La fine dell’anglosfera e il suicidio geopolitico europeo
Intervista di Sergio Saraceni
Nel quinto appuntamento con l’intervista-saggio a Luigi Copertino, il focus si allarga allo scenario geopolitico globale e alle faglie di una crisi epocale. Il giurista e storico propone una distinzione di fondamentale importanza concettuale: l’esistenza storica di due “Occidenti” antitetici — quello terraneo, integratore e cattolico di matrice ispanica, e quello talassocratico, predatore e mercantile di matrice anglo-protestante. È proprio l’eredità di quest’ultima visione ad aver generato l’antioccidentalismo globale. Dall’analisi coloniale lo sguardo passa poi alla cronaca stringente: la guerra in Ucraina, il servaggio psicologico ed economico dell’Unione Europea nei confronti di Washington e i rischi di un’escalation apocalittica in Medio Oriente.
Ecco il piano completo della pubblicazione, aggiornato per seguire lo sviluppo del percorso editoriale:
- [Leggi la Parte 1: Il sacro e l’idolatria della moneta]
- [Leggi la Parte 2: Proprietà diffusa contro Great Reset]
- [Leggi la Parte 3: Il totalitarismo liberale e lo specchio di Drieu La Rochelle]
- [Leggi la Parte 4: La terza via distrutta e il feticcio della destra radicale]
- Parte 5: La fine dell’anglosfera e il suicidio geopolitico europeo (In questo articolo)
- Parte 6: La via “gramsciana” e l’orizzonte dello spirito
Intervista a Luigi Copertino – Parte V
12. Nel suo recente “Occidente. Il bene che non abbiamo fatto” lei adotta una prospettiva religiosa per esaminare le colpe e le omissioni dell’Occidente. Qual è il “bene che non abbiamo fatto” e che oggi ci presenta il conto più salato?
R) In “Occidente” ho delineato, quasi in continuità con quanto avevo già evidenziato in “Spaghetticon”, che il concetto di Occidente non è univoco e non coincide perfettamente con l’Europa. Ne ho concluso che se l’Occidente deve essere inteso come il risultato dell’espansione mondiale dell’Europa post-medioevale, che si è imposta sul resto del mondo attraverso le vele e i cannoni per dirla con Carlo Cipolla, di Occidenti nella storia, a partire dalla prima modernità ossia dal XVI secolo, ce ne sono stati due profondamente differenti. Uno di matrice cattolico-ispanica e l’altro di matrice anglo-protestante.
Tra i due notevoli le differenze. Il primo terraneo (i grandi velieri spagnoli erano una sorta di continuazione in mare della terraferma), il secondo talassocratico (le agili imbarcazioni dei pirati inglesi erano tutt’uno con la “libertà del mare” impossibile a suddividersi come la terraferma), il primo ancora in qualche modo legato alle consuetudini feudali e comunitarie medioevali e quindi “paternalista”, meglio sarebbe dire “paterno”, il secondo spregiudicatamente imprenditoriale e volto all’espansione finanziaria. I pirati inglesi erano armatori e uomini d’affari, spregiudicati e senza alcuno scrupolo morale nei confronti degli indigeni verso i quali praticarono sempre il servaggio, il razzismo e l’apartheid.
Gli spagnoli, nonostante le efferatezze dei conquistadores, alla fine si mostrarono piuttosto tolleranti e integrazionisti con gli indigeni. Si pensi alla grande disputa presso la corte di Madrid tra Sepulveda, che sosteneva la schiavitù naturale degli indigeni, e il vescovo, oggi lo diremmo terzomondista, Bartolomé de Las Casas strenuo difensore della dignità degli indiani. I sovrani cattolici, ad iniziare dalla grande Isabella di Castiglia fino a suo nipote Carlo V, furono sempre dalla parte degli evangelizzatori come Las Casas ed emanarono a ripetizioni leggi a tutela degli indios, delle loro proprietà e famiglie. La Monarchia ispanica incoraggiava le unioni miste tra indigeni e spagnoli.
Questa politica pro indios irritò molto i conquistadores, perché poneva chiari limiti al loro dominio, ma l’occhiuta sorveglianza della Chiesa e della Corona ottennero non solo il rispetto sussistenziale delle leggi di tutela indigenza ma anche la fusione tra europei e indios che si può ancor oggi riscontrare nei caratteri etnici misti dei latino-americani. L’epopea dei gesuiti tra gli indios guaranì, nel XVII e XVIII secolo, esempio di una evangelizzazione ben riuscita nel rispetto della dignità e della cultura degli indigeni, non si spiega senza questa diversità dell’approccio euro-cattolico al nuovo mondo, e non è stato un caso se quella esperienza gesuitica fu distrutta ad opera del marchese di Pombal, il ministro massone del regno di Portogallo.
Nella Spagna cattolica del XVI secolo, per opera dei teologi della scuola teologico-giuridica di Salamanca, nacque, proprio intorno al dibattito sugli indios, il moderno diritto internazionale inter-statuale. I teologi di Salamanca arrivarono a teorizzazione l’eguaglianza giuridica tra spagnoli e indigeni riconoscendo a questi ultimi un carattere umano e per questo carattere politico, alla pari del regno di Spagna, ai loro regni indigeni. Certamente, nella prassi non mancarono abusi e violazioni, ma nulla di tutto questo dibattito e di questa legislazione pro indios si registrò nell’Occidente anglo-protestante dove invece l’unico indiano buono era quello morto e si donavano ai pellerossa coperte infestate dal bacillo del vaiolo per sterminarli.
