A Bologna il Comune guidato da Matteo Lepore amplia le politiche di riduzione del danno: siringhe sterili, kit anti-overdose e altri strumenti destinati alle persone che fanno uso di droghe iniettabili.
L’argomento è noto: se una persona si droga, bisogna almeno evitare che muoia, che contragga e diffonda un’infezione, che vada incontro a un’overdose. Sul piano sanitario è difficile contestare il valore di un intervento che salva una vita. Ma una politica pubblica non può fermarsi a rendere meno pericolosa la prossima dose. Deve chiedersi come fare perché quella dose sia l’ultima.
Su questo punto vogliamo essere chiari: non intendiamo giustificare chi comincia a drogarsi. La dipendenza può diventare una condizione patologica e può rendere terribilmente difficile uscirne, ma all’origine, nella stragrande maggioranza dei casi, c’è una scelta. Per superficialità, emulazione, desiderio di evasione, fragilità. Le ragioni possono essere molte, ma la responsabilità della scelta iniziale non scompare. Chi è caduto nella dipendenza può e deve essere curato.
Ma la cura deve avere come obiettivo il recupero, non la semplice amministrazione della dipendenza. A Milano, da anni, esistono interventi analoghi nelle aree più esposte al fenomeno, compresa Rogoredo.
Quali risultati?
Bene; dopo tutti questi anni sarebbe legittimo chiedere quali risultati abbiano prodotto. Quante persone vengono intercettate? Quante entrano in un percorso terapeutico? Quante lo concludono? Quante smettono davvero di drogarsi?
Quante vengono sottratte alla strada? Una siringa sterile può evitare un’infezione, il naloxone può salvare una persona dall’overdose, un’unità mobile può offrire assistenza sanitaria ma nessuno di questi interventi, da solo, libera un essere umano dalla droga. Il successo non può essere che il tossico dipendente sopravviva alla prossima dose. Il successo dovrebbe essere che non abbia più bisogno della prossima dose.
E c’è poi chi vive dall’altra parte della strada: il cittadino che trova le siringhe per terra, che accompagna i figli a scuola passando accanto a persone che consumano droga, che evita una determinata zona la sera, che vede il proprio quartiere perdere sicurezza e vivibilità. Anche lui ha dei diritti. Il tossicodipendente non è l’unico soggetto verso il quale lo Stato ha dei doveri. Esistono anche le vittime dello spaccio, le famiglie, i commercianti, i residenti.
Persone che non hanno scelto la droga e che non possono essere chiamate a pagare indefinitamente il prezzo delle scelte altrui. Ed è proprio da queste riflessioni che dobbiamo affrontare una situazione balzata, purtroppo, in evidenza in questi giorni: la famiglia di Pietralata. Non conosciamo ancora tutti gli elementi e sarebbe irresponsabile attribuire allo Stato responsabilità che dovranno essere accertate.
La Realtà
Ma quella storia ci mette davanti a una realtà difficile: quanto sostegno riceve una famiglia che si trova a crescere e assistere un figlio gravemente disabile? Quanto deve combattere per ottenere terapie, assistenza, servizi e sollievo?
Quanto pesa sulle sue spalle una condizione che nessuno ha scelto? Non si tratta di contrapporre il disabile al tossicodipendente. Si tratta di capire quali siano le priorità di una società che dispone di risorse limitate e che deve decidere come impiegarle.
Una società seria non abbandona chi è caduto nella droga, ma nemmeno trasforma la sua caduta in una condizione permanente da amministrare. E non può dimenticare chi, senza aver scelto nulla, si trova a combattere ogni giorno contro una tragedia.
La solidarietà non dovrebbe mai significare rassegnazione. La droga non è normale. Il degrado non è normale.
E non può diventare normale nemmeno uno Stato che si limita a gestire le conseguenze dei problemi invece di avere l’ambizione di risolverli.
Gianluca Mingardi
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