in cui avrebbe maggiore bisogno di essere creduta. Il ministro della Giustizia ha disposto un’ispezione. Sarà quella sede, per quanto di competenza, a chiarire se nell’iter seguito vi siano stati profili da approfondire.
Non spetta a un articolo di giornale anticiparne l’esito. Spetta però a un articolo di giornale registrare ciò che accade fuori dagli atti: lo sconcerto di fronte a una misura che, vista dall’esterno, appare difficilmente conciliabile con la gravità dell’accusa e con la presenza di una vittima minorenne. Questo sconcerto non va deriso, né classificato politicamente, né liquidato come ignoranza.
Perché una cosa è pretendere una condanna prima del processo. Un’altra è chiedere che una decisione giudiziaria particolarmente delicata venga capita e discussa senza che chi la considera assurda venga automaticamente trattato come un ignorante, un forcaiolo o un nemico delle garanzie: che restano sacrosante.
Ma lo è anche il diritto dei cittadini di guardare una decisione della giustizia e dire, semplicemente: non riesco a comprenderla.
E forse è proprio da questo sentimento, prima ancora che dalle polemiche politiche, che dovrebbe partire una riflessione seria.
Gianluca Mingardi
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