Orbene, la storia ci racconta che l’Occidente ispanico perse la sua partita contro l’Occidente inglese, perché, come detto, il primo era ispirato a concezioni ancora medioevali e vincolava la sua azione a scrupoli morali religiosi, mentre il secondo era rivolto alla spregiudicatezza imprenditoriale moderna e non si lasciava imbrigliare da resistenze etiche. Quindi il “bene che non abbiamo fatto” è quello che, pur tra luci e ombre, si era profilato per un momento nell’Occidente ispanico-cattolico – ovvero una prima globalizzazione legata a principi morali religiosamente fondati che avrebbe potuto consentire sia ai popoli europei sia a quelli extra-europei l’incontro con un’altra e diversa modernità – mentre il conto che oggi ci sta tornando salato sta nell’avversione del resto del mondo verso l’Occidente anche quando esso ne usa gli strumenti e la tecnologia.
Quando Federico Rampini esalta l’Occidente per aver portato al resto del mondo la scienza, l’industrializzazione, la democrazia, egli sorvola, con troppa apologetica facilità, sul rovescio, in termini di sfruttamento e deculturalizzazione, di tutto questo e non capisce che in tale rovescio sta la matrice profonda dell’antioccidentalismo. Ma, qui torno al messaggio del mio libro, diventa essenziale distinguere tra i due Occidenti per evitare di finire come europei nell’unico calderone anglo-americano. La storia, anche quella coloniale, europea, nonostante i suoi misfatti (che aumentarono in proporzione all’allontanamento dalle radici apostoliche del continente), è diversa da quella dell’anglosfera, perché conobbe anche luci di civiltà che avrebbero potuto favorire un incontro reciprocamente scambievole con le altre culture.
13. Di fronte alla guerra in Ucraina, alle tensioni nel Medio Oriente e al riarmo globale, come interpreta la crisis geopolitica attuale alla luce della sua visione cattolica e identitaria dell’Europa?
R) Le tensioni geopolitiche attuali, dall’Ucraina alla Palestina, sono le convulsioni terminali di un potere in profonda crisi come quello anglo-americano. Non vedo con tutta onestà alcuna volontà europea di sganciarsi, approfittando della crisi, da quello che il generale Maurizio Boni, in un suo ottimo libro, ha chiamato, spiegandone cause storiche e dinamiche strategiche, il “vincolo transatlantico”.
Un vincolo nato nell’immediato secondo dopoguerra e che ha trovato una sua stretta continuità fino all’amministrazione Trump perché, sebbene talvolta apparentemente declinato in modalità diverse, resta in fondo sempre lo stesso e resterà tale anche dopo Trump con una eventuale nuova amministrazione di segno democratico. La classe dirigente eurocratica è infeudata all’ottica unilateralista e agli interessi statunitensi e illudersi sulla possibilità che tale dirigenza possa ritrovare una identità europea e rivendicare una indipendenza dagli Stati Uniti è soltanto un pio auspicio destinato a dissolversi nel giro di poco tempo.
In particolare l’atteggiamento russo-fobico assunto dai governi europei e dalla Commissione UE e la rinuncia al gas a buon mercato della Russia, in favore di quello costoso americano, sono il segno più tangibile della sudditanza, innanzitutto psicologica, dei dirigenti europei verso Washington. Invece di cogliere l’occasione della crisi della Nato per sganciarsi dal protettorato americano e aprire vie di dialogo con le altre realtà attualmente sulla scena mondiale, a iniziare dalla Russia che per storia, cultura e religione non ci è in fondo lontana e del tutto estranea, gli europei preferiscono seguire il padrone statunitense nelle sue folli avventure dall’Iraq, all’Afghanistan, dalla Palestina all’Iran. Non è fedeltà, è servaggio.
14. Crede che stiamo assistendo a un tramonto definitivo dell’egemonia occidentale o a una sua dolorosa, ma possibile, ridefinizione su basi più realistiche e meno messianiche?
R) L’Occidente per come lo conosciamo sta morendo. Se poi si tratta di un definitivo de profundis o di una sua rimodulazione questo ce lo dirà il tempo. Quel che temo è che, comunque sia, questo passaggio avvenga secondo le folli prospettive di quei potenti gruppi ebraici e cristiano-sionisti che sono attualmente in grado di condizionare la politica, sia essa democratica che repubblicana, degli Stati Uniti.
Se un domani i fondamentalisti ebrei, che sorreggono il governo di un criminale come Netanyahu, dovessero riuscire nel loro intento di abbattere la moschea al-Aqsa, terzo luogo santo per l’Islam (e a ben vedere santo anche per il Cristianesimo giacché secondo la tradizione è il luogo dove Abramo fu fermato dall’angelo nell’atto di sacrificare il figlio Isacco, prefigurazione del Sacrificio di Cristo) per ricostruirvi il terzo tempio assisteremmo probabilmente allo scatenarsi di una guerra mediorientale capace di estendersi anche altrove e innanzitutto nella vicina Europa. Dove mentre si tiene la gente sotto il timore di una impossibile invasione russa nulla si fa per additarle quale è il maggiore pericolo per la pace.
Il 2diPicche lo puoi raggiungere
Attraverso la Community WhatsApp per commentare le notizie del giorno:
Unendoti al canale WhatsApp per non perdere neanche un articolo:
Preferisci Telegram? Nessun problema:








































































Commenti 